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Su ali d'aquila

11月24日

Prima domenica di Avvento

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Anno C

Ed. Messaggero, Padova, pp. 9-12

 

 

Per compiere la missione di “diffondere il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero” (2 Cor 2,14), la Chiesa ha diviso l’anno in parti – chiamate tempi liturgici – ognuna delle quali ha come punto di riferimento una grande festa.

L’anno è così segnato da un succedersi di feste che hanno lo scopo di farci contemplare, uno per uno, tutti gli aspetti del mistero di Cristo: “dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore” (SC 102).

 

Il Natale e l’Avvento

 

L’anno civile comincia il 1° gennaio; ma la litur­gia segue un altro calendario e fa iniziare l’anno con la prima domenica di Avvento. Sembra logico, infatti, che gli avvenimenti della vita di un personaggio siano presentati a partire dal gior­no della sua nascita.

Ma non è stato così fin dagli inizi della Chiesa. Nel primo secolo i cristiani non avevano altra festa all’infuori della celebra­zio­ne settimanale della risurrezione del Signore. Nel primo giorno della settimana – che fino a Costantino continuò ad essere chiamato giorno del sole ed era giorno lavorativo – erano soliti riunirsi per ascoltare la parola di Dio, per celebrare l’eucaristia e, nei primi anni, anche per consumare un pasto in comune. Poi tutti tornavano alle loro case, dandosi l’ar­rivederci alla domenica seguente.

Non passò molto tempo e la Chiesa sentì il bisogno di dedicare un giorno dell’anno alla commemorazione degli avveni­menti culminanti della vita di Gesù, per questo istituì la Pa­squa. A metà del secolo II questa festa era già diffusa in tutte le comunità cristiane. Ma un giorno solo per ce­lebrare la risurrezione di Cristo sembrava poco, si pensò allora di prolungare la gioia di questa festa per sette setti­mane, i 50 giorni di Pentecoste.

  La festa del Natale entrò nel calendario cristiano molto più tardi. Nel 354 d.C. fu fissata la data del 25 dicembre per ricordare la nascita di Gesù. Ovviamente non fu ritrovato alcun documento all’anagrafe di Nazaret – non conosciamo né il giorno né l’anno esatto in cui Gesù è nato – la scelta deriva dal fatto che in tale data veniva celebrata a Roma la festa del solstizio d’inverno e dell’approssimarsi della primavera. Era una festa caratterizzata da incontenibile gioia perché il sole ricominciava a splendere.

Nei primi secoli la Chiesa era solita reinterpretare, più che reprimere, i riti e le cerimonie pagane. Fu così che i cristiani, invece di bandire crociate contro le licenziosità dei Saturnali, cambiarono nome e significato alla festa del sole invitto. Dicevano: è Gesù il sole “venuto a visitarci dall’alto, per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte” (Lc 1,79); è lui “la luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9) e “la stella radiosa del mattino” (Ap 22,16).

Lo aveva capito l’artista che ha fatto il primo mosaico cristiano a Roma – quello del mausoleo dei Giulii, nel cimitero del Vaticano (250 d.C.) – che raffigura Cristo sul carro del sole.

Verso l’anno 600 d.C., i cristiani ritennero che la festa del Natale dovesse essere preceduta da un tempo di preparazione. Nacquero così le domeniche di Avvento e si decise di far cominciare l’anno liturgico con la prima di queste domeniche, quindi, alla fine di novembre o all’inizio di dicembre.

 

Cosa significa Avvento?

 

Con questa parola i pagani indicavano la venuta del loro dio. In un determinato giorno dell’anno essi esponevano al culto la sua statua, convinti che egli si sarebbe reso presente in mezzo ai suoi fedeli, pronto a distribuire le sue benedizioni e a concedere i suoi favori.

La parola Avvento era riferita anche alla visita di un re ad una città, oppure al giorno dell’incoronazione del sovrano.

I cristiani applicarono tutti questi significati alla venuta nel mondo del loro Dio che si era manifestato in Gesù, tuttavia riservarono il termine Avvento al periodo dedi­cato alla preparazione di questa visita.

A questo punto qualcuno potrebbe giustamente chiedere: ma Gesù non è già venuto? Perché allora prepararsi come se do­vesse venire un’altra volta?

Il Natale non è il com­pleanno di Gesù e l’Avvento il tempo per prepararlo. Erano i pagani che si prepara­vano così alla festa del sole invitto.

 

Le vie del Signore non sono le nostre vie

 

Si può aspettare un amico e non incontrarlo. Accade quando si sbaglia il luogo o l’ora dell’appuntamento.

Succede anche con Dio.

Egli è già venuto molte volte nella storia dell’uomo ed ha mostrato il luogo dove può essere incontrato, ma forse non ci siamo capiti bene, perché finiamo per aspettarlo dove lui non arriva.

Provo ad elencare alcuni luoghi dove noi lo aspettiamo: vorremmo che venisse nella malattia per ridarci salute; nelle difficoltà economiche per risolverle con un colpo di fortuna; nei momenti di solitudine per farci incontrare la persona con cui instaurare un rapporto; nell’insuccesso per aiutarci a riemergere e trionfare; nell’ingiustizia per far valere i nostri diritti; nella vecchiaia per ridonarci un po’ del vigore, della freschezza, della lucidità giovanili… Lo preghiamo intensamente, cerchiamo di introdurlo nei nostri angusti orizzonti, di coinvolgerlo nei nostri progetti; gli raccomandiamo di non mancare all’appuntamento. Smarriti, scrutiamo l’orizzonte ed egli non compare. Ci delude, ci spiazza, ci disorienta quasi sempre.

A Birkenau, il giorno di Natale, un gruppo di donne è condotto verso la camera a gas. Tentano di fuggire, ma vengono massacrate in massa. Di fronte a questa scena il figlio di un rabbino grida: “Dio mostra loro il tuo potere; tutto ciò è contro di te!”. Non accade nulla. Il ragazzo allora esclama: “Dio non esiste!”.

Chiediamo a Dio di manifestare la sua forza ed egli compare su una croce, vogliamo vincere con lui e per lui ed egli sceglie la sconfitta.

Non viene mai per adattarsi ai nostri sogni, ma per realizzare i suoi. Non è facile ritrovarsi all’appuntamento con lui, capire il modo, il tempo, lo scopo delle sue venute. E’ necessario vigilare su noi stessi, stare attenti, verificare, vagliare le nostre speranze e attese per capire se coincidono con quelle che egli ci offre.

Nel buio del caos primordiale Dio è venuto a portare la sua luce (Gen 1,1-2). Nella notte della sterilità è venuto ad offrire ad Abramo la sua alleanza e a promettergli una discendenza numerosa come le stelle del cielo (Gen 15). “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso” (Sap 18,14), ha visitato il suo popolo e lo ha liberato dalla schiavitù del faraone.

Egli viene a rischiarare le nostre notti: viene in quella dello smarrimento e del dolore, dell’alienazione e dello sconforto, dell’umiliazione e dell’abbandono e ci introduce nella sua pace. Viene soprattutto in quell’oscurità che è prodotta dall’incenso che bruciamo sull’altare dei nostri idoli – quelle creature che, insensati, noi divinizziamo – il denaro, il successo, la salute, i figli, l’erudizione, le amicizie…

Ci impediscono di vivere: pretendono, esigono, condizionano, assillano fino a togliere il sonno e il respiro. Soffriamo e ci dibattiamo, ma rimaniamo affezionati a quelle catene che ci mantengono schiavi. Gesù viene per liberarci, ma bisogna prepararsi e aspettarlo sulle strade che egli è solito percorrere.


I DOMENICA DI AVVENTO

 

I veri profeti infondono speranza

 

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Anno C

Ed. Messaggero, Padova, pp. 13-20

 

 

Lasciare cadere le braccia, rassegnarsi di fronte allo strapotere del peccato che domina nel mondo e in noi: è una pericolosa tentazione.

Profeti di sventura sono coloro che ripetono: “Non vale la pena impegnarsi, non cambierà mai nulla”; “non c’è niente da fare, il male è troppo forte”; “la fame, le guerre, le ingiustizie, gli odi esisteranno sempre”.

Non vanno ascoltati. Chi, come Paolo, “ha assimilato il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16), vede la realtà con occhi diversi, scorge il mondo nuovo che sta nascendo e con ottimismo annuncia a tutti: “Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

Nella nostra vita personale verifichiamo fallimenti, miserie, debolezze, infedeltà. Non riusciamo a staccarci da difetti e cattive abitudini. Le passioni sregolate ci dominano, siamo costretti ad adattarci a una vita di penosi compromessi e di ipocrisie umilianti. Paure, delusioni, rimorsi, esperienze infelici ci rendono incapaci di sorridere. Sarà ancora possibile recuperare la fiducia in noi stessi e negli altri? Qualcuno potrà ridarci la serenità, la fiducia e la pace?

Non c’è condizione di schiavitù da cui il Signore non ci possa liberare, non c’è abisso di colpa da cui non ci voglia sollevare. Egli si aspetta solo che prendiamo coscienza della nostra condizione e gli rivolgiamo le parole del salmista: “Dal profondo grido a te o Signore”.

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Sono certo: il Signore realizzerà le promesse di bene che ha fatto”.

Prima domenica di Avvento

Prima Lettura (Ger 33,14-16)

 

14 Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. 15 In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. 16 In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.

 

Ricostruire una casa quando si hanno ancora sotto gli occhi i tizzoni fumiganti della precedente richiede una forza d’animo non comune, soprattutto se si è già avanti negli anni e non si è sorretti da prospettive future stimolanti. La delusione e lo sconforto fanno perdere l’entusiasmo e fanno apparire insormontabili le difficoltà.

La situazione degli Israeliti ai quali il profeta rivolge le parole contenute in questa lettura, può essere paragonata a quella di chi, sconsolato, fissa le macerie della propria casa.

Un gruppo di esuli tornato da Babilonia trova la città di Gerusalemme in rovina. La terra devastata è divenuta un rifugio di sciacalli (Ger 10,22). Volgono attorno lo sguardo e non scorgono che segni di morte e distruzione.

Inizia la ricostruzione, ma i lavori procedono a rilento. Un cupo presentimento grava sull’animo di tutti, anche se nessuno vorrebbe lasciarlo trasparire: noi chiuderemo gli occhi e saremo riuniti ai nostri padri prima di vedere la nuova Gerusalemme. Si chiedono: come mai siamo stati colpiti da così gravi sciagure? Dio ci ha abbandonato per sempre? Si è forse dimenticato delle promesse fatte ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe, a Davide?

A questa gente sfiduciata il profeta rivolge un messaggio di speranza: le nostre infedeltà, quelle che ci hanno portato alla rovina, non impediranno al Signore di realizzare le sue promesse, perché egli è comunque fedele (v.14).

Stanno per giungere – dice – i giorni in cui, nella famiglia di Davide, spunterà un germoglio giusto che “eserciterà il giudizio e la giustizia” (v.15).

Se il giudizio e la giustizia di Dio fossero di tipo forense, gli israeliti non dovrebbero aspettarsi che un verdetto di condanna. Ma egli non viene mai per pronunciare una sentenza, egli viene per creare la giustizia, la sua giustizia che consiste nel coinvolgimento dell’uomo nel suo progetto di salvezza.

Il cambiamento del nome di Gerusalemme indica il pieno successo della sua opera. La città – immagine di tutto il popolo – sarà chiamata Signore nostra giustizia, cioè: il Signore è riuscito ad infondere in noi la sua giustizia (v.16).

 

Le promesse del profeta suscitarono in molti la speranza di un intervento prodigioso di Dio per rimettere in piedi la città distrutta. Rimasero delusi. La ricostruzione del paese fu lenta e richiese molti sacrifici e tanta fatica.

Le promesse hanno tardato a realizzarsi, ma Dio le ha mantenute.

Il germoglio di Davide atteso dagli israeliti – oggi lo sappiamo – è stato inviato: Gesù di Nazareth. Con lui ha avuto inizio il regno di pace e di giustizia. È ancora un piccolo albero che si sviluppa lentamente e ha bisogno del nostro impegno e della nostra collaborazione.

Chi si scoraggia, chi si arrende di fronte alle difficoltà, chi diviene intollerante con se stesso e con gli altri, chi pretende di ottenere trasformazioni radicali ed immediate non ha capito i ritmi di crescita del regno di Dio.

Vero profeta è chi aiuta a cogliere i segni del mondo nuovo che sorge, chi infonde fiducia e speranza, chi fa comprendere che per il regno del male non c’è futuro, chi, anche nelle situazioni disperate, sa indicare un cammino per recuperare, per ricostruire una vita che agli occhi degli uomini può sembrare irrimediabilmente distrutta.

 

 

Seconda Lettura (1 Ts 3,12-4,2)

 

3, 12Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, 13 per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

4,1 Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. 2 Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

 

La ragione per cui è stato scelto questo brano come seconda lettura di questa prima domenica di Avvento sta nel fatto che in essa si parla della venuta del Signore Gesù con tutti i suoi santi (3,13) e ci viene detto anche come ci si deve preparare a questa venuta.

Rivolgendosi ai cristiani di Tessalonica, Paolo riconosce che essi sono molto buoni, ma chiede al Signore che li faccia crescere ancor più nell’amore reciproco (v.12). Questo – dice – è il cammino che porta alla santità ed è l’unico modo per attendere in modo vigilante la venuta del Signore (v.13).

Le parole dell’Apostolo sono valide anche per le comunità di oggi che si preparano ad accogliere il Signore. I rapporti reciproci sono probabilmente già abbastanza buoni, ma è sempre possibile migliorarli. Forse c’è ancora qualche incomprensione da superare, c’è qualche contrasto che va risolto, qualche tensione da allentare. La ricerca dell’intesa con tutti, la pratica dell’amore vicendevole – che Paolo raccomanda ai tessalonicesi – non possono essere sostituite da nessuna pratica devozionale (anche buona) con cui si cerca di prepararsi al Natale.

Prima domenica di Avvento

 Vangelo (Lc 21,25-28.34-36)

 

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.

 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo.

 

Di fronte alle espressioni drammatiche e molto esplicite con cui inizia il Vangelo di oggi, si è portati a pensare che Gesù stia dando in anticipo qualche informazione su ciò che accadrà alla fine del mondo.

È così che il testo è stato spesso interpretato, non solo dai fanatici delle sette fondamentaliste, ma, in passato, anche da qualche predicatore nelle nostre chiese.

Il susseguirsi dei fatti narrati è agghiacciante: segni nel sole, nella luna e nelle stelle, le potenze dei cieli che vengono sconvolte e sulla terra il fragore terrificante del mare agitato da una spaventosa burrasca.

Sembra il preludio ideale alla scena degli angeli che con le loro trombe vengono a risvegliare i morti e all’apparizione, sulle nubi del cielo, del Cristo giudice. Giudice severo (difficile immaginarlo diverso, conoscendo qual è stata la storia dell’umanità, almeno fino ad oggi) venuto per pronunciare l’inappellabile verdetto.

Il minaccioso annuncio della fine del mondo oggi sgomenta sempre meno: turba psicologicamente qualche persona e fa invece sorridere coloro che dovrebbe scuotere, far riflettere, riportare alla ragione.

Se l’obiettivo di Gesù fosse quello di incutere paura non avrebbe raggiunto lo scopo.

Gesù non intende suscitare spavento, ma ottenere esattamente l’opposto. Egli vuole liberare dalla paura, suscitare gioia, infondere speranza. Lo vedremo: non sta minacciando cataclismi, ma annuncia un evento lieto.

Cerchiamo allora di capire il significato di questo difficile brano, difficile perché usa un linguaggio che non è più il nostro.

 

Per descrivere un grande cambiamento, una trasformazione radicale del mondo, un intervento risolutore di Dio, la Bibbia è solita impiegare immagini impressionanti – le cosiddette immagini apocalittiche – molto usate dai predicatori e dagli scrittori del tempo di Gesù.

Notiamo, anzitutto, che gli elementi menzionati (il sole, la luna, le stelle, le potenze dei cieli, il mare) sono gli stessi che compaiono nel racconto della creazione.

Il libro della Genesi inizia con le parole: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso” (Gen 1,2). Nessuna luce, nessuna forma di vita, tutto era disordine e oscurità fino a quando Dio non intervenne con la sua parola. Poi comparvero il sole e la luna per segnare regolarmente i ritmi dei giorni, delle notti e delle stagioni.

Il mare – immaginato dagli antichi come un mitico mostro – invadeva la terra, ma Dio “lo chiuse tra due porte… gli mise un chiavistello e disse: fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde” (Gb 38,8-11).

Così si passò dal caos al cosmo e la terra divenne abitabile per uomini, animali e piante.

Nel nostro brano si annuncia un movimento opposto: viene descritto un ritorno al caos primordiale. Si dice che le forze che mantengono l’ordine nell’universo vengono sconvolte, si regredisce alla situazione confusa, informe e buia che esisteva prima della creazione.

Le immagini apocalittiche usate da Gesù non si riferiscono a esplosioni di astri, a scontri catastrofici di stelle e pianeti, ma parlano di ciò che accade oggi. È nel nostro mondo che diviene impossibile vivere: si commettono soprusi e ingiustizie, ci sono odio, violenze, guerre, condizioni disumane, la natura stessa viene distrutta dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse ed anche i ritmi dei tempi e delle stagioni non sono più regolari.

Angosciati gli uomini si chiedono: cosa accadrà? Dove andremo a finire?

Ecco la paura. Di fronte al male che li sovrasta e che non riescono a controllare gli uomini sanno solo spaventarsi e tremare: “Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra” – dice il Vangelo di oggi (v.26).

È il terrore che gli uomini provano di fronte ai disastri che hanno provocato con il rifiuto di ogni legge etica, con il disprezzo dei valori più sacri, con la perdita di tutti i punti di riferimento morale.

La storia dell’umanità è dunque avviata verso una ineluttabile catastrofe?

No – assicura Gesù (ed è questo il messaggio centrale del brano) – ma piuttosto verso una nuova creazione. Ove si scorgono segni del disordine provocato dal peccato, lì va atteso il Figlio dell’uomo con potenza e gloria grande. La sua forza farà nascere dal caos un mondo nuovo (v.27).

Il pericolo da cui Gesù vuole mettere in guardia è la paura e lo scoraggiamento di fronte al male. Egli invita ad aprire il cuore alla speranza: il mondo dominato dall’ingiustizia, dalla cattiveria, dall’egoismo, dall’arroganza è giunto alla fine e ne è già spuntato uno nuovo.

 

Che fare nell’attesa? (v. 28).

Anche se il caos che ancora esiste è spaventoso, il discepolo non si abbatte. Non si china come gli altri uomini piegati dall’angoscia, “tramortiti dalla paura”. Si alza e leva il capo. Non si aspetta un intervento prodigioso di Dio, non si culla nella vana speranza che qualcosa possa improvvisamente cambiare per qualche inattesa coincidenza preordinata dal cielo.

Il mondo nuovo può nascere da qualunque situazione caotica, basta lasciare operare la parola di Dio, come è accaduto all’inizio della creazione.

Quante persone vediamo camminare “curve”, oppresse dal dolore e dalle disavventure, rattrappite dalla paura. Non hanno la forza di risollevare il capo perché hanno perso ogni speranza: la moglie abbandonata dal marito, i genitori delusi dalle scelte dei figli, il professionista rovinato dall’invidia dei colleghi, gli uomini vittime dell’odio e della violenza, le persone che si sentono in balia dei loro istinti...

Il Vangelo di oggi invita tutti a “levare il capo”. Non c’è caos da cui Dio non possa ricavare un mondo nuovo e meraviglioso. Questo mondo nasce nell’istante stesso in cui si permette a Dio di realizzare il suo Avvento nella nostra vita.

 

Di fronte alle forze del male che sembrano sempre avere la meglio, oltre allo scoraggiamento c’è il pericolo della fuga, della ricerca di palliativi, delle soluzioni fasulle (vv.34-35).

Luca – che forse ha sott’occhio il comportamento di alcuni cristiani delle sue comunità – li elenca in modo crudo. Accenna anzitutto alle crapule, alle sbevazzate. Sono il simbolo di tutte le dissolutezze, di tutte le evasioni e le dissipazioni mediante le quali cerchiamo di anestetizzare le delusioni e i fallimenti. Queste evasioni sono “un laccio” (v.35), una trappola in cui molte persone cadono, restano impigliate senza riuscire più ad andare incontro al Signore che viene.

 

Come rimanere svegli, attenti, pronti a cogliere il momento e il luogo in cui il Signore viene? È molto facile confondersi, ingannarsi, aspettarlo dove egli non viene e precludergli invece la strada dove egli desidera entrare (nelle nostre cattive abitudini, nel nostro attaccamento ai beni di questo mondo, nei nostri progetti di grandezza…).

C’è un solo modo per rimanere vigilanti: pregare (v.36). La preghiera – dice Gesù – avrà due effetti: darà la forza di “sfuggire a tutte quelle cose che stanno per accadere”, cioè, ci farà vedere con lo sguardo di Dio tutti gli avvenimenti e impedirà che veniamo colti dalla paura. Nulla ci spaventerà perché sapremo cogliere in ogni evento – lieto, triste e anche drammatico – il Signore che viene, che viene per farci crescere, per farci maturare, per avvicinarci a lui.

La preghiera ci permetterà anche di stare in piedi, cioè, di attendere senza timore il Figlio dell’uomo. Ci renderà pronti ad accoglierlo e a partire con lui verso quegli spazi di libertà dove egli ci vuole condurre.

È la preghiera che libera dalla mentalità corrotta di questo mondo, che fa assaporare e gustare il giudizio di Dio sulla storia e che avvicina all’uomo.
11月22日

Riconciliazione - Il quadro

C'è una prospettiva che sempre più si allarga. Le figure sono contenute in un grande triangolo. In alto domina una croce. E spoglia. C'è una persona luminosa. Ha il cuore aperto che pare una fonte. Allarga le braccia quasi per stringere l'universo intero.

Più in basso c'è un cerchio di persone. Tutte ripetono il gesto di allargare le braccia. Resta aperto uno spazio per chiunque voglia entrare. Le persone sembrano li pronte per iniziare una festa.

  

 

Il messaggio

   La parte alta del quadro rappresenta la scena narrata in Gv 20,19-29. Nel primo giorno della settimana viene Gesù. Si presenta ai suoi. Mostra le mani e il costato. Soffia su di loro. Dice «Pace!». Dalla sua morte, dalla sua risurrezione nasce una comunità di peccatori-perdonati. Stanno nel mondo con le braccia spalancate.

Con l'annuncio dell'Evangelo, la celebrazione del Battesimo, della Riconciliazione, dell'Eucaristia fanno sperimentare ad ogni creatura la gioia che il Padre prova quando uno dei suoi figli «torna» a casa (Lc 15,11-32).

Nella Confessione sono loro che «organizzano la festa», riabbracciano il «fratello», gli fanno gustare la «pace» dello Spirito Santo.

 

La Riconciliazione - G. Venturi

LA RICONCILIAZIONE 

1. RICONCILIARSI: PERCHE’

Esiste nella Chiesa un Sacramento detto della Riconcilia­zione o Penitenza; fino ad oggi lo si chiamava anche «Confessione». Perché questo Sacramento? Non è sufficiente, quando la frattura é avvenuta tra persone, riconci­liarsi tra gli interessati? E se si tratta di offesa a Dio, perché ri­correre ad un sacerdote? Non basta rivolgersi a Dio diretta­mente senza la mediazione di un sacerdote? E poi è sempre utile perdonare?

 

2. LA LITURGIA DELLA PAROLA

 

Con i Sacramenti dell'iniziazione i cristiani si sono rivesti­ti di Cristo (Gal 3,27; Ef 4,1-32 ), sono divenuti «creatu­re nuove» (2 Cor 5,17), «santi e immacolati» (Ef 1,4).

 

A noi battezzati…

 

   Ma, nonostante il dono del Padre, siamo fragili e deboli, espo­sti continuamente al peccato, tanto che l'apostolo san Gio­vanni dice: «Se diciamo che siamo senza peccato, ingannia­mo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Gv 1,8).

Per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo il Signore è sempre presente nella Chiesa, specialmente nel sacramen­to della Riconciliazione; in questo modo egli può raggiungere ogni uomo.

  

   …la parola di Dio…

 

   Con la sua parola - si legge nelle Premesse del nuovo Rito della Penitenza (RP n. 17 e 24) - Dio

- illumina il fedele a conoscere i suoi peccati,

- lo chiama alla conversione,

- gli infonde fiducia nella misericordia di Dio.

Per questo è importante che ogni celebrazione - anche quella individuale - incominci con l'ascolto della parola di Dio.

 

…rivela il volto del Padre…

 

Nella celebre parabola del «Padre misericordioso» (Lc 15,11-32) e nelle altre della pecora e della dramma smarrita (Lc 15,
1-10) Gesù annuncia, ancor oggi, all'assemblea riunita l'amo‑
re di Dio Padre. Le parole che ascoltiamo da Cristo (Mt 5,17-47; 9,13; Lc 18,9-14;18,9-10), i gesti che lui ha compiuto verso i peccatori (Mt 9,1-8; 26,69-75; Le 7,36-50; 23,39-43; Gv 8,1-1 1), e in modo particolare la sua morte e risurrezione (Gv 19,13­37; 2 Cor 5,17-21; Ef 2,1-10; 1 Pt 1,13-23) sono la rivelazione di quello che ancora oggi egli intende compiere tra noi.L'itinerario della riconciliazione incomincia proprio dalla presa di coscienza della misericordia di Dio; solo partendo da qui la nostra riconciliazione diventa una «lode a Dio che perdona» (confessio laudis).

 

…ci fa riscoprire il peccato…

 

Davide scopre di avere peccato solo quando il profeta Natan, a nome di Dio, glielo rivela (2 Sam 12,1-13). Solo alla luce del­la parola di Dio e in particolare della sua misericordia noi sco­priamo di essere peccatori. Il grande amore di Dio (ls 5,1-7; Os 11, 1-11; Ef 2, 1-10; 1 Gv 3,1-24; 4,16-21) ci rivela la po­chezza del nostro. La presa di coscienza del suo meraviglioso progetto (Dt 30,15-30-, Ef 1,3-14) ci fa toccare con mano il no­stro vuoto. La rivelazione della strada della vita che Dio ha tracciato per noi (Es 20,1.21; Dt 6.4-9; 30,15-20) ci guida a scoprire la strada della mole che stiamo percorrendo.

La parola di Dio ci porta anche a renderci conto che il peccato è sempre contro Dio, anche quando noi compiamo dei gesti che sembrano non essere contro di lui, ma contro il prossimo. Chi uccide Abele – qualsiasi Abele – colpisce Dio.

 

…che solo Dio può perdonare

 

Poiché il peccato è sempre contro Dio, lui solo può perdonar­ci; da soli non possiamo salvarci. A. J. Heschel riporta la se­guente parabola di Rabbi Nachman di Kossou: «Una cicogna era caduta nel fango e non riusciva più a liberare le zampe; le venne un'idea: utilizzare il suo lungo becco. Così ficcò il bec­co nel fango e, appoggiandosi tutta su di esso, riuscì a tirare fuori le zampe. Ma a che serviva? Le zampe erano fuori, ma il becco era rimasto conficcato. Allora la cicogna ebbe un'altra idea: conficcò le zampe nel fango e tirò fuori il becco. Ma a che serviva? Ora le gambe erano conficcate nel fango...». Questa cicogna, impossibilitata a liberarsi dal fango, è l'imma­gine eloquente della nostra incapacità a tirarci fuori dal male con le sole nostre forze. Lo sapevano bene i Farisei; quando essi sentirono che Gesù perdonava il paralitico, si domanda­rono: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7).

San Paolo stesso, fedele a questa tradizione, dice guardando a se stesso: «Me sventurato! Chi mi libererà?» Rm 6,16-23). Ma per la sua nuova fede può dire con gioia: «Siano rese gra­zie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!».

 

Ci chiama alla riconciliazione…

 

La parola dei profeti che risuona nell'assemblea Is 1,2-18; 5,1-7; 53,1-12; 55,1-11; Ger 2,1-13; Ez 3623-28) è un invito attuale a ritornare a Dio.

Gesù, l'ultimo e il più grande dei profeti, che ha iniziato il suo ministero annunciando la riconciliazione, chiama alla conver­sione (Mt 3,1-12; 4,12-17); per questo infatti egli è venuto (Lc 19,1-10). Questo annuncio è il cuore del Vangelo; risuona continuamente per i singoli e per tutta la Chiesa.

Con Gesù la riconciliazione è possibile. Egli lo afferma davanti al paralitico e ai farisei che gli stanno attorno: «Il Figlio dell'uo­mo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati» (Mc 2,10). Di fatto esercita questo potere divino più volte: «Ti sono rimessi i tuoi peccati!» dice al paralitico (Mc 2,1-12), alla peccatrice (Lc 7,36-50) e all'adultera (Gv 8,1-11).

Per i contemporanei, questo suo potere e i gesti e le parole che lo accompagnavano era qualcosa di inaudito: «Chi è que­st'uomo che perdona anche i peccati?» (Lc 7,50); «Non abbia­mo mai visto nulla di simile!» (Mc 2,12).

 

…attraverso un Sacramento

 

Quelli che erano presenti allora e potevano incontrare Gesù, avevano la possibilità di essere riconciliati; ma per quelli che sono venuti dopo la sua vicenda terrena, quale possibilità ci sarebbe stata di ottenere il perdono da Dio?

Perché tutti potessero essere partecipi del suo dono, il giorno di Pasqua Gesù dona ai suoi discepoli lo Spirito Santo e affida loro il ministero della riconciliazione: «Ricevete lo Spirito San­to; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi» (Gv 20,19-23).

La Riconciliazione

Le due facce della riconciliazione

 

Cristo ha voluto che la sua Chiesa tutta intera, nella sua pre­ghiera, nella sua vita e nelle sue attività, sia il segno e lo stru­mento del perdono e della riconciliazione. Ha riassunto il suo pensiero nella preghiera che ha affidato ai discepoli e che sia­mo invitati a dire al termine della liturgia della Parola prima di accedere al rito della Riconciliazione: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». La Riconcilia­zione ha due momenti o facce, inscindibili tra loro: per la forza dello Spirito incomincia a tu per tu, tra i fratelli, e trova la sua espressione piena nella celebrazione sacramentale: la riconci­liazione con Dio e con gli altri fratelli sono un unico evento (Mt 18,15-20.21-35). I gesti della riconciliazione quotidiana porta­no alla Riconciliazione sacramentale, e questa conduce e ri­manda a quella (Mt 5,21-26).

 

3. LA LITURGIA DELLA RICONCILIAZIONE

 

Il nuovo Rito della Penitenza o Riconciliazione prevede tre forme di celebrazione: di singoli penitenti, di più penitenti con assoluzione individuale, di più penitenti con confessio­ne e assoluzione generale. Noi fermiamo la nostra attenzione soprattutto sulla seconda forma.

 

Celebrare individualmente

 

La Riconciliazione di un singolo penitente evidenzia simboli­camente l'aspetto personalistico della Riconciliazione:

- io sono accolto personalmente dal Signore

- io sono responsabile del male che ho fatto e ho bisogno di essere perdonato

- nella sua grande misericordia il Signore mi raggiunge, mi annuncia il suo perdono, mi rinnova interiormente.

 

Celebrare comunitariamente

 

Nella celebrazione comunitaria vengono resi simbolicamente, oltre che gli aspetti sopraccitati, anche quelli della solidarietà, che ci lega nel bene e nel male, e dell'aiuto reciproco che ci dobbiamo prestare per la riconciliazione. Nelle Premesse al ri­to leggiamo: «Per un arcano e misericordioso mistero della divina provvidenza, gli uomini sono uniti fra di loro da uno stretto rapporto soprannaturale, in forza del quale il peccato di uno solo reca danno a tutti, e a tutti porta beneficio la santi­tà del singolo, e così la penitenza ha sempre come effetto la riconciliazione anche con i fratelli, che a causa del peccato sempre hanno subito un danno» (RP n. 5).

La Riconciliazione avviene nella Chiesa

- sia perché, per la presenza di Cristo, essa chiama, interce­de, aiuta e induce al pentimento e diventa strumento di con­versione e di assoluzione dei penitenti (RP n. 6)

- sia perché è essa stessa che si presenta al Signore con il peso dei suoi peccati per essere riconciliata con lui (RP n. 3)

 

Viviamo questo cammino…

 

Il cammino della Riconciliazione può essere delineato in que­ste tappe:

 

Siamo accolti

Iniziando la celebrazione della Riconciliazione, noi siamo con­sapevoli di essere stati cercati come la pecora smarrita, di es­sere attesi e accolti come il figlio prodigo (Lc 15). Siamo pure invitati a non crederci migliori (vedi il fratello maggiore della parabola) ed accogliere e gioire per la presenza degli altri. La parola di Dio ci raggiunge: quanto viene proclamato è rivolto a noi oggi e ci rivela quello che Dio vuole compiere e ci rende certi che la riconciliazione è possibile, in ogni situazione.

 

Scopriamo di essere peccatori

La parola di Dio fa chiarezza dentro di noi, ci fa scoprire pecca­tori. Il ricordare quanto lui ha fatto nel passato e vuole com­piere oggi suscita in noi il pentimento. Esprimiamo questo con l'esame di coscienza e il pentimento dei peccati.

 

Confessiamo insieme di essere peccatori

All'invito di chi presiede confessiamo insieme davanti a Dio, ai fratelli e ai santi di essere peccatori “in pensieri, parole, opere e omissioni”. Chiediamo ai fratelli e ai santi di unirsi nella nostra preghiera. In una successiva preghiera litanica domandiamo perdono, richiamando alla memoria tutti i gesti di misericordia di Dio. La nostra preghiera culmina giusta­mente con il Padre nostro, modello di preghiera di ogni pec­catore pentito.

Tutto questo è espresso nella forma rituale della Confessione generale.

 

Manifestiamo individualmente i peccati

Dopo questa presa di coscienza comune ci rechiamo singolar­mente dal ministro e in ginocchio manifestiamo i nostri pecca­ti. Ci affidiamo a Dio e ci lasciamo riconciliare da lui attraverso la mediazione del sacerdote. Da sottolineare – proprio per ri­spondere alle domande fatte all'inizio – che proprio la presen­za simbolica di Cristo nel sacerdote rende possibile e attuale la nostra riconciliazione. In segno della nostra volontà di cambia­re vita accettiamo di compiere alcune opere che manifestino il nuovo stile di vita (la penitenza o soddisfazione).

 

Accogliamo il perdono di Dio

Il sacerdote impone le mani su ciascuno: in questo gesto noi vediamo il Padre, che accoglie il figlio che ritorna a lui, il Cristo che ci tocca e guarisce facendoci passare da morte a vita, lo Spirito di Pasqua che si posa su di noi e ci ricrea. Dio riprende in mano la nostra vita e ci rinnova, come avevamo chiesto nella preghiera con il salmo 50: «Crea in me uno spirito nuo­vo». Questo gesto fondamentale è accompagnato da una preghiera che invoca per noi, dalle Tre Persone divine, «il per­dono e la pace» e dichiara la remissione dei peccati. Ricevia­mo l'assoluzione.

In questo modo noi rientriamo in comunione con il Padre, il Fi­glio e lo Spirito Santo, grazie alla croce di Cristo, simboleggia­ta dal segno di croce che il sacerdote fa e che noi tracciamo su noi stessi.

 

Ci rialziamo, lodiamo Dio come segno della nuova vita e del nostro risorgere, ci alziamo in piedi, accogliamo l'invito di Ge­sù al paralitico: «Alzati e cammina». Camminiamo rientrando nella comunità-Chiesa per lodare Dio per l'opera compiuta in noi. Ci incamminiamo verso il mondo, riconciliati e capaci dì ri­conciliazione.

Nella festa di Cristo Re

"Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te?". Testi di san Josemaría in occasione della festa di Cristo Re (23 novembre, ultima domenica dell’anno liturgico).

È Re e desidera regnare nei nostri cuori di figli di Dio. Ma mettiamo da parte l'immagine che abbiamo dei regni della terra: Cristo non domina né cerca di imporsi, perché non è venuto per essere servito, ma per servire. Suo regno è la pace, la gioia, la giustizia. Cristo, nostro re, non vuole da noi ragionamenti inutili, ma fatti, perché non chiunque mi dice: « Signore, Signore! » entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. (Mt 7,21).

Dov'è il re? Dove cercarlo se non là dove vuole regnare, cioè nel cuore, nel tuo cuore? Per questo si fa bambino: chi non ama infatti una piccola creatura? Dov'è allora il re, il Cristo che lo Spirito Santo cerca di formare nella nostra anima? Non può essere di certo nella superbia che ci separa da Dio, non nella mancanza di carità che ci isola. Lì Cristo non c'è; lì l'uomo resta solo.

Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te? Io gli risponderei che per farlo regnare in me ho un grande bisogno della sua grazia: soltanto così anche il palpito più nascosto, il sospiro impercettibile, lo sguardo più insignificante e la parola più banale, perfino la sensazione più elementare, tutto potrà tradursi in un osanna a Cristo, il mio Re.

Se lasciamo che Cristo regni nella nostra anima, non saremo mai dei dominatori, ma servitori di tutti gli uomini. Servizio: come mi piace questa parola! Servire il mio Re e, per Lui, tutti coloro che sono stati redenti dal suo sangue. Se noi cristiani sapessimo servire! Andiamo dal Signore e confidiamogli la nostra decisione di voler imparare a servire, perché soltanto così potremo non solo conoscere e amare Cristo, ma farlo conoscere e farlo amare dagli altri.

A tutto ciò siamo stati chiamati noi cristiani, questo è il nostro compito apostolico e l'ansia che deve consumarci interiormente: far si che il regno di Cristo divenga realtà, che non ci sia più odio né crudeltà, e che si estenda per tutta la terra il balsamo forte e pacifico dell'amore. Chiediamo in questo giorno al nostro Re che faccia di noi degli umili e ferventi collaboratori al disegno divino di unire ciò che è spezzato, di salvare ciò che è perduto, di riordinare quello che l'uomo ha sconvolto, di condurre alla meta ciò che devia, di ricostruire l'armonia di tutto il creato.

Celebriamo oggi la festa di Cristo Re e senza sconfinare dal mio ambito di sacerdote vi dico che se qualcuno intendesse il regno di Cristo come un programma politico non avrebbe approfondito la finalità soprannaturale della fede e non sarebbe lontano dal gravare le coscienze con oneri che non sono quelli di Gesù, perché il suo giogo è dolce e il suo carico leggero. Amiamo veramente tutti gli uomini. E amiamo soprattutto Cristo. Allora non potremo far altro che amare la legittima libertà degli altri, in una pacifica e rispettosa convivenza.
 


 
Estate  
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