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11月24日 Prima domenica di Avvento
Testo preso dal libro del biblista Fernando Armellini Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità Anno C Ed. Messaggero, Padova, pp. 9-12
Per compiere la missione di “diffondere il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero” (2 Cor 2,14), la Chiesa ha diviso l’anno in parti – chiamate tempi liturgici – ognuna delle quali ha come punto di riferimento una grande festa. L’anno è così segnato da un succedersi di feste che hanno lo scopo di farci contemplare, uno per uno, tutti gli aspetti del mistero di Cristo: “dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore” (SC 102).
Il Natale e l’Avvento
L’anno civile comincia il 1° gennaio; ma la liturgia segue un altro calendario e fa iniziare l’anno con la prima domenica di Avvento. Sembra logico, infatti, che gli avvenimenti della vita di un personaggio siano presentati a partire dal giorno della sua nascita. Ma non è stato così fin dagli inizi della Chiesa. Nel primo secolo i cristiani non avevano altra festa all’infuori della celebrazione settimanale della risurrezione del Signore. Nel primo giorno della settimana – che fino a Costantino continuò ad essere chiamato giorno del sole ed era giorno lavorativo – erano soliti riunirsi per ascoltare la parola di Dio, per celebrare l’eucaristia e, nei primi anni, anche per consumare un pasto in comune. Poi tutti tornavano alle loro case, dandosi l’arrivederci alla domenica seguente. Non passò molto tempo e la Chiesa sentì il bisogno di dedicare un giorno dell’anno alla commemorazione degli avvenimenti culminanti della vita di Gesù, per questo istituì la Pasqua. A metà del secolo II questa festa era già diffusa in tutte le comunità cristiane. Ma un giorno solo per celebrare la risurrezione di Cristo sembrava poco, si pensò allora di prolungare la gioia di questa festa per sette settimane, i 50 giorni di Pentecoste. La festa del Natale entrò nel calendario cristiano molto più tardi. Nel 354 d.C. fu fissata la data del 25 dicembre per ricordare la nascita di Gesù. Ovviamente non fu ritrovato alcun documento all’anagrafe di Nazaret – non conosciamo né il giorno né l’anno esatto in cui Gesù è nato – la scelta deriva dal fatto che in tale data veniva celebrata a Roma la festa del solstizio d’inverno e dell’approssimarsi della primavera. Era una festa caratterizzata da incontenibile gioia perché il sole ricominciava a splendere. Nei primi secoli la Chiesa era solita reinterpretare, più che reprimere, i riti e le cerimonie pagane. Fu così che i cristiani, invece di bandire crociate contro le licenziosità dei Saturnali, cambiarono nome e significato alla festa del sole invitto. Dicevano: è Gesù il sole “venuto a visitarci dall’alto, per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte” (Lc 1,79); è lui “la luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9) e “la stella radiosa del mattino” (Ap 22,16). Lo aveva capito l’artista che ha fatto il primo mosaico cristiano a Roma – quello del mausoleo dei Giulii, nel cimitero del Vaticano (250 d.C.) – che raffigura Cristo sul carro del sole. Verso l’anno 600 d.C., i cristiani ritennero che la festa del Natale dovesse essere preceduta da un tempo di preparazione. Nacquero così le domeniche di Avvento e si decise di far cominciare l’anno liturgico con la prima di queste domeniche, quindi, alla fine di novembre o all’inizio di dicembre.
Cosa significa Avvento?
Con questa parola i pagani indicavano la venuta del loro dio. In un determinato giorno dell’anno essi esponevano al culto la sua statua, convinti che egli si sarebbe reso presente in mezzo ai suoi fedeli, pronto a distribuire le sue benedizioni e a concedere i suoi favori. La parola Avvento era riferita anche alla visita di un re ad una città, oppure al giorno dell’incoronazione del sovrano. I cristiani applicarono tutti questi significati alla venuta nel mondo del loro Dio che si era manifestato in Gesù, tuttavia riservarono il termine Avvento al periodo dedicato alla preparazione di questa visita. A questo punto qualcuno potrebbe giustamente chiedere: ma Gesù non è già venuto? Perché allora prepararsi come se dovesse venire un’altra volta? Il Natale non è il compleanno di Gesù e l’Avvento il tempo per prepararlo. Erano i pagani che si preparavano così alla festa del sole invitto.
Le vie del Signore non sono le nostre vie
Si può aspettare un amico e non incontrarlo. Accade quando si sbaglia il luogo o l’ora dell’appuntamento. Succede anche con Dio. Egli è già venuto molte volte nella storia dell’uomo ed ha mostrato il luogo dove può essere incontrato, ma forse non ci siamo capiti bene, perché finiamo per aspettarlo dove lui non arriva. Provo ad elencare alcuni luoghi dove noi lo aspettiamo: vorremmo che venisse nella malattia per ridarci salute; nelle difficoltà economiche per risolverle con un colpo di fortuna; nei momenti di solitudine per farci incontrare la persona con cui instaurare un rapporto; nell’insuccesso per aiutarci a riemergere e trionfare; nell’ingiustizia per far valere i nostri diritti; nella vecchiaia per ridonarci un po’ del vigore, della freschezza, della lucidità giovanili… Lo preghiamo intensamente, cerchiamo di introdurlo nei nostri angusti orizzonti, di coinvolgerlo nei nostri progetti; gli raccomandiamo di non mancare all’appuntamento. Smarriti, scrutiamo l’orizzonte ed egli non compare. Ci delude, ci spiazza, ci disorienta quasi sempre. A Birkenau, il giorno di Natale, un gruppo di donne è condotto verso la camera a gas. Tentano di fuggire, ma vengono massacrate in massa. Di fronte a questa scena il figlio di un rabbino grida: “Dio mostra loro il tuo potere; tutto ciò è contro di te!”. Non accade nulla. Il ragazzo allora esclama: “Dio non esiste!”. Chiediamo a Dio di manifestare la sua forza ed egli compare su una croce, vogliamo vincere con lui e per lui ed egli sceglie la sconfitta. Non viene mai per adattarsi ai nostri sogni, ma per realizzare i suoi. Non è facile ritrovarsi all’appuntamento con lui, capire il modo, il tempo, lo scopo delle sue venute. E’ necessario vigilare su noi stessi, stare attenti, verificare, vagliare le nostre speranze e attese per capire se coincidono con quelle che egli ci offre. Nel buio del caos primordiale Dio è venuto a portare la sua luce (Gen 1,1-2). Nella notte della sterilità è venuto ad offrire ad Abramo la sua alleanza e a promettergli una discendenza numerosa come le stelle del cielo (Gen 15). “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso” (Sap 18,14), ha visitato il suo popolo e lo ha liberato dalla schiavitù del faraone. Egli viene a rischiarare le nostre notti: viene in quella dello smarrimento e del dolore, dell’alienazione e dello sconforto, dell’umiliazione e dell’abbandono e ci introduce nella sua pace. Viene soprattutto in quell’oscurità che è prodotta dall’incenso che bruciamo sull’altare dei nostri idoli – quelle creature che, insensati, noi divinizziamo – il denaro, il successo, la salute, i figli, l’erudizione, le amicizie… Ci impediscono di vivere: pretendono, esigono, condizionano, assillano fino a togliere il sonno e il respiro. Soffriamo e ci dibattiamo, ma rimaniamo affezionati a quelle catene che ci mantengono schiavi. Gesù viene per liberarci, ma bisogna prepararsi e aspettarlo sulle strade che egli è solito percorrere. I DOMENICA DI AVVENTO
I veri profeti infondono speranza
Testo preso dal libro del biblista Fernando Armellini Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità Anno C Ed. Messaggero, Padova, pp. 13-20
Lasciare cadere le braccia, rassegnarsi di fronte allo strapotere del peccato che domina nel mondo e in noi: è una pericolosa tentazione. Profeti di sventura sono coloro che ripetono: “Non vale la pena impegnarsi, non cambierà mai nulla”; “non c’è niente da fare, il male è troppo forte”; “la fame, le guerre, le ingiustizie, gli odi esisteranno sempre”. Non vanno ascoltati. Chi, come Paolo, “ha assimilato il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16), vede la realtà con occhi diversi, scorge il mondo nuovo che sta nascendo e con ottimismo annuncia a tutti: “Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Nella nostra vita personale verifichiamo fallimenti, miserie, debolezze, infedeltà. Non riusciamo a staccarci da difetti e cattive abitudini. Le passioni sregolate ci dominano, siamo costretti ad adattarci a una vita di penosi compromessi e di ipocrisie umilianti. Paure, delusioni, rimorsi, esperienze infelici ci rendono incapaci di sorridere. Sarà ancora possibile recuperare la fiducia in noi stessi e negli altri? Qualcuno potrà ridarci la serenità, la fiducia e la pace? Non c’è condizione di schiavitù da cui il Signore non ci possa liberare, non c’è abisso di colpa da cui non ci voglia sollevare. Egli si aspetta solo che prendiamo coscienza della nostra condizione e gli rivolgiamo le parole del salmista: “Dal profondo grido a te o Signore”.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Sono certo: il Signore realizzerà le promesse di bene che ha fatto”.Prima domenica di AvventoPrima Lettura (Ger 33,14-16)
14 Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. 15 In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. 16 In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Ricostruire una casa quando si hanno ancora sotto gli occhi i tizzoni fumiganti della precedente richiede una forza d’animo non comune, soprattutto se si è già avanti negli anni e non si è sorretti da prospettive future stimolanti. La delusione e lo sconforto fanno perdere l’entusiasmo e fanno apparire insormontabili le difficoltà. La situazione degli Israeliti ai quali il profeta rivolge le parole contenute in questa lettura, può essere paragonata a quella di chi, sconsolato, fissa le macerie della propria casa. Un gruppo di esuli tornato da Babilonia trova la città di Gerusalemme in rovina. La terra devastata è divenuta un rifugio di sciacalli (Ger 10,22). Volgono attorno lo sguardo e non scorgono che segni di morte e distruzione. Inizia la ricostruzione, ma i lavori procedono a rilento. Un cupo presentimento grava sull’animo di tutti, anche se nessuno vorrebbe lasciarlo trasparire: noi chiuderemo gli occhi e saremo riuniti ai nostri padri prima di vedere la nuova Gerusalemme. Si chiedono: come mai siamo stati colpiti da così gravi sciagure? Dio ci ha abbandonato per sempre? Si è forse dimenticato delle promesse fatte ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe, a Davide? A questa gente sfiduciata il profeta rivolge un messaggio di speranza: le nostre infedeltà, quelle che ci hanno portato alla rovina, non impediranno al Signore di realizzare le sue promesse, perché egli è comunque fedele (v.14). Stanno per giungere – dice – i giorni in cui, nella famiglia di Davide, spunterà un germoglio giusto che “eserciterà il giudizio e la giustizia” (v.15). Se il giudizio e la giustizia di Dio fossero di tipo forense, gli israeliti non dovrebbero aspettarsi che un verdetto di condanna. Ma egli non viene mai per pronunciare una sentenza, egli viene per creare la giustizia, la sua giustizia che consiste nel coinvolgimento dell’uomo nel suo progetto di salvezza. Il cambiamento del nome di Gerusalemme indica il pieno successo della sua opera. La città – immagine di tutto il popolo – sarà chiamata Signore nostra giustizia, cioè: il Signore è riuscito ad infondere in noi la sua giustizia (v.16).
Le promesse del profeta suscitarono in molti la speranza di un intervento prodigioso di Dio per rimettere in piedi la città distrutta. Rimasero delusi. La ricostruzione del paese fu lenta e richiese molti sacrifici e tanta fatica. Le promesse hanno tardato a realizzarsi, ma Dio le ha mantenute. Il germoglio di Davide atteso dagli israeliti – oggi lo sappiamo – è stato inviato: Gesù di Nazareth. Con lui ha avuto inizio il regno di pace e di giustizia. È ancora un piccolo albero che si sviluppa lentamente e ha bisogno del nostro impegno e della nostra collaborazione. Chi si scoraggia, chi si arrende di fronte alle difficoltà, chi diviene intollerante con se stesso e con gli altri, chi pretende di ottenere trasformazioni radicali ed immediate non ha capito i ritmi di crescita del regno di Dio. Vero profeta è chi aiuta a cogliere i segni del mondo nuovo che sorge, chi infonde fiducia e speranza, chi fa comprendere che per il regno del male non c’è futuro, chi, anche nelle situazioni disperate, sa indicare un cammino per recuperare, per ricostruire una vita che agli occhi degli uomini può sembrare irrimediabilmente distrutta.
Seconda Lettura (1 Ts 3,12-4,2)
3, 12Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, 13 per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. 4,1 Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. 2 Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
La ragione per cui è stato scelto questo brano come seconda lettura di questa prima domenica di Avvento sta nel fatto che in essa si parla della venuta del Signore Gesù con tutti i suoi santi (3,13) e ci viene detto anche come ci si deve preparare a questa venuta. Rivolgendosi ai cristiani di Tessalonica, Paolo riconosce che essi sono molto buoni, ma chiede al Signore che li faccia crescere ancor più nell’amore reciproco (v.12). Questo – dice – è il cammino che porta alla santità ed è l’unico modo per attendere in modo vigilante la venuta del Signore (v.13). Le parole dell’Apostolo sono valide anche per le comunità di oggi che si preparano ad accogliere il Signore. I rapporti reciproci sono probabilmente già abbastanza buoni, ma è sempre possibile migliorarli. Forse c’è ancora qualche incomprensione da superare, c’è qualche contrasto che va risolto, qualche tensione da allentare. La ricerca dell’intesa con tutti, la pratica dell’amore vicendevole – che Paolo raccomanda ai tessalonicesi – non possono essere sostituite da nessuna pratica devozionale (anche buona) con cui si cerca di prepararsi al Natale.Prima domenica di AvventoVangelo (Lc 21,25-28.34-36)
25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. 34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Di fronte alle espressioni drammatiche e molto esplicite con cui inizia il Vangelo di oggi, si è portati a pensare che Gesù stia dando in anticipo qualche informazione su ciò che accadrà alla fine del mondo. È così che il testo è stato spesso interpretato, non solo dai fanatici delle sette fondamentaliste, ma, in passato, anche da qualche predicatore nelle nostre chiese. Il susseguirsi dei fatti narrati è agghiacciante: segni nel sole, nella luna e nelle stelle, le potenze dei cieli che vengono sconvolte e sulla terra il fragore terrificante del mare agitato da una spaventosa burrasca. Sembra il preludio ideale alla scena degli angeli che con le loro trombe vengono a risvegliare i morti e all’apparizione, sulle nubi del cielo, del Cristo giudice. Giudice severo (difficile immaginarlo diverso, conoscendo qual è stata la storia dell’umanità, almeno fino ad oggi) venuto per pronunciare l’inappellabile verdetto. Il minaccioso annuncio della fine del mondo oggi sgomenta sempre meno: turba psicologicamente qualche persona e fa invece sorridere coloro che dovrebbe scuotere, far riflettere, riportare alla ragione. Se l’obiettivo di Gesù fosse quello di incutere paura non avrebbe raggiunto lo scopo. Gesù non intende suscitare spavento, ma ottenere esattamente l’opposto. Egli vuole liberare dalla paura, suscitare gioia, infondere speranza. Lo vedremo: non sta minacciando cataclismi, ma annuncia un evento lieto. Cerchiamo allora di capire il significato di questo difficile brano, difficile perché usa un linguaggio che non è più il nostro.
Per descrivere un grande cambiamento, una trasformazione radicale del mondo, un intervento risolutore di Dio, la Bibbia è solita impiegare immagini impressionanti – le cosiddette immagini apocalittiche – molto usate dai predicatori e dagli scrittori del tempo di Gesù. Notiamo, anzitutto, che gli elementi menzionati (il sole, la luna, le stelle, le potenze dei cieli, il mare) sono gli stessi che compaiono nel racconto della creazione. Il libro della Genesi inizia con le parole: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso” (Gen 1,2). Nessuna luce, nessuna forma di vita, tutto era disordine e oscurità fino a quando Dio non intervenne con la sua parola. Poi comparvero il sole e la luna per segnare regolarmente i ritmi dei giorni, delle notti e delle stagioni. Il mare – immaginato dagli antichi come un mitico mostro – invadeva la terra, ma Dio “lo chiuse tra due porte… gli mise un chiavistello e disse: fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde” (Gb 38,8-11). Così si passò dal caos al cosmo e la terra divenne abitabile per uomini, animali e piante. Nel nostro brano si annuncia un movimento opposto: viene descritto un ritorno al caos primordiale. Si dice che le forze che mantengono l’ordine nell’universo vengono sconvolte, si regredisce alla situazione confusa, informe e buia che esisteva prima della creazione. Le immagini apocalittiche usate da Gesù non si riferiscono a esplosioni di astri, a scontri catastrofici di stelle e pianeti, ma parlano di ciò che accade oggi. È nel nostro mondo che diviene impossibile vivere: si commettono soprusi e ingiustizie, ci sono odio, violenze, guerre, condizioni disumane, la natura stessa viene distrutta dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse ed anche i ritmi dei tempi e delle stagioni non sono più regolari. Angosciati gli uomini si chiedono: cosa accadrà? Dove andremo a finire? Ecco la paura. Di fronte al male che li sovrasta e che non riescono a controllare gli uomini sanno solo spaventarsi e tremare: “Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra” – dice il Vangelo di oggi (v.26). È il terrore che gli uomini provano di fronte ai disastri che hanno provocato con il rifiuto di ogni legge etica, con il disprezzo dei valori più sacri, con la perdita di tutti i punti di riferimento morale. La storia dell’umanità è dunque avviata verso una ineluttabile catastrofe? No – assicura Gesù (ed è questo il messaggio centrale del brano) – ma piuttosto verso una nuova creazione. Ove si scorgono segni del disordine provocato dal peccato, lì va atteso il Figlio dell’uomo con potenza e gloria grande. La sua forza farà nascere dal caos un mondo nuovo (v.27). Il pericolo da cui Gesù vuole mettere in guardia è la paura e lo scoraggiamento di fronte al male. Egli invita ad aprire il cuore alla speranza: il mondo dominato dall’ingiustizia, dalla cattiveria, dall’egoismo, dall’arroganza è giunto alla fine e ne è già spuntato uno nuovo.
Che fare nell’attesa? (v. 28). Anche se il caos che ancora esiste è spaventoso, il discepolo non si abbatte. Non si china come gli altri uomini piegati dall’angoscia, “tramortiti dalla paura”. Si alza e leva il capo. Non si aspetta un intervento prodigioso di Dio, non si culla nella vana speranza che qualcosa possa improvvisamente cambiare per qualche inattesa coincidenza preordinata dal cielo. Il mondo nuovo può nascere da qualunque situazione caotica, basta lasciare operare la parola di Dio, come è accaduto all’inizio della creazione. Quante persone vediamo camminare “curve”, oppresse dal dolore e dalle disavventure, rattrappite dalla paura. Non hanno la forza di risollevare il capo perché hanno perso ogni speranza: la moglie abbandonata dal marito, i genitori delusi dalle scelte dei figli, il professionista rovinato dall’invidia dei colleghi, gli uomini vittime dell’odio e della violenza, le persone che si sentono in balia dei loro istinti... Il Vangelo di oggi invita tutti a “levare il capo”. Non c’è caos da cui Dio non possa ricavare un mondo nuovo e meraviglioso. Questo mondo nasce nell’istante stesso in cui si permette a Dio di realizzare il suo Avvento nella nostra vita.
Di fronte alle forze del male che sembrano sempre avere la meglio, oltre allo scoraggiamento c’è il pericolo della fuga, della ricerca di palliativi, delle soluzioni fasulle (vv.34-35). Luca – che forse ha sott’occhio il comportamento di alcuni cristiani delle sue comunità – li elenca in modo crudo. Accenna anzitutto alle crapule, alle sbevazzate. Sono il simbolo di tutte le dissolutezze, di tutte le evasioni e le dissipazioni mediante le quali cerchiamo di anestetizzare le delusioni e i fallimenti. Queste evasioni sono “un laccio” (v.35), una trappola in cui molte persone cadono, restano impigliate senza riuscire più ad andare incontro al Signore che viene.
Come rimanere svegli, attenti, pronti a cogliere il momento e il luogo in cui il Signore viene? È molto facile confondersi, ingannarsi, aspettarlo dove egli non viene e precludergli invece la strada dove egli desidera entrare (nelle nostre cattive abitudini, nel nostro attaccamento ai beni di questo mondo, nei nostri progetti di grandezza…). C’è un solo modo per rimanere vigilanti: pregare (v.36). La preghiera – dice Gesù – avrà due effetti: darà la forza di “sfuggire a tutte quelle cose che stanno per accadere”, cioè, ci farà vedere con lo sguardo di Dio tutti gli avvenimenti e impedirà che veniamo colti dalla paura. Nulla ci spaventerà perché sapremo cogliere in ogni evento – lieto, triste e anche drammatico – il Signore che viene, che viene per farci crescere, per farci maturare, per avvicinarci a lui. La preghiera ci permetterà anche di stare in piedi, cioè, di attendere senza timore il Figlio dell’uomo. Ci renderà pronti ad accoglierlo e a partire con lui verso quegli spazi di libertà dove egli ci vuole condurre. È la preghiera che libera dalla mentalità corrotta di questo mondo, che fa assaporare e gustare il giudizio di Dio sulla storia e che avvicina all’uomo.11月22日 Riconciliazione - Il quadro
C'è una prospettiva che sempre più si allarga. Le figure sono contenute in un grande triangolo. In alto domina una croce. E spoglia. C'è una persona luminosa. Ha il cuore aperto che pare una fonte. Allarga le braccia quasi per stringere l'universo intero. Più in basso c'è un cerchio di persone. Tutte ripetono il gesto di allargare le braccia. Resta aperto uno spazio per chiunque voglia entrare. Le persone sembrano li pronte per iniziare una festa.
Il messaggio La parte alta del quadro rappresenta la scena narrata in Gv 20,19-29. Nel primo giorno della settimana viene Gesù. Si presenta ai suoi. Mostra le mani e il costato. Soffia su di loro. Dice «Pace!». Dalla sua morte, dalla sua risurrezione nasce una comunità di peccatori-perdonati. Stanno nel mondo con le braccia spalancate. Con l'annuncio dell'Evangelo, la celebrazione del Battesimo, della Riconciliazione, dell'Eucaristia fanno sperimentare ad ogni creatura la gioia che il Padre prova quando uno dei suoi figli «torna» a casa (Lc 15,11-32). Nella Confessione sono loro che «organizzano la festa», riabbracciano il «fratello», gli fanno gustare la «pace» dello Spirito Santo.
La Riconciliazione - G. VenturiLA RICONCILIAZIONE 1. RICONCILIARSI: PERCHE’ Esiste nella Chiesa un Sacramento detto della Riconciliazione o Penitenza; fino ad oggi lo si chiamava anche «Confessione». Perché questo Sacramento? Non è sufficiente, quando la frattura é avvenuta tra persone, riconciliarsi tra gli interessati? E se si tratta di offesa a Dio, perché ricorrere ad un sacerdote? Non basta rivolgersi a Dio direttamente senza la mediazione di un sacerdote? E poi è sempre utile perdonare?
2. LA LITURGIA DELLA PAROLA
Con i Sacramenti dell'iniziazione i cristiani si sono rivestiti di Cristo (Gal 3,27; Ef 4,1-32 ), sono divenuti «creature nuove» (2 Cor 5,17), «santi e immacolati» (Ef 1,4).
A noi battezzati…
Ma, nonostante il dono del Padre, siamo fragili e deboli, esposti continuamente al peccato, tanto che l'apostolo san Giovanni dice: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Gv 1,8). Per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo il Signore è sempre presente nella Chiesa, specialmente nel sacramento della Riconciliazione; in questo modo egli può raggiungere ogni uomo.
…la parola di Dio…
Con la sua parola - si legge nelle Premesse del nuovo Rito della Penitenza (RP n. 17 e 24) - Dio - illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, - lo chiama alla conversione, - gli infonde fiducia nella misericordia di Dio. Per questo è importante che ogni celebrazione - anche quella individuale - incominci con l'ascolto della parola di Dio.
…rivela il volto del Padre…
Nella celebre parabola del «Padre misericordioso» (Lc 15,11-32) e nelle altre della pecora e della dramma smarrita (Lc 15,
…ci fa riscoprire il peccato…
Davide scopre di avere peccato solo quando il profeta Natan, a nome di Dio, glielo rivela (2 Sam 12,1-13). Solo alla luce della parola di Dio e in particolare della sua misericordia noi scopriamo di essere peccatori. Il grande amore di Dio (ls 5,1-7; Os 11, 1-11; Ef 2, 1-10; 1 Gv 3,1-24; 4,16-21) ci rivela la pochezza del nostro. La presa di coscienza del suo meraviglioso progetto (Dt 30,15-30-, Ef 1,3-14) ci fa toccare con mano il nostro vuoto. La rivelazione della strada della vita che Dio ha tracciato per noi (Es 20,1.21; Dt 6.4-9; 30,15-20) ci guida a scoprire la strada della mole che stiamo percorrendo. La parola di Dio ci porta anche a renderci conto che il peccato è sempre contro Dio, anche quando noi compiamo dei gesti che sembrano non essere contro di lui, ma contro il prossimo. Chi uccide Abele – qualsiasi Abele – colpisce Dio.
…che solo Dio può perdonare
Poiché il peccato è sempre contro Dio, lui solo può perdonarci; da soli non possiamo salvarci. A. J. Heschel riporta la seguente parabola di Rabbi Nachman di Kossou: «Una cicogna era caduta nel fango e non riusciva più a liberare le zampe; le venne un'idea: utilizzare il suo lungo becco. Così ficcò il becco nel fango e, appoggiandosi tutta su di esso, riuscì a tirare fuori le zampe. Ma a che serviva? Le zampe erano fuori, ma il becco era rimasto conficcato. Allora la cicogna ebbe un'altra idea: conficcò le zampe nel fango e tirò fuori il becco. Ma a che serviva? Ora le gambe erano conficcate nel fango...». Questa cicogna, impossibilitata a liberarsi dal fango, è l'immagine eloquente della nostra incapacità a tirarci fuori dal male con le sole nostre forze. Lo sapevano bene i Farisei; quando essi sentirono che Gesù perdonava il paralitico, si domandarono: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7). San Paolo stesso, fedele a questa tradizione, dice guardando a se stesso: «Me sventurato! Chi mi libererà?» Rm 6,16-23). Ma per la sua nuova fede può dire con gioia: «Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!».
Ci chiama alla riconciliazione…
La parola dei profeti che risuona nell'assemblea Is 1,2-18; 5,1-7; 53,1-12; 55,1-11; Ger 2,1-13; Ez 3623-28) è un invito attuale a ritornare a Dio. Gesù, l'ultimo e il più grande dei profeti, che ha iniziato il suo ministero annunciando la riconciliazione, chiama alla conversione (Mt 3,1-12; 4,12-17); per questo infatti egli è venuto (Lc 19,1-10). Questo annuncio è il cuore del Vangelo; risuona continuamente per i singoli e per tutta la Chiesa. Con Gesù la riconciliazione è possibile. Egli lo afferma davanti al paralitico e ai farisei che gli stanno attorno: «Il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati» (Mc 2,10). Di fatto esercita questo potere divino più volte: «Ti sono rimessi i tuoi peccati!» dice al paralitico (Mc 2,1-12), alla peccatrice (Lc 7,36-50) e all'adultera (Gv 8,1-11). Per i contemporanei, questo suo potere e i gesti e le parole che lo accompagnavano era qualcosa di inaudito: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?» (Lc 7,50); «Non abbiamo mai visto nulla di simile!» (Mc 2,12).
…attraverso un Sacramento
Quelli che erano presenti allora e potevano incontrare Gesù, avevano la possibilità di essere riconciliati; ma per quelli che sono venuti dopo la sua vicenda terrena, quale possibilità ci sarebbe stata di ottenere il perdono da Dio? Perché tutti potessero essere partecipi del suo dono, il giorno di Pasqua Gesù dona ai suoi discepoli lo Spirito Santo e affida loro il ministero della riconciliazione: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi» (Gv 20,19-23).La RiconciliazioneLe due facce della riconciliazione
Cristo ha voluto che la sua Chiesa tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, sia il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione. Ha riassunto il suo pensiero nella preghiera che ha affidato ai discepoli e che siamo invitati a dire al termine della liturgia della Parola prima di accedere al rito della Riconciliazione: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». La Riconciliazione ha due momenti o facce, inscindibili tra loro: per la forza dello Spirito incomincia a tu per tu, tra i fratelli, e trova la sua espressione piena nella celebrazione sacramentale: la riconciliazione con Dio e con gli altri fratelli sono un unico evento (Mt 18,15-20.21-35). I gesti della riconciliazione quotidiana portano alla Riconciliazione sacramentale, e questa conduce e rimanda a quella (Mt 5,21-26).
3. LA LITURGIA DELLA RICONCILIAZIONE
Il nuovo Rito della Penitenza o Riconciliazione prevede tre forme di celebrazione: di singoli penitenti, di più penitenti con assoluzione individuale, di più penitenti con confessione e assoluzione generale. Noi fermiamo la nostra attenzione soprattutto sulla seconda forma.
Celebrare individualmente
La Riconciliazione di un singolo penitente evidenzia simbolicamente l'aspetto personalistico della Riconciliazione: - io sono accolto personalmente dal Signore - io sono responsabile del male che ho fatto e ho bisogno di essere perdonato - nella sua grande misericordia il Signore mi raggiunge, mi annuncia il suo perdono, mi rinnova interiormente.
Celebrare comunitariamente
Nella celebrazione comunitaria vengono resi simbolicamente, oltre che gli aspetti sopraccitati, anche quelli della solidarietà, che ci lega nel bene e nel male, e dell'aiuto reciproco che ci dobbiamo prestare per la riconciliazione. Nelle Premesse al rito leggiamo: «Per un arcano e misericordioso mistero della divina provvidenza, gli uomini sono uniti fra di loro da uno stretto rapporto soprannaturale, in forza del quale il peccato di uno solo reca danno a tutti, e a tutti porta beneficio la santità del singolo, e così la penitenza ha sempre come effetto la riconciliazione anche con i fratelli, che a causa del peccato sempre hanno subito un danno» (RP n. 5). La Riconciliazione avviene nella Chiesa - sia perché, per la presenza di Cristo, essa chiama, intercede, aiuta e induce al pentimento e diventa strumento di conversione e di assoluzione dei penitenti (RP n. 6) - sia perché è essa stessa che si presenta al Signore con il peso dei suoi peccati per essere riconciliata con lui (RP n. 3)
Viviamo questo cammino…
Il cammino della Riconciliazione può essere delineato in queste tappe:
Siamo accolti Iniziando la celebrazione della Riconciliazione, noi siamo consapevoli di essere stati cercati come la pecora smarrita, di essere attesi e accolti come il figlio prodigo (Lc 15). Siamo pure invitati a non crederci migliori (vedi il fratello maggiore della parabola) ed accogliere e gioire per la presenza degli altri. La parola di Dio ci raggiunge: quanto viene proclamato è rivolto a noi oggi e ci rivela quello che Dio vuole compiere e ci rende certi che la riconciliazione è possibile, in ogni situazione.
Scopriamo di essere peccatori La parola di Dio fa chiarezza dentro di noi, ci fa scoprire peccatori. Il ricordare quanto lui ha fatto nel passato e vuole compiere oggi suscita in noi il pentimento. Esprimiamo questo con l'esame di coscienza e il pentimento dei peccati.
Confessiamo insieme di essere peccatori All'invito di chi presiede confessiamo insieme davanti a Dio, ai fratelli e ai santi di essere peccatori “in pensieri, parole, opere e omissioni”. Chiediamo ai fratelli e ai santi di unirsi nella nostra preghiera. In una successiva preghiera litanica domandiamo perdono, richiamando alla memoria tutti i gesti di misericordia di Dio. La nostra preghiera culmina giustamente con il Padre nostro, modello di preghiera di ogni peccatore pentito. Tutto questo è espresso nella forma rituale della Confessione generale.
Manifestiamo individualmente i peccati Dopo questa presa di coscienza comune ci rechiamo singolarmente dal ministro e in ginocchio manifestiamo i nostri peccati. Ci affidiamo a Dio e ci lasciamo riconciliare da lui attraverso la mediazione del sacerdote. Da sottolineare – proprio per rispondere alle domande fatte all'inizio – che proprio la presenza simbolica di Cristo nel sacerdote rende possibile e attuale la nostra riconciliazione. In segno della nostra volontà di cambiare vita accettiamo di compiere alcune opere che manifestino il nuovo stile di vita (la penitenza o soddisfazione).
Accogliamo il perdono di Dio Il sacerdote impone le mani su ciascuno: in questo gesto noi vediamo il Padre, che accoglie il figlio che ritorna a lui, il Cristo che ci tocca e guarisce facendoci passare da morte a vita, lo Spirito di Pasqua che si posa su di noi e ci ricrea. Dio riprende in mano la nostra vita e ci rinnova, come avevamo chiesto nella preghiera con il salmo 50: «Crea in me uno spirito nuovo». Questo gesto fondamentale è accompagnato da una preghiera che invoca per noi, dalle Tre Persone divine, «il perdono e la pace» e dichiara la remissione dei peccati. Riceviamo l'assoluzione. In questo modo noi rientriamo in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, grazie alla croce di Cristo, simboleggiata dal segno di croce che il sacerdote fa e che noi tracciamo su noi stessi.
Ci rialziamo, lodiamo Dio come segno della nuova vita e del nostro risorgere, ci alziamo in piedi, accogliamo l'invito di Gesù al paralitico: «Alzati e cammina». Camminiamo rientrando nella comunità-Chiesa per lodare Dio per l'opera compiuta in noi. Ci incamminiamo verso il mondo, riconciliati e capaci dì riconciliazione. Nella festa di Cristo Re"Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te?". Testi di san Josemaría in occasione della festa di Cristo Re (23 novembre, ultima domenica dell’anno liturgico). 11月21日 Santa Maria Regina della PaceIn questo giorno così particolare, mentre ricordiamo nella preghiera le sorelle claustrali, eleviamo lo sguardo tenero e fiducioso a Maria SS certi di non essere messi da un lato ma presi in grande considerazione... Auguri per la conclusione dell'Anno Liturgico... Santa Maria! Regina della Pace! Madre misericordiosa! Madre degli uomini e dei popoli! Tu che conosci tutte le nostre sofferenze e le nostre speranze, tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al tuo Cuore. Abbraccia con amore di Madre e di serva del Signore, questo nostro mondo umano, che ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. Dona a tutti la Pace, la vera pace di Cristo. Ascoltaci, o Madre mediatrice di Pace. don Marino Gobbin 11月18日 Cristo ReSignore nostro Gesù Cristo, Tu sei il Re dell'Universo, il centro del cosmo e della storia. Tutto è stato creato per te. Tu sei il primogenito di tutta la creazione. Sei la perfetta rivelazione del Padre. Sei fratello e amico degli uomini. Tu sei la luce che illumina le tenebre. Sei la vita che trionfa della morte. Sei il nostro Redentore e il nostro Liberatore. Noi vogliamo che la tua Regalità d'amore risplenda nella Chiesa e nel mondo. Per questo ti promettiamo di essere fedeli alle promesse del Battesimo e all’impegno della testimonianza nel mondo. Amen. (O.R.)
A conclusione dell’anno liturgico l’abbraccio di Cristo re dell’universo G. Venturi 11月16日 XXXIV DOMENICA DEL TEMPO COMUNE
Testo preso dal libro del biblista Fernando Armellini Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità Anno B Ed. Messaggero, Padova, pp. 586-596
Il trionfo degli sconfitti
“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: Salve, re dei Giudei! E gli davano schiaffi” (Gv 19,1-3). Come mai Gesù non reagisce, come aveva fatto quando era stato colpito dal servo del sommo sacerdote (Gv 18,23)? L’intronizzazione di un re da burla era un gioco ben noto nell’antichità. Un prigioniero che dopo alcuni giorni doveva essere giustiziato veniva rivestito delle insegne regali e trattato da imperatore. Uno scherno crudele, messo in atto anche nei confronti di Gesù. Nella scena descritta da Giovanni compaiono tutti gli elementi che caratterizzano l’intronizzazione di un imperatore: la corona, il mantello di porpora, le acclamazioni. È la parodia della regalità e Gesù la accetta perché dimostra nel modo più esplicito qual è il suo giudizio sulle ostentazioni di potere e sulla ricerca della gloria di questo mondo. Ambire a sedersi su un trono per ricevere onori e inchini è per lui una farsa anche se, purtroppo, è la più comune e grottesca commedia recitata dagli uomini. Nella scena conclusiva del processo (Gv 19,12-16), Pilato conduce fuori Gesù e lo pone a sedere su una tribuna elevata. È mezzogiorno e il sole è allo zenit quando di fronte a tutto il popolo Pilato, indicando Gesù coronato di spine e rivestito con il mantello di porpora, proclama: “Ecco il vostro re”. È il momento dell’intronizzazione, è la presentazione del sovrano del nuovo regno, del regno di Dio. Per i Giudei la proposta è tanto assurda da apparire provocatoria. Reagiscono furiosi con un rifiuto indignato: “Via, via, crocifiggilo!” (Gv 19,15). Un re così non lo vogliono nemmeno vedere, delude ogni attesa, è un insulto al buon senso. Gesù è lì, in alto, perché tutti lo possano contemplare, illuminato dal sole che brilla in tutto il suo splendore; è in silenzio, non aggiunge una parola perché ha già spiegato tutto. Attende che ognuno si pronunci e faccia la sua scelta. Si può puntare sulle grandezze, sulle regalità di questo mondo oppure seguire lui, rinunciando a tutti i beni e preferendo la sconfitta per amore. Da questa scelta dipendono la riuscita o il fallimento di una vita.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Regna con Cristo chi diviene con lui servo dei fratelli”.
Prima Lettura (Dn 7,13-14)
13 Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, 14 che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto.
Il capitolo dal quale sono tratti i due versetti della lettura si apre con una drammatica visione notturna. Dall’oceano che, nell’antico Medio Oriente, era il simbolo del mondo ostile e del caos, emergono quattro enormi belve: un leone, un orso, un leopardo e una quarta bestia spaventosa, terribile, dalla forza eccezionale; stritola ogni cosa con i suoi denti di ferro (Dn 7,2-8). Il linguaggio e le immagini sono apocalittiche; i riferimenti e le allusioni alla storia dei popoli vanno capiti. Il simbolismo delle quattro fiere è spiegato dall’autore stesso (Dn 7,17-27). Rappresentano i quattro grandi imperi che si sono succeduti e che hanno oppresso il popolo di Dio. Il leone indica il regno sanguinario di Babilonia, la maledetta; l’orso è l’immagine del popolo della Media, vorace e sempre pronto ad aggredire; il leopardo con quattro teste è il simbolo dei persiani che scrutano in ogni direzione in cerca di preda; la quarta bestia, la più spaventosa, raffigura il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, i diadochi. Di questi, uno si presenta particolarmente sinistro, Antioco IV, il persecutore dei santi fedeli alla legge di Dio. Egli detiene il potere proprio nel tempo in cui è scritto il libro di Daniele. La storia d’Israele è stata un susseguirsi di regni crudeli e impietosi con i deboli. Hanno violato i diritti dei popoli e si sono imposti con la violenza e la sopraffazione, si sono comportati da bestie. Il mondo sarà sempre vittima di dominatori arroganti che fanno della forza il loro dio? Il Signore assisterà indifferente all’oppressione del suo popolo? Al veggente è dato contemplare un’altra scena grandiosa: in cielo vengono collocati dei troni e un vegliardo, che rappresenta lo stesso Dio, si asside per il giudizio e pronuncia la sentenza: alle bestie viene tolto il potere e l’ultima viene uccisa, fatta a pezzi e gettata nel fuoco (Dn 7,9-12). Poi cosa accade? È a questo punto che si inserisce il brano della nostra lettura. Daniele continua la sua rivelazione: “Guardando nelle visioni notturne, ecco apparire, con le nubi del cielo, uno simile ad un figlio d’uomo” al quale il vegliardo, Dio, affida il potere, la gloria ed il regno. Figlio d’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo. Dopo tante bestie, ecco finalmente comparire un uomo. L’uomo è immagine di Dio e la sua vocazione è quella di dominare gli animali (Gn 1,28; Sl 8,7-9). Chi è costui? Chi rappresenta? Non viene dal mare come i quattro mostri, ma dal cielo, cioè da Dio. L’autore del libro di Daniele non si riferiva a un singolo individuo, ma a Israele che, dopo la grande tribolazione affrontata sotto Antioco IV, avrebbe ricevuto da Dio un regno eterno, un regno che non sarebbe mai tramontato. Tutti gli altri popoli gli sarebbero stati sottomessi, senza essere oppressi, perché il suo re avrebbe avuto un cuore d’uomo. Con questa profezia, scritta durante la persecuzione dell’empio Antioco IV (167-164 a.C.), l’autore voleva infondere coraggio e speranza nelle persone pie del suo popolo. L’oppressione era ormai alla fine; ancora pochi anni e Dio avrebbe consegnato a Israele il dominio del mondo. Quando si è compiuta questa profezia? Dopo due o tre anni, Israele conquistò infatti l’indipendenza politica. Era dunque giunto il regno del “figlio d’uomo”? Come sempre accade quando l’autorità è intesa come potere e dominio, anche i nuovi liberatori, i Maccabei, si trasformarono presto in oppressori e sfruttatori. La profezia si è compiuta solo con l’avvento di Gesù, il “figlio d’uomo” che ha dato inizio al regno dei santi dell’Altissimo (Mc 14,62). Tutti i regni che si sono susseguiti prima di lui si sono ispirati al medesimo brutale principio: la competizione. Il forte ha soggiogato il debole, il ricco si è imposto al povero, il più capace ha asservito il meno dotato. Nuovi dominatori si sono installati al posto dei loro predecessori, senza rendere più umana la convivenza dei popoli, anzi peggiorandola, perché pensieri e sentimenti rimanevano identici: voracità, crudeltà e sopraffazione. Gesù ha interrotto per sempre il susseguirsi di questi imperi feroci, ha capovolto i valori ponendo al vertice non il potere, ma il servizio. Ha introdotto un criterio nuovo, quello del cuore d’uomo, che è l’opposto del cuore crudele delle belve. Raccontavano i rabbini che, in una notte oscura, un uomo accese una lampada, ma il vento la spense. La accese una seconda volta e poi una terza, ma di nuovo fu spenta. Allora disse: aspetterò che sorga il sole. Allo stesso modo Israele fu salvato dall’Egitto, ma la sua libertà fu spenta dai babilonesi; venne salvato di nuovo, ma fu subito oppresso dai medi, dai persiani e dai greci. Allora disse: attenderò il sole, il regno del messia. Gli ebrei stanno ancora aspettando che sorga questa luce. Anche noi la attendiamo perché ancora non brilla in tutto il suo splendore, ma sappiamo che è già sorta: è Gesù di Nazareth, il cui regno “è come la luce dell’alba, che va aumentando in splendore fino a quando è giorno pieno” (Pr 4,18).
Seconda Lettura (Ap 1,5-8)
5 Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6 che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. 7 Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! 8 Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Da Patmos, una minuscola isola dell’Egeo, un cristiano esiliato “a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù Cristo” (Ap 1,9) scrive a sette chiese dell’Asia Minore, scosse dalla persecuzione scatenata da Domiziano, per esortarle alla perseveranza nella fede. Il nostro brano, tolto dal prologo delle sette lettere che costiuiscono la prima parte del libro dell’Apocalisse, esordisce con un riferimento a Gesù cui sono attribuiti quattro titoli significativi: Cristo, testimone fedele, primogenito dei morti, principe dei re della terra (v. 5). Oggi ci interessa soprattutto l’ultimo, principe dei re della terra, perché è l’invito a valutare con occhi nuovi la storia del mondo. Tutti guardavano all’imperatore di Roma come all’arbitro dei destini dei popoli, all’uomo onnipotente che si spacciava per dio e riempiva delle sue statue tutto l’impero. Invece non era lui a reggere le sorti del mondo: egli era sottoposto a un sovrano superiore, a Cristo cui il Padre aveva consegnato il regno che nessuno mai potrà distruggere. La potenza di un impero si valuta anzitutto dalle dimensioni del territorio su cui si estende. Il regno di Cristo non occupa alcuno spazio geografico, non si basa su dimostrazioni di forza e non consiste nel dominio. I membri di questo regno non sono né soldati, né schiavi, né sudditi, ma sacerdoti (v. 6) chiamati a offrire, con la loro vita, sacrifici graditi a Dio, cioè opere di amore. È questo l’unico ordine che ricevono dal loro re. Ogni gesto di generosità che compiono è un esercizio del loro sacerdozio. Quando sono perseguitati a causa della loro fedeltà al vangelo, offrono a Dio il più gradito dei sacrifici: l’amore eroico verso quegli stessi carnefici che li fanno ingiustamente soffrire e li mettono a morte. L’autore invita le comunità cristiane dell’Asia Minore, inclini a scoraggiarsi a causa della persecuzione, a puntare lo sguardo verso il Signore che viene (v. 7). La sua vittoria è assicurata e ognuno la vedrà, anche se il suo trionfo non sarà di quelli che gli uomini si attendono: non umilierà i suoi nemici, non condannerà coloro che lo hanno trafitto, ma li vincerà convertendo il loro cuore. Tutti riconosceranno il loro peccato e si convertiranno al suo amore. È questa l’unica vittoria che le comunità cristiane devono attendersi. Alla fine del brano (v. 8) Dio appone la sua firma alle affermazioni del veggente dell’Apocalisse, presentandosi come l’Alfa e l’Omega. L’immagine della prima e dell’ultima lettera dell’alfabeto greco è una felice trasposizione nella cultura ellenistica dell’affermazione biblica: “Io sono il primo e l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi” (Is 44, 6). La storia del mondo è una vicenda intermedia: tutto parte da Dio e tutto ritorna a lui. Ai suoi occhi il potere degli imperatori di Roma è un breve interludio, anche se ai cristiani pare tanto doloroso e interminabile.
Vangelo (Gv 18,33-37)
In quel tempo 33 disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei giudei?”. 34 Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. 35 Pilato rispose: “Sono io forse giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. 36 Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. 37 Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.
Nella parte più alta della città di Gerusalemme, in quello che era stato il palazzo del re Erode il grande, Pilato aveva stabilito il suo pretorio. Lì, all’alba della vigilia della Pasqua ebraica, i giudei condussero Gesù con l’accusa di essere un malfattore. È all’interno di questo pretorio che ha luogo il dialogo riferito nel nostro brano. La questione che viene formulata fin dalla prima domanda che il procuratore rivolge a Gesù è delle più delicate: “Tu sei il re dei giudei?”. Da quando nel 63 a.C. Pompeo aveva conquistato Gerusalemme e assoggettato la Giudea al dominio romano, nelle sinagoghe si era cominciato a recitare un salmo, composto da un rabbino imbevuto del pensiero biblico: “Signore, tu sei nostro re. La regalità del nostro Dio è eterna su tutte le nazioni. Tu hai scelto Davide come re d’Israele e hai giurato che la sua discendenza non si sarebbe mai estinta davanti a te. Ora, a causa dei nostri peccati, i peccatori si sono innalzati contro di noi. Guarda, Signore, e suscita un figlio di Davide, nel tempo che tu hai stabilito, per regnare su Israele” (PsSal 17). Era un esplicito rifiuto della potenza straniera. Velleitari tentativi di rimettere in discussione il potere romano erano stati abbozzati fin dal 4 a.C., dopo la morte di Erode. In Perea si era ribellato Simone, uno schiavo di corte che, dopo aver incendiato i palazzi di Gerico, aveva fatto scorrerie in tutto il regno. In Giudea, Atronge, un pastore dalla statura gigantesca aveva inflitto pesanti perdite all’esercito romano. Infine, al tempo del censimento di Quirino (6 d.C.), Giuda il galileo, ricordato anche nel libro degli Atti (At 5,37), aveva iniziato un’altra sedizione a Sefforis, vicino a Nazaret, incitando il popolo a non pagare il tributo a Cesare. Tutte queste rivolte erano state soffocate nel sangue. Così, dal 6 al 36 d.C., la Giudea conobbe un periodo di tranquillità sotto l’autorità dei prefetti di Roma. I movimenti rivoluzionari, fra i quali il celebre partito degli zeloti, comparvero solo in seguito, verso la metà degli anni 40 d.C., quando Roma compì l’insensatezza di inviare in Palestina procuratori crudeli e corrotti. Anche in un periodo di relativa calma come quello in cui governò Pilato (26-36 d.C.), l’accusa di risvegliare sopite speranze nazionaliste e il sospetto di voler restaurare la monarchia davidica risultavano estremamente pericolosi. In questo contesto storico va collocato il dialogo sulla regalità intercorso fra Gesù e Pilato. La prima domanda del procuratore – Tu sei il re dei giudei? – mira a puntualizzare l’accusa e rivela la perplessità di Pilato che si ritrova davanti un uomo solo, disarmato, senza soldati che lo possano difendere, che è stato abbandonato dai suoi stessi amici e schiaffeggiato da un servo di Anna. Non pare proprio il tipo capace di mettere in pericolo il potere di Roma. Gesù risponde con una controdomanda, per costringere il procuratore a prendersi le sue responsabilità: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”, cioè: hai qualche ragione per ritenermi un sedizioso, oppure stai dando retta a chiacchiere? Non ti è stata riferita la mia reazione al tentativo di un mio discepolo di mettere mano alla spada (Gv 18,10-11)? La replica di Pilato è quasi risentita: “Sono io forse giudeo?”, cioè: io sono un funzionario romano e amministro la giustizia in modo autonomo. Poi continua: “La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?” (v. 35). È a questo punto che il tema della regalità di Cristo entra nel vivo. Gesù cerca di aiutare il procuratore a capire: “Il mio regno non è di questo mondo” (v. 36). Pilato conosce solo i regni di questo mondo. Se qualcuno gli parla del regno di Tiberio, subito pensa all’immenso territorio sul quale l’imperatore estende il suo dominio, oppure al tempo, agli anni in cui ha regnato, oppure ancora all’autorità sovrana che egli esercita. Ha in mente anche le caratteristiche ben definite dei regni di questo mondo: sono portati avanti da uomini mossi dall’ambizione, si basano sull’uso della forza e del denaro, vanno difesi con le armi, il forte si impone e comanda e i sudditi devono stare sottomessi e obbedire. Quello di Gesù non ha nulla in comune con questi regni. Egli non uccide nessuno, va lui a morire; non comanda sugli altri, obbedisce; non si allea con i grandi e i potenti, si mette dalla parte degli ultimi, di coloro che non contano nulla. Per gli uomini possedere, conquistare, sterminare sono segni di forza, per Gesù sono indici di debolezza e di sconfitta. Per lui grande è colui che serve. Pilato non capisce di che cosa Gesù stia parlando; riesce solo a fargli una domanda generica: “Dunque tu sei re?” (v. 37). Gesù ha sempre reagito con durezza con chi ha tentato di farlo aderire a una regalità di questo mondo; fin dall’inizio l’ha considerata una proposta diabolica (Mt 4,8-10). Ha deluso le attese messianiche dei suoi discepoli, è fuggito quando il popolo lo voleva proclamare re (Gv 6,15). Ora invece che è sconfitto e ha le ore contate, ora che non c’è più alcuna possibilità di equivoco, di fronte al rappresentante del mondo pagano, proclama solennemente: “Sì, sono re”. Poi spiega: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (v. 37). Non per insegnare delle verità, come facevano i saggi, ma per testimoniare la verità. Per i filosofi greci la verità era la scoperta dell’essenza delle cose, indicava la caduta di ogni velo, di ogni segreto sul senso del loro esistere. Legata a questa verità filosofica c’era la verità storica che consisteva nel raccontare in modo oggettivo, nel riferire i fatti esattamente com’erano accaduti. Diverso è il modo di intendere la verità da parte degli ebrei. Nella Bibbia verità è fedeltà alla parola data, è stabilità e perseveranza, è ciò o è colui di cui ci si può fidare. Dio è verità perché non si smentisce mai, mantiene le promesse fatte, è animato da un amore che nulla e nessuno riuscirà mai a incrinare (Es 34,6). Per un ebreo la verità non è qualcosa di logico, ma di concreto, è ciò che avviene nella storia. Per consolare e illuminare il veggente del libro di Daniele, turbato dagli eventi drammatici della storia del suo popolo, il Signore gli rivela ciò che è scritto nel “libro della verità” (Dn 10,21). È un’immagine per indicare che Dio gli ha manifestato il progetto di salvezza che sta per mettere in atto. Verità sono i disegni di amore del Signore; conoscere la verità significa capire questi disegni e lasciarsi coinvolgere nella loro realizzazione. Gesù è venuto a rendere testimonianza alla verità, perché incarna il progetto di Dio, lo porta a compimento, per questo è la verità (Gv 14,6). Con la sua presenza nel mondo, con tutta la sua vita spesa per amore, dimostra la fedeltà del Signore al suo patto con l’uomo. Ora dovrebbero risultare più chiare molte espressioni usate da Giovanni. Fare la verità (Gv 3,21) e camminare nella verità (2 Gv 4) indicano l’adesione a Cristo con tutta la propria vita; lo Spirito della verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13) è l’impulso divino che, dopo aver introdotto nel progetto di Dio, dà la forza di mantenersi fedeli; la verità rende liberi (Gv 8,32) perché solo chi conduce una vita conforme al vangelo è realmente libero, chi se ne scosta diviene schiavo delle proprie passioni e dei propri idoli. Gesù conclude la spiegazione sul suo regno dichiarando: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (v. 37) e Pilato, che capisce sempre meno, gli risponde: “Cos’è questa storia della verità?”. Al procuratore non interessa la persona di Gesù, ma sapere se costituisce o no una minaccia per il potere di Roma. È refrattario al progetto di Dio, pensa al regno di questo mondo, non alla verità. Insensibile alla voce di Gesù e stanco di udire parole per lui senza senso, interrompe il dialogo. È il simbolo del mondo incredulo che si rifiuta di ascoltare la parola di verità: non trova in essa alcun motivo di condanna, ma non ha il coraggio di prendere posizione e finisce per cedere a scelte di morte. Non è però sulla decisione del procuratore romano di consegnare Gesù per essere crocifisso che cala il sipario sul dramma della regalità. Sul patibolo Pilato fece porre un’iscrizione in tre lingue: in ebraico, latino e greco, perché fosse letta e capita da tutti: “Gesù il nazareno, il re dei giudei” (Gv 19,19). Senza rendersene conto, il rappresentante del più potente regno di questo mondo riconosceva, in modo ufficiale, la regalità di Gesù. Quando i sommi sacerdoti protestarono chiedendogli che la rettificasse, dichiarò che quella dichiarazione era irreversibile: “Ciò che ho scritto rimane scritto” (Gv 19,22). Lui, il depositario dell’autorità dell’imperatore, non la poteva modificare: la vittoria degli sconfitti era iniziata con il loro re innalzato sulla croce. Nessun regno di questo mondo era ormai più in grado di arrestarne l’avanzata. Questa è stata la grande sorpresa di Dio. 11月9日 XXXIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNETesto preso dal libro del biblista Fernando Armellini Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità Anno B Ed. Messaggero, Padova, pp. 577-585
Più rigido è l’inverno, più ricca di frutti è la nuova stagione
Nel mondo si registrano progressi scientifici e tecnologici, cresce la sensibilità ai valori superiori, ma suscitano inquietudine e sgomento le ingiustizie planetarie, le guerre, i rivolgimenti politici, economici e sociali. Crollano ideologie ritenute intramontabili, vengono meno le certezze, scompaiono dalla scena personaggi della politica, cade l’oblio su atleti e divi dello spettacolo non appena si spengono i riflettori e le cineprese che li inquadrano. Tutto è rimesso in discussione. Persino i dogmi sono riletti e reinterpretati; certe pratiche religiose che parevano indispensabili e insostituibili si rivelano vecchie e logore, hanno fatto il loro tempo e sono abbandonate. Di fronte a questi sconvolgimenti, qualcuno si ribella, qualche altro si rassegna, molti si scoraggiano e pensano che sia giunta la fine di tutto, anche della fede. Come valutare queste realtà? Come rapportarsi con gli eventi più allarmanti? Come lasciarsi coinvolgere nella storia del mondo: con angoscia e timore o con impegno e speranza? Gli affanni, i dolori, i gemiti dell’agonizzante preludono alla morte imminente, le doglie di una partoriente annunciano l’inizio di una nuova vita. Gesù ha indicato la prospettiva giusta: “Quando tutte queste cose cominceranno ad accadere, alzate il capo, perché la vostra redenzione si sta avvicinando” (Lc 21,28). In un mondo che sembra condannato alla rovina dal suo stesso delirio di violenza, il non credente abbassa lo sguardo verso terra e si dispera, convinto che si stia approssimando la fine; il discepolo si mantiene saldo nella prova, alza il capo e in ogni grido di dolore percepisce il gemito del creato che “soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22). In tutto ciò che accade, coglie il preludio non della morte, ma di un lieto evento: la nascita di un’umanità nuova.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Le sorti del mondo sono nelle mani di Dio, per questo alzo lo sguardo”
Prima Lettura (Dn 12,1-3)
1 Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. 2 Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. 3 I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.
A partire dal II secolo a.C. si diffuse in Israele un movimento culturale, detto apocalittico, caratterizzato dall’interesse per la storia del mondo e dalla riflessione sul destino di tutti gli imperi. Gli apocalittici coltivavano la convinzione che gli eventi non volgessero al meglio, ma al peggio e che questo mondo fosse destinato, fra terribili convulsioni, alla morte e alla corruzione. Dalle sue ceneri Dio avrebbe poi fatto sorgere un mondo nuovo che sarebbe toccato in sorte ai pii. Sarebbe iniziata una nuova era, l’età dell’oro della mitologia greca, l’epoca di pace, benedizione e prosperità, in un regno governato direttamente dal Signore. Questo annuncio di gioia e di speranza, che costituisce il messaggio centrale della letteratura apocalittica, è comunicato dagli autori apocalittici attraverso un linguaggio oscuro e misterioso in cui tutto ha valore simbolico: i numeri, i colori, le bestie, i tipi di vestiti, le parti del corpo, i personaggi. Le loro rivelazioni sono trasmesse mediante visioni, allegorie e immagini che non vanno mai prese alla lettera (come fanno i testimoni di Geova), ma devono essere attentamente decodificate. L’uso di questo linguaggio ebbe il suo momento culminante al tempo di Gesù, non deve quindi destare meraviglia che anche il Maestro lo abbia impiegato e che lo si ritrovi in tutti i libri del Nuovo Testamento, non solo nell’ultimo che porta il nome di Apocalisse. Il libro di Daniele, dal quale è tratto il brano di oggi, è considerato il primo degli apocalittici. È stato scritto in un’epoca quanto mai travagliata per Israele, quella dello scontro fra la cultura ellenistica, imposta con la forza dal re Antioco IV, e le tradizioni patrie, sostenute dal movimento dei Maccabei. Questa lotta divenne il simbolo del duello fra le forze del bene e del male. Come tutti gli apocalittici, l’autore del libro di Daniele rivolge al popolo perseguitato e oppresso un invito a mantenersi saldo nella prova e annuncia un messaggio di speranza: il regno del male è giunto al termine e il regno celeste sta per sorgere. Il brano esordisce con un accenno alla grande angoscia in cui il popolo si dibatte, consapevole che, dal sorgere delle nazioni, non c’è mai stato un tempo più infelice (v. 1). Poi c’è l’annuncio dell’intervento del grande principe, Michele (v. 1). Si riteneva che il Signore avesse in cielo la sua corte costituita da angeli, chiamati “figli di Dio” (Dt 32,8) o anche “esercito del cielo” (Dt 4,19). A ognuno di loro era stato affidato un popolo con il compito di proteggerlo e di garantire la giustizia. Michele era l’angelo tutelare d’Israele ed era il simbolo delle forze del bene che lottano contro quelle del male. Nel libro di Daniele è già comparso come difensore del suo popolo in un conflitto con l’angelo tutelare della Persia (Dan 10,21). Siamo chiaramente di fronte a immagini che vanno decodificate per coglierne il significato. Michele significa “Chi è come Dio?”. La risposta è scontata: “Nessuno!”. Non c’è nessun altro che possa eguagliare il Signore, Dio d’Israele. Nella Bibbia ricorre spesso il richiamo: “Io, io sono il Signore, fuori di me non v’è salvatore” (Is 43,11; Os 13,4). Nessuno è in grado di condurre alla salvezza all’infuori di Dio e Israele ne ha fatto l’esperienza. Ogni volta che ha abbandonato il Signore e ha riposto la sua fiducia in altri dèi, immancabilmente ha decretato la propria rovina, si è ridotto in schiavitù, è stato deportato in esilio, ha avuto la sua terra devastata. Solo quando nel mondo avrà il sopravvento Michele, cioè, quando gli uomini, ripudieranno tutti gli idoli e si convinceranno che nessuno è come Dio, sorgerà il mondo nuovo. Con lo sguardo del profeta, il veggente del libro di Daniele scruta il futuro e scorge l’avvento della nuova era, quella in cui tutti gli dèi saranno annientati e il potere sarà consegnato al vero e unico Dio, simboleggiato nella figura di Michele. Il regno celeste apparirà, ma rimane irrisolto un enigma: che ne sarà di coloro che, per non tradire la loro fede, sono stati messi a morte dal persecutore? È questa la domanda che si pongono gli Israeliti che, nel II secolo a.C., subiscono le vessazioni di Antioco IV. Il veggente risponde: Tutti i giusti che dormono nella polvere della terra si risveglieranno e saranno partecipi della gioia del regno di Dio (v. 2) e coloro che hanno proclamato la verità e difeso la giustizia splenderanno come le stelle del cielo (v. 3). È questa la prima affermazione chiara della risurrezione che si trova nella Bibbia. Nessuna fatica sarà vana; nessuna lacrima, nessun dolore, nessun sacrificio andranno perduti.
Seconda Lettura (Eb 10,11-14)
11 Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. 12 Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, 13 aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. 14 Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
Fin dai tempi più remoti, il peccato ha provocato negli uomini un profondo turbamento interiore; la violazione delle norme morali è sempre stata motivo di angoscia e di inquietudine. Le malattie, le disgrazie, le calamità e la morte erano attribuite alla trasgressione delle disposizioni della divinità. Per liberarsi dalla contaminazione della colpa sono stati istituiti riti, si è fatto ricorso a bagni nei fiumi sacri, ad aspersioni con acqua o con sangue di animali. Israele ha ereditato molte di queste pratiche dalle tradizioni degli altri popoli. Nel tempio i sacerdoti offrivano continuamente sacrifici a Dio per espiare i peccati del popolo. Ma raggiungevano il loro obiettivo? No, risponde la lettura di oggi. La purificazione non poteva essere ottenuta perché il sangue degli animali non può rendere mondo il cuore dell’uomo (v. 11). Solo il sacrificio di Cristo è in grado di produrre questa purificazione. Offerto una volta per tutte, ha realmente liberato gli uomini dalle loro colpe (v. 12). Di fronte a questa chiara affermazione, viene da chiedersi come mai il peccato continui ad essere presente non soltanto fra i pagani, ma anche fra i cristiani? L’autore della Lettera agli ebrei dà la sua risposta: anche se la sorte di tutti i nemici del bene è già stata segnata, essi non sono ancora stati posti completamente sotto i piedi di Cristo (v. 13); bisogna attendere che la sua vittoria si manifesti in pienezza. Tuttavia chi è convinto che il male è già stato sconfitto dalla morte e risurrezione di Cristo non può angustiarsi, anche se è costretto ad ammettere che nel mondo continuano ad esistere miserie, malvagità e peccati. Chi si lascia prendere dal panico di fronte a un nemico già vinto dimostra di avere una fede molto fragile (vv. 14.18).
Vangelo (Mc 13,24-32)
Disse Gesù ai suoi discepoli: 24 “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore 25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27 Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. 28 Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; 29 così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. 30 In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32 Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”.
Quando Marco scrive questa pagina del suo vangelo, l’impero romano è sconvolto da guerre, pestilenze, calamità e carestie. Le comunità cristiane sono colpite dalla persecuzione e, profondamente turbate, non riescono più a cogliere il senso di ciò che sta accadendo. La situazione critica accende la fantasia di alcuni fanatici che, richiamandosi all’annuncio della distruzione del tempio di Gerusalemme fatta da Gesù, diffondono previsioni su un’imminente catastrofe, sulla fine di tutto il creato e sul ritorno di Cristo sulle nubi del cielo. L’equilibrio delle comunità è scosso e l’evangelista sente di dover intervenire. Per aiutare i cristiani a inquadrare gli eventi nella giusta prospettiva, inserisce nel suo libro un capitolo, il tredicesimo (che forse inizialmente non era stato programmato), in cui riferisce le parole illuminanti del Maestro su questo tema apocalittico. Richiama anzitutto la raccomandazione a non lasciarsi ingannare dai discorsi insensati di coloro che predicano l’imminente fine del mondo: “Fate attenzione, nessuno v’inganni! Quando sentirete parlare di guerre, non allarmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori” (Mc 13,5-8). Non sarà la fine, ma l’inizio dei dolori. Cosa c’è da attendersi: un ulteriore acutizzarsi del dolore? Una drammatica agonia del mondo, preludio alla morte del creato o una nuova nascita dopo il travaglio del parto? A questo interrogativo Marco risponde con le parole del Maestro riferiteci nel vangelo di oggi. Il brano si apre con le immagini tipiche della letteratura apocalittica: “Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte” (vv. 24-25). Tutti i popoli dell’antico Medio Oriente consideravano divinità gli astri del firmamento, ritenevano che da loro dipendessero gli eventi del mondo e che potessero favorire la vita o provocare sventure e calamità, per questo offrivano loro preghiere e sacrifici. Mosè aveva raccomandato al suo popolo: “Alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito del cielo, tu non ti lascerai indurre a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore tuo Dio ha abbandonato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli” (Dt 4,19). I profeti avevano severamente condannato l’adorazione degli astri, dèi ingannevoli, idoli che attiravano lo sguardo stupito dell’uomo e gli facevano piegare le ginocchia in adorazione. Ne avevano annunciato lo spegnimento e assicurato la caduta: “Le stelle del cielo e la costellazione di Orione non daranno più la loro luce, il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce”; “Tutta la milizia celeste si dissolverà, tutti i loro astri cadranno come cade il pampino della vite, come le foglie avvizzite del fico” (Is 13,10; 34,4). Non erano presagi di sventura, ma oracoli destinati a infondere gioia e speranza. Isaia non intendeva affermare che le forze cosmiche sarebbero state sconvolte, ma che il mondo pagano, rappresentato da questi astri, sarebbe stato annientato e gli uomini non sarebbero più stati asserviti agli idoli. Gesù riprende queste immagini non per spaventare i discepoli, ma per consolarli. Le pestilenze, le carestie, le violenze e le persecuzioni con cui si devono confrontare sono segni di un mondo ancora dominato dal maligno, tuttavia la fine di questa realtà penosa è già stata decretata e il suo declino è iniziato. Immediatamente dopo l’eclissi di questi idoli oppressori, ecco apparire, con le nubi del cielo e con grande potenza e gloria, il Figlio dell’uomo per instaurare il regno (v. 26). Fuori di metafora: ogni idolo che crolla segna un ripiegamento del maligno e un passo avanti del regno di Dio; ogni luce ingannevole che si spegne è una vittoria dell’umano sul disumano. A questo punto Gesù introduce una nuova immagine apocalittica: il Figlio dell’uomo “manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo” (v. 27). Pare il preludio alla scena del giudizio finale descritta nel vangelo di Matteo. Si rimane quasi col fiato sospeso, nell’attesa che Gesù continui: “E il Figlio dell’uomo separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri…” (Mt 25,31-46). Il senso dell’immagine degli angeli che riuniscono gli eletti dai quattro venti è completamente diverso. Non è l’annuncio di un giudizio, non c’è accenno ad alcun castigo; il messaggio è tutt’altro che minaccioso, è la risposta consolante data da Marco alle sue comunità che stanno attraversando un momento drammatico. Sono perseguitate e subiscono angherie, molti cristiani sono messi a morte e purtroppo fra di loro ci sono – e questo è l’aspetto più doloroso della vicenda – anche discordie e divisioni; c’è perfino chi tradisce i fratelli di fede, li denuncia e li accusa di fronte ai tribunali pagani. Sono lontani i tempi i cui i discepoli “erano un cuore solo ed un’anima sola” (At 4,32), ora si sentono in balía delle forze del male, come foglie sbattute lontano da venti impetuosi (Is 64,5), sono sconvolti e incapaci di reagire. A questi cristiani tentati di lasciare cadere le braccia, Marco ricorda la promessa fatta da Gesù: il Figlio dell’uomo non permetterà che vengano dispersi; attraverso i suoi angeli li riunirà dai quattro venti – simbolo dei quattro punti cardinali – quindi li riunirà da tutta la terra. L’immagine è biblica, ricorre già sulla bocca di Mosè: “Il Signore tuo Dio farà tornare i tuoi deportati, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo da tutti i popoli. Quand’anche i tuoi esuli fossero all’estremità dei cieli, di là il Signore tuo Dio ti raccoglierà e di là ti riprenderà” (Dt 30,3-4). La riunione dei discepoli non sarà in vista della resa dei conti, ma per la salvezza. Gli angeli vanno identificati in base ai riferimenti biblici. Il termine angelo non designa necessariamente un essere spirituale, come in genere viene immaginato; indica ogni mediatore della salvezza di Dio; è applicato nella Bibbia a chiunque divenga strumento nelle mani del Signore in favore l’uomo. Mosè che ha guidato Israele nel deserto è chiamato “angelo” (Es 23,20.23), il Battista è presentato all’inizio del vangelo di Marco come un “angelo” (Mc 1,2). Angeli del Signore sono tutti coloro che collaborano con il piano di Dio. La salvezza dei fratelli dalla defezione dalla fede e dalla dispersione non avviene per un intervento portentoso del Signore, ma attraverso la mediazione di angeli, i discepoli che, nel momento della prova, hanno saputo mantenersi saldi nella fede. Sono loro gli angeli incaricati di ricondurre i fratelli nell’unità della chiesa. Il messaggio è dunque di gioia e di speranza: neppure uno degli eletti verrà dimenticato, nessuno andrà perduto. La suggestiva immagine del temporale violento, che impaurisce e disperde i pulcini, e della chioccia che li richiama a sé e li mette al sicuro sotto le sue ali (Mt 23,37) è forse la migliore illustrazione di questo messaggio.
La seconda parte del brano (vv. 28-32) risponde alla domanda che sorge spontanea dopo aver udito il consolante annuncio che il regno del male è giunto alla fine e che il figlio dell’uomo radunerà gli eletti nel suo regno: quando accadrà questo? L’umanità è stanca di soffrire, di sopportare i soprusi dei malvagi, di verificare che il male continua a imperversare nel mondo e in ogni uomo. La risposta viene data con l’immagine del fico (v. 28), l’ultimo fra gli alberi a mettere le foglie. Quando queste cominciano a spuntare, il contadino sente che si sta avvicinando l’estate e gioisce pensando agli abbondanti raccolti. Solo il Padre e nessun altro conosce il giorno e l’ora in cui il regno di Dio avrà il suo pieno compimento (v. 32). Tuttavia ci sono dei segni evidenti che mostrano che il momento decisivo si sta avvicinando. I cristiani coltivano la sensibilità e lo sguardo attento dell’agricoltore che sa cogliere in tutto ciò che accade i segni della nuova stagione.11月8日 Icona - Ordine sacroAffrontiamo, in questa settima scheda, l'Ordine Sacro. Lo vediamo intimamente unito alla Pasqua del Cristo e all'Eucaristia. Ci fa da guida un quadro. Ne evidenziamo gli elementi. Ne facciamo emergere il senso. Si percepiscono tre piani. Sono distinti tra loro, ma collegati. Il quadro appare unitario. Facciamo scorrere i tre piani, a partire dall'alto. — C'è una croce che sovrasta tutto. E spoglia e fa da sfondo. C'e la figura luminosa di una Persona che spezza pane e lo porge. — In secondo piano c'e un uomo inginocchiato. Sul suo capo vengono imposte le mani. Si trova tra quella Persona luminosa e la tavola. — In primissimo piano c'è un emiciclo di persone disposte attorno ad una tavola. Al centro un posto rimane vuoto. Ora la croce è superata, come fase del dolore di Gesù. Appartiene al passato. E vivo invece il frutto della croce, la redenzione. C'è, tra noi, il Signore risorto. Egli realizza il sogno di Dio di essere pane cioè vita per l'uomo. Il prete è un uomo su cui la Chiesa impone le mani e invoca lo Spirito. Rappresenta, tra gli uomini, il discendere di Dio, il suo Incarnarsi, la sua volontà di convocare. Egli si pone poi a capotavola. Presiede l'Eucaristia. È servitore di un popolo. Rende presente il Signore Gesù. Spezza il Pane, fa passare il Calice.
L'ORDINE SACROG. Venturi
1. IL PRETE CHI E’?
La figura del prete è oggetto di tante domande. Alcuni si chiedono se debba ancora esistere. Atri si interrogano sull'identità del prete. Ognuno si è fatto un'idea: è l'uomo della Messa, del sacro, l'uomo di chiesa, il ministro del culto, delle cose morali, il difensore dei deboli... 2. IL SACERDOZIO DI CRISTO
Ma chi è veramente il prete? Ogni comunità umana, per esistere, ha bisogno di organizzarsi in un determinato modo. Ogni religione ha sempre i suoi ministri del culto, i suoi «sacerdoti». Anche la comunità di Cristo (Cristo vuol dire «unto», «consacrato») è organizzata, secondo san Paolo, come un corpo con le sue diverse funzioni. Cristo è il "capo" della Chiesa, il «Pastore» e la guida, il sommo sacerdote». Secondo l'insegnamento della tradizione esistono due gradi di partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l'episcopato e il presbiterato. Il diaconato è finalizzato al loro aiuto e al loro servizio. Con il termine «sacerdote» si designano perciò i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi. Tuttavia, la dottrina cattolica insegna che i gradi di partecipazione sacerdotale (episcopato e presbiterato) e il grado di servizio (diaconato) sono tutti e tre conferiti dal sacramento dell'Ordine: Vescovo, presbitero e diacono hanno liturgie distinte. Non potendo passarle in rassegna singolarmente, prendiamo in esame la più comune, quella del presbiterato, con qualche accenno agli altri riti.
Sacerdozio ebraico
Il popolo ebraico aveva come sacerdoti i discendenti di Aronne e i componenti della tribù di Levi; erano legati al tempio di Gerusalemme. Presiedevano le liturgie e offrivano i sacrifici. Questo ruolo non impegnava direttamente la loro persona: offrivano doni diversi, ma non la loro vita; sacrificavano animali, non il loro stesso essere.
Sacerdozio di Gesù
Secondo il progetto di Dio, nei nuovi tempi, non ci sono tanti sacerdoti, ma uno solo, Cristo. Gesù non ha mai assolto funzioni cultuali. Lungi dal presentarsi come un personaggio sacro, un «separato», un puro, accoglieva i peccatori e mangiava con essi. Il suo sacerdozio è qualcosa di nuovo, non ha paragoni: non si compie con delle cerimonie, è la sua stessa persona. Egli si presenta, come colui che è in mezzo a noi e ci serve (Lc 22,14-20). Offre la sua vita per le pecore (Gv 10,11-16). Tutti coloro che credono in Gesù e sono battezzati vengono a far parte del corpo (incorporati) e assumono il volto (configurati) di Cristo sacerdote e vittima della nuova Alleanza: «Vengono consacrati a formare un solo tempio spirituale e un sacerdozio santo per offrire ... se stessi come vittima viva, santa e gradevole a Dio» (Lumen Gentium n. 10).
Vescovi, presbiteri, diaconi
Se solo Cristo è il sacerdote della nuova alleanza, solo attraverso di lui i credenti possono offrire se stessi al Padre. Per rendere possibile tutto questo, Cristo si rende presente e agisce oggi, e in tutti i tempi, all'interno della Chiesa attraverso delle «persone-segno» (Sacramenti) che rendono attuale quella missione per cui il Padre lo ha consacrato di Spirito Santo al Giordano. Tra queste persone-segno ci sono quelli che oggi chiamiamo vescovi, sacerdoti – o, meglio, presbiteri (da cui «prete») – e diaconi: sono tre «ordini» o «gradi» di un unico sacerdozio detto «ministeriale», cioè a servizio del popolo di Dio.
3. IL RITO DELL’ORDINAZIONE
Il rito dell'ordinazione incomincia con una chiamata per no- me dell'ordinando da parte della Chiesa. Viene così esplicitato che i candidati – siano vescovi o sacerdoti o diaconi –diventano tali non perché loro lo vogliano, per una scelta o desiderio personali, per intraprendere una «carriera ecclesiastica», ma perché un Altro li ritiene atti a compiere quel determinato ministero. L'assemblea interviene manifestando con un segno (l'applauso) il suo assenso. L'applauso, prima che un segno di gioia e di approvazione, è partecipazione corale all'elezione proclamata dal vescovo. Con questo rito viene attualizzato il mistero di Cristo che chiama anche oggi – come ieri in Palestina – a prolungare la sua missione di servo del Padre (Mt 10,1-5; Gv 20,19-23). I preti sono chiamati a portare, con il vescovo, il carico del popolo. II rito in questo è molto chiaro, anche se, per quanto riguarda il sacerdote e il diacono, viene contraddetto da una pratica che prevede invece una loro domanda scritta di essere ordinati, al termine di un itinerario di formazione.
La chiamata
Il senso della chiamata viene poi esplicitato da alcune domande-chiamata. Fondamentalmente potremo dire che l'ordinando è chiamato ad un ministero - di comunione: a vivere e operare in unità di fede e di amore con tutti coloro che sono ordinati, a collaborare insieme per l'avvento del Regno, - di evangelizzazione: vivere e annunciare il vangelo di Cristo - di santificazione: santificarsi e rendere santi i fedeli attraverso la celebrazione dei Sacramenti e la preghiera. - di pastore-guida: riunire i dispersi figli di Dio, creare e guidare il popolo di Dio.
La risposta Quando viene chiamato per nome, l'ordinando risponde con «Eccomi»; l'«Eccomi» diventa «Sì» nelle successive domande. Con questa risposta egli attualizza le esperienze dei grandi chiamati da Dio, lungo tutta la storia della salvezza: Abramo (Cn 22,1), Samuele (1Sam 3,4.16), Isaia (Is 6,8), il Salmista (39,8) fino a Maria (Lc 1,38) e Gesù stesso (Eb 10,9). Anzi viene associato ali'« Eccomi» di Gesù al Padre, alla sua disponibilità a compiere la volontà del Padre.
Comunione con il vescovo
Dopo aver pronunciato il suo «Eccomi» e il suo «Si» davanti a tutta l'assemblea, il futuro sacerdote si reca dal vescovo. Mette le mani giunte in quelle del vescovo e promette «filiale rispetto e obbedienza». Si tratta di qualche cosa di più di un gesto di «sudditanza»; è piuttosto la celebrazione di un «patto nuziale» come quando i coniugi, dandosi la mano, si promettono di «rispettarsi e amarsi». Il vescovo rende presente Cristo e l'ordinando, con il suo gesto di obbedienza, viene preso dentro nel suo mistero: d'ora in poi le sue mani saranno le mani del vescovo, cioè di Cristo che benedice, guarisce, perdona. Dopo questi dialoghi iniziali, il vescovo invita tutta l'assemblea a porsi in preghiera e invocare l'intercessione dei santi con il canto delle litanie. Questa preghiera attesta la presenza della Chiesa celeste, coinvolta essa pure nell'evento di salvezza che sta per compiersi.
Prostrazione
Durante le litanie, l'ordinando si prostra disteso a terra. Con questo gesto manifesta la sua totale disponibilità all'azione creatrice di Dio; dice alla Chiesa di essere davvero l'infimo di tutti. Per questo suo atteggiamento interiore, Dio può compiere le sue meraviglie: «sollevare dalla polvere l'indigente e farlo sedere tra i principi del suo popolo». L'ordinando é come l'antico Adamo che attende le mani plasmatrici di Dio e il soffio dello Spirito che dà vita.
Consacrazione
Il vescovo conclude le litanie chiedendo «la benedizione dello Spirito Santo e la forza della grazia sacerdotale» e poi, durante una preghiera silenziosa, impone le mani sul capo dell'ordinando, seguito da tutti gli altri sacerdoti presenti: sono mani che riplasmano il battezzato per farlo conforme a Cristo Sacerdote e guida del suo popolo. La grande preghiera «consacratoria» che segue esplicita il significato del gesto compiuto. Attraverso l'imposizione delle mani, viene trasmesso lo Spirito Santo e resta impresso il carattere che lo configura a Cristo Capo della Chiesa. Egli deve poter essere immagine viva di Gesù Cristo sposo della Chiesa, «rivivere l'amore di Cristo sposo, nei riguardi della Chiesa sposa», «amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele» (Giovanni Paolo II). Con l'imposizione delle mani il vescovo consacra il presbitero come suo collaboratore nella missione di evangelizzare, santificare e governare e lo unisce a sé non in modo giuridico, ma sacramentale, vitale. Il fatto che anche tutti i presbiteri presenti impongano le mani sull'ordinando esprime in modo eloquente come egli è espressione di tutto il presbiterio e deve far riferimento a tutto il presbiterio. In forza dell'ordinazione agirà non singolarmente, ma in comunione con esso Vescovi, presbiteri e diaconi costituiscono qualcosa di organico; ciascuno rimanda all'altro: il vescovo è in comunione con gli altri vescovi e con il papa (collegio episcopale, Concilio, sinodo); i presbiteri con il vescovo e con gli altri presbiteri (presbiterio), il diacono con il vescovo e i presbiteri. Sono tre «ordini» in un unico «ordine».
Ordinati per il popolo…
Vescovo, presbitero, diacono sono «ordinati», finalizzati, al popolo di Dio (per questo è detto sacerdozio «ministeriale»). La loro ragion d'essere è di rendere presente, in ogni luogo e in ogni tempo, l'azione salvifica di Gesù e abilitare tutti i membri della Chiesa a compiere la missione di Gesù, servo del Padre e dell'uomo, ad esercitare il sacerdozio loro proprio. Al gesto fondamentale dell'imposizione delle mani e della relativa preghiera, seguono alcuni riti che esplicitano l'identità e il servizio che il nuovo ministro deve rendere alla comunità.
…per presiedere…
Innanzitutto il nuovo sacerdote riceve la stola e la casula, quasi come sua carta di identità. Il vestito manifesta qualcosa di interiore e invisibile della persona. Dopo il peccato, Adamo ed Eva assumono l'abito del peccatore; dopo il Battesimo il cristiano si veste dell'abito bianco, simbolo della sua nuova vita. Dopo l'ordinazione, il sacerdote viene rivestito degli abiti sacerdotali per indicare la sua nuova identità. A chi viene ordinato vescovo vengono consegnati l'anello, segno di fedeltà alla Chiesa, la mitria e il pastorale, segni del ministero di pastore del popolo di Dio. Il vescovo poi unge con il crisma le mani del presbitero (il vescovo riceve Funzione sul capo). Con questo gesto viene espresso che il prete è «consacrato per consacrare». D'ora in poi Gesù Cristo «che è stato consacrato dal Padre in Spirito Santo e potenza», sarà sempre con il presbitero «per la santificazione del suo popolo e per l'offerta del sacrificio eucaristico». Per specificare ulteriormente questa missione di santificazione il vescovo consegna il pane e il vino per la celebrazione dell'eucaristia affidando il ministero di ricevere le offerte (i sacrifici spirituali) della comunità cristiana e sull'esempio di Cri sto offrire se stesso in sacrificio spirituale a Dio per la Chiesa e il mondo. Nella celebrazione dell'Eucaristia, il sacerdozio ministeriale e quello dei fedeli si incontrano per dare origine ad un'unica offerta.
…evangelizzare…
Nel rito dell'ordinazione del presbitero non esiste nessun gesto che indichi il ministero di evangelizzazione. Vi si accenna solo nell'omelia e nella preghiera consacratoria. Ogni presbitero è chiamato a mettersi alla scuola dell'unico Maestro, a dispensare la parola di Dio ricevuta con gioia, ad aiutare il vescovo nell'annuncio del Vangelo al mondo. Nella consacrazione del vescovo appare in piena luce il ministero di evangelizzazione attraverso due gesti: il libro del Vangelo posto sul capo durante la preghiera di consacrazione e la consegna del Vangelo alla fine del rito.
…dentro la Chiesa universale
Certamente ogni vescovo, presbitero, diacono opera in una Chiesa locale; tuttavia ciascuno di loro non può chiudersi dentro dei confini. Come Gesù, ciascuno di loro è mandato a portare il messaggio e l'opera della salvezza «fino agli estremi confini della terra», proprio in forza di quella comunione che li lega alla Chiesa intera.
11月6日 Carissimi Amici
Molti anni fa mi ero abituato a cominciare le lettere “Carissimi Amici di Ondo”. Quando l’ Ispettore mi ha proposto di andare in Ghana, ho lasciato ai Salesiani di Ondo l’incarico di continuare la corrispondenza, le informazioni e i ringraziamenti per le offerte sempre indispensabili per continuare e sviluppare ulteriormente i numerosi progetti della missione. Ho conservato una lista più ridotta degli amici personali, che siete tutti voi. Pertanto mi sento in dovere di tanto in tanto di farmi vivo e aggiornarvi un po’ circa gli eventi e la situazione delle nostre missioni qui nell’Africa Owest, specialmente dove noi operiamo.
1. Dalla Nigeria al Ghana. Quando nel Settembre del 2003 sono partito per Sunyani in Ghana avevo immaginato una partenza senza ritorno. 21 anni di attività missionaria in Ondo era stato un periodo molto ricco e fruttuoso. Il Signore mi aveva offerto la possibilità di iniziare e sviluppare una bella comunità ed un’opera salesiana complessa che privilegiava una efficiente scuola professionale per meccanici, falegnami, e motomeccanici. La parrocchia e il Centro giovanile erano cresciuti parallelamente con tante iniziative a favore dei giovani e della gente. Le attività apostoliche e di servizio per la diffusione del vangelo e l’istruzione catechistica si erano moltiplicate. Soprattutto, la gioia di vedere numerosi giovani riflettere e prepararsi alla vita religiosa salesiana. Ad Ondo infatti abbiamo cominciato la prima casa di formazione con il Pre-noviziate e Noviziato. Quanta trepidazione nel ricevere la professione religiosa dei primi salesiani locali! In questi 15 anni sono passati da due confratelli a quasi cento! Il giorno della partenza ho versato silenziose lacrime di riconoscenza a Dio e al tempo stesso di sofferenza per il distacco da persone e luoghi a cui mi sentivo fortemente legato. Ma ho fatto subito un distacco radicale. “Va’ nella terra che Io ti mostrerò”... Sono partito mosso dalla fede semplice e gioiosa imparata dagli esempi di Abramo e di Don Bosco. Ricordo che arrivando nelle prossimità di Sunyani, qualcuno mi aveva indicato un fiumicello che fa da confine e con allusioni bibliche mi aveva annunciato che stavamo entrando nella “terra promessa” di Sunyani. E infatti “terra promessa” lo fu realmente in questi anni!
2. Dal Ghana alla Nigeria. Al termine del mandato di sei anni come direttore, ben sapevo che dovevo essere trasferito di comunità, come ordinariamente avviene nell’avvicendamento dei ruoli di responsabilità, nel modo indicato nelle nostre Costituzioni Salesiane. Mai mi sarei immaginato che l’Ispettore mi facesse la proposta di ritornare in Nigeria. Nessuna obiezione da parte mia: non ne ho mai fatte a riguardo di obbedienza religiosa. “Pensateci bene prima, - ho sempre detto – e poi, con l’aiuto di Dio, cercherò di fare del mio meglio”. Ho ripreso le mie valigie e sono tornato in terra YORUBA. Gradualmente, come d’incanto, la lingua tonale yoruba, così difficile da apprendere, ma così significativa e melodiosa una volta appresa, è tornata ad emergere dal subcosciente. Mi sono accorto che la lettura, pur con tanti accenti diversi, mi tornava familiare e rinverdiva carissimi ricordi. E questo mi ha incoraggiato a fare un altro distacco... radicale, anche questo non facile.
3. Ad Akure Ora sono qui nella comunità di Akure, gemella dal 1982 della comunità salesiana di Ondo, protagonista della prima presenza salesiana in terra nigeriana. Una comunità inserita nel vivace contesto di una cittadina “State capital”, (che corriponderebbe alla nostra Torino, come centro di Regione). Una cittadina in cui l’attività dei servizi amministrativi si mescola con le frenetica attività di centro commerciale e di mercato, circondata da un territorio agricolo di notevole importanza per la produzione del cacao, banane, aranci, yam, cassava e altri prodotti tropicali. L’attività industriale è ridotta ad alcune fabbriche di cacao e di trasformazione di prodotti agricoli, e segherie. La città non è solo la sede del Governatore e del “Re” tradizionale, ma anche del Vescovo della Chiesa cattolica che nella diocesi di Ondo, come in Nigeria, sta vivendo un momento di crescita di clero, di fedeli, di istituzioni e iniziative pastorali. I problemi della globalizzazione e della crisi mondiale hanno già raggiunto la popolazione e i segni negativi del contraccolpo economico si fanno sentire terribilmente nel contesto sociale. Le conseguenze sono note a tutti e non vale proprio la pena di rifare elenchi dolorosi. Come Don Bosco di fronte ai mali della società piemontese non si era fermato solo a pregare e a commiserare, ma si era rimboccato le maniche e aveva chiamato a raccolta gente di buona volontà per far fronte a vari problemi, così i Salesiani nel West Africa e ad Akure.
4 Le attività dei Salesiani Dopo due mesi di presenza, trovo ancora incredibile la varietà e la complessità delle attività che si incalzano in questo ambiente salesiano. I Salesiani che hanno lavorato in passato hanno realmente saputo mettere in piedi iniziative e istituzioni che rispondono alle molteplici domande di bisogno locali. Faccio solo un elenco, senza entrare nei dettagli. La parrocchia – santuario di Maria Ausiliatrice: accoglie non solo i fedeli che territorialmente vivono nei confini, ma anche molti fedeli di etnia igbo provenienti da diversi angoli della città. Fin dall’inizio della presenza dei Salesiani sono stati parte del nucleo primordiale. Nigeriani dell’Est, sono intraprendenti nel commercio, radicati in una fede cattolica che si è integrata nella cultura e sensibilità tribale. Il loro numero crescente e il desiderio di esprimere la fede nella loro lingua, ha creato qualche difficoltà di rapporto - in via di soluzione - con l’etnia yoruba. Annesso alla Parrocchia, l’Oratorio-Centro Giovanile raccoglie per svariate attività religiose, culturali, sportive e ricreative un notevole numero di giovani e adolescenti, specialmente nei giorni festivi. L’Istituto Tecnico con le due sezioni per Elettricisti e Segretarie d’Azienda è collegato giuridicamente a quello di Ondo e sta crescendo notevolmente in numero di allievi, essendo i laboratori fin dagli inizi molto ben attrezzati. Gli ambienti utilizzati al mattino per gli allievi dell’Istituto Tecnico accolgono alla sera numerosi adulti per la Scuola Serale: sono “allievi” che spendono la loro giornata nei mercati o nei piccoli negozi della città e appena chiudono bottega corrono a prendere un qualsiasi mezzo di trasporto per raggiungere la scuola: due ore e mezzo di lezioni prima ancora di raggiungere la famiglia verso 9.00 di sera. In tre anni sono preparati per il diploma di terza media e possono poi continuare altri tre anni di scuola superiore. E’ un preziosissimo servizio che si fa alla classe lavoratrice, povera e bisognosa, per elevarne lo stato. Contemporaneamente al mattino e alla sera ci sono Corsi per Computer, prevalentemente a favore di studenti che hanno finito la scuola superiore e sono in attesa dei risultati scolastici prima di entrare all’università. A sostegno dell’educazione di allievi di scuola elementare, media, e superiore (fino al livello di università), da anni funzione il Fondo Borse di Studio San Giovanni Bosco, con un “fatturato di beneficienza” che quest’anno si aggira su un milione di Naira. Il ”Don Bosco Health Centre” è da anni punto di riferimento per tests di laboratorio medico, rinomato, in città e fuori, per le attrezzature avanzate e la serietà professionale. L’equipe del Centro è coinvolta anche nel servizio di informazione, educazione alla prevenzione e analisi di laboratorio per l’HIV-AIDS. Da quest’anno c’è stato un coraggioso salto di qualità. Con aiuti a livello internazionale si è entrati decisamente nel campo della consulenza e testing con i servizi di informazione e prevenzione allargato a pubblico e istituzioni in larga scala, mediante assunzione di personale qualificato e costruzione di ambienti e servizi specifici. E’ una nuova frontiera salesiana che viene incontro ai bisogni di tanti giovani a rischio e a persone affette dal male, seguendo i principi del Vangelo e della Chiesa, con l’aiuto delle moderne tecnologie. Non ultima la Tipografia va avanti a tutto vapore: sempre molto lavoro; non si fa tempo a finire la consegna di un libro che gli altri tre o quattro “clienti” soffiano sul collo... Don Matteo riesce ad accontentare “intelligentemente” tutti quanti e sa rispondere, al tempo stesso con immediatezza, anche ai numerosissimi impegni extra tipografici di manutenzione generale e di apostolato! Queste le “aree” di intervento. Non c’è bisogno di entrare nei contenuti e nelle metodologie dei vari servizi, che con sacrifico ed entusiasmo, questa comunità salesiana di otto confratelli (italiani, ghanesi, e nigeriani di estrazione yoruba e igbo), fraternamente uniti, porta avanti.
5. Don Italo Posso assicurvi, con la gioia nel cuore e il senso di ringraziamento a Dio, che in questi mesi, sto vivendo la classica “luna di miele”. Speriamo continui a lungo... La cordiale accoglienza dei confratelli, il fraterno abbraccio del vescovo e di tanti amici, il rivedere luoghi tanto familiari, mi hanno fatto trovare subito a casa. I contatti con la gente, la conoscenza graduale dei problemi da affrontare, lo sforzo di essere aperto e disponibile alla voce dello Spirito Santo, che quotidiamente interpella, mi dà il senso di una seconda giovinezza, di un ricominciare da capo, con entusiasmo rinnovato. La salute non è buona... “è buonissima”, come soleva dire il nostro caro “Papi”. E se si può rendere ancora qualche servizio, Deo gratias! Vi ricordo quotidiamente nella preghiera e ringrazio tutti e ciascuno dell’affetto, del sostegno morale e finanziario che mi avete sempre dato. E’ proprio vero quello che il Manzone metteva sulla bocca di Fra’ Cristoforo a riguardo degli Ordini religiosi: “Noi siamo come il mare, riceviamo da tanti fiumi e ruscelli e ritorniamo l’acqua alle sorgenti”: riceviamo per donare, ridistribuire a quelli che ne hanno bisogno, col il cuore misericordioso di Gesù che guariva i malati, dava da mangiare agli affamati, predicava il suo regno di giustizia e di pace e col il cuore di Don Bosco ricco di affetto per i giovani e di grande intraprendenza di fronte a ogni bisogno. Cordialissimamente, vostro aff.mo don Italo 11月3日 XXXII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE
Testo preso dal libro del biblista Fernando Armellini Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità Anno B Ed. Messaggero, Padova, pp. 568-576
Quanto vale il regno dei cieli?
Sono frequenti nella Bibbia le esortazioni all’elemosina: “Il giusto dona senza risparmiare” (Pr 21,26); “Da’ il tuo pane a chi ha fame e fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Da’ in elemosina quanto ti sopravanza e, quando fai l’elemosina, non essere tirchio” (Tb 4,16). Se c’è un prezzo da pagare per entrare nel regno dei cieli, a quanto ammonta? Sarà sufficiente dare qualcosa in elemosina? In una sua celebre omelia (Hom. in Ev., 5,1-3), papa Gregorio Magno (590-614) affronta il tema e risponde: “Il regno di Dio non ha prezzo; vale tutto ciò che si possiede”; poi illustra la sua affermazione con alcuni esempi tratti dal vangelo. Nel caso di Zaccheo, l’ingresso nel regno dei cieli fu pagato con la metà dei beni che possedeva, perché l’altra metà gli era servita per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (Lc 19,8). Nel caso di Pietro e Andrea, il regno dei cieli valse le reti e la barca, perché i due fratelli non avevano altro (Mt 4,20). La vedova lo comperò per molto meno: due spiccioli soltanto (Lc 21,2). Qualcuno vi entra addirittura offrendo solo un bicchiere d’acqua fresca (Mt 10,42). Il prezzo da pagare è facile da stabilire: il regno di Dio vale tutto quello che si possiede, poco o molto che sia.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Il regno di Dio è un tesoro che non ha prezzo, per ottenerlo bisogna dare tutto”.
Prima Lettura (1 Re 17,10-16)
10 Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere”. 11 Mentre quella andava a prenderla, le gridò: “Prendimi anche un pezzo di pane”. 12 Quella rispose: “Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po' di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. 13 Elia le disse: “Non temere; su, fa' come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, 14 poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”. 15 Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. 16 La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.
I cananei, nella cui terra gli israeliti si erano installati, adoravano Baal, il signore della pioggia, della fertilità e della fecondità. Sua mitica sede era il monte Safon che, con la sua cima sempre avvolta in nembi grigiastri, si staglia nel cielo di Ugarit; sue armi erano le folgori e i venti che scatenano gli uragani che schiantano i cedri del Libano, scuotono le foreste e fanno tremare l’Ermon (Sl 29,5). Il filo conduttore di tutti i libri dell’Antico Testamento è rappresentato dalla lotta del Signore, il Dio geloso degli israeliti, contro Baal, il campione dell’ordine cosmico adorato da tutti i popoli dell’antico Medio Oriente. Al tempo del profeta Elia, Israele, sedotto dalla regina Gezabele, era venuto meno alla fede dei suoi padri e aveva piegato le ginocchia a Baal, convinto che da lui avrebbe ottenuto piogge abbondanti e copiosi raccolti. Ecco invece, secondo la promessa fatta dal profeta Elia, tre anni di siccità, carestie e pestilenze. Come sempre accade, l’idolo aveva sedotto e puntualmente deluso. Di fronte all’assenza di piogge e alle conseguenti calamità, il re Acab convocò i suoi veggenti e li incaricò di individuare i responsabili. Non ci fu bisogno di pratiche divinatorie, il colpevole fu subito identificato: “È stato Elia, il profeta del Signore – assicurarono gli indovini di corte – a provocare lo sdegno di Baal”. Acab ordinò di rintracciarlo e di metterlo a morte. È in questo punto della storia di Elia che va inserito l’episodio narrato nella lettura di oggi. Per sottrarsi all’ira del re, il profeta si diede alla fuga. Si diresse verso la costa della Fenicia e giunse a Sarepta, una città situata una dozzina di chilometri a sud di Sidone, rinomata per la produzione della porpora. Alla porta della città incontrò una povera vedova che raccoglieva legna con cui cucinare, per il figlio e per sé, l’ultimo pugno di farina che le era rimasto. Intuendo la sua condizione disperata, Elia non ebbe il coraggio di chiederle altro che un po’ d’acqua, tuttavia, mentre la donna si allontanava, la supplicò: “Prendimi anche un pezzo di pane!”. Sapeva che quello era tutto ciò che aveva, ma osò chiederglielo e soggiunse: “Così dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra” (v. 14). La vedova si fidò del profeta, gli offrì quanto le era stato chiesto e Dio benedisse la sua generosità; le concesse l’alimento per lei e per il figlio durante tutto il tempo della siccità. Da questo commovente racconto traspare la simpatia del Signore e dell’autore sacro per questa donna povera e senza protezione. Presso tutti i popoli antichi, la ricchezza, il successo e il benessere erano ritenuti benedizioni degli dèi, in Israele invece si comprese presto che il Signore volgeva il suo sguardo di amore sui più deboli, sugli stranieri, sugli orfani e sulle vedove. Costoro, non avendo nulla e nessuno su cui contare, si affidavano a Dio e, nella loro indigenza, erano capaci di offrire non solo parte di quanto possedevano, non solo il superfluo, ma tutto, anche ciò che era indispensabile per la loro vita. La vedova di Sarepta, una pagana che ancora non adorava il Signore, ma lo conosceva solo come “il Dio di Elia”, si è comportata da autentica israelita. Apparteneva, senza che se ne fosse resa conto, al “popolo umile e povero che confida nel nome del Signore” (Sof 3,12); realizzava l’ideale del pio israelita che i salmisti proclamano beato: “Beato l’uomo che si rifugia nel Signore, nulla manca a coloro che lo temono. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla” (Sl 34,9-11).
Seconda Lettura (Eb 9,24-28)
24 Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, 25 e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. 26 In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27 E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28 così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Oggi si continua tranquillamente a parlare di sacerdoti per indicare i presbiteri, per riferirsi ai ministri dell’eucaristia e della riconciliazione; ma il Concilio ha avuto il pudore di non farlo: ha riservato il termine sacerdote, come fa tutto il Nuovo Testamento, a Cristo e al popolo di Dio, unito a Cristo nell’offerta di sacrifici spirituali graditi al Padre. Il brano di oggi indica due ragioni per cui Gesù è l’unico vero sacerdote. I sacerdoti antichi offrivano i loro olocausti in un tempio materiale, fatto di pietre, mentre Gesù svolge il suo ministero in cielo, in un santuario non costruito da mani d’uomo (v. 24). Poi, il sacerdozio dell’antica Alleanza aveva come obiettivo la purificazione del popolo dalle sue colpe. Per cancellare i peccati, il sommo sacerdote entrava ogni anno nella parte più sacra del tempio e ivi versava sangue di animali. Ripeteva ogni anno lo stesso rito, che non era mai efficace, non otteneva la remissione del peccato. Gli uomini continuavano a essere malvagi e ad avere bisogno di espiazione. Gesù invece ha offerto un solo e perfetto sacrificio, non ha versato il sangue di animali, ma ha donato il proprio sangue e, con il suo gesto d’amore, ha vinto per sempre il peccato (vv. 25-27). Quando egli apparirà di nuovo non verrà per ripetere un sacrificio, ma per prendere con sé gli uomini che il suo unico sacrificio ha liberato da ogni colpa.
Vangelo (Mc 12,38-44)
38 Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”. 41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. 43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
I pericoli più gravi sono quelli ben nascosti e meglio camuffati, quelli che colgono di sorpresa e impreparati. Se Gesù raccomanda ai discepoli, in modo accorato, di fare attenzione, di stare in guardia da una certa genia di persone, significa che le insidie che tendono sono estremamente serie. Dopo una serie di controversie con farisei, sadducei ed erodiani nel tempio di Gerusalemme, Gesù rivolge un attacco diretto, coraggioso e preciso contro gli scribi e per renderlo più incisivo ricorre alla satira, all’ironia, a un linguaggio che appare fin troppo provocatorio. Questo rivela quanto fosse preoccupato che un certo nefasto comportamento si potesse infiltrare anche nella comunità dei suoi discepoli. Gli scribi erano originariamente gli incaricati di stendere documenti di ogni genere, ma, dopo l’esilio a Babilonia, erano divenuti gli interpreti ufficiali della legge del Signore (Esd 7,11), costituivano l’autorità in campo legislativo, erano i giudici incaricati di pronunciare le sentenze nei tribunali. La loro professione era legittima, eppure Gesù aveva di che recriminare sul loro comportamento. La prima accusa che muoveva loro riguardava la vanità, l’ostentazione (vv. 38-39). Erano persone che amavano esibire il loro sapere e i loro titoli e per richiamare l’attenzione, per non essere confusi con il popolo, con la gente ignorante, ci tenevano a non vestire come gli altri. Indossavano una divisa, “amavano passeggiare in lunghe vesti” (v. 38). Era per rispetto al loro abito che la gente li trattava con mille riguardi, cedeva loro il passo nelle strade, riservava i primi posti nelle piazze e nelle sinagoghe e al mercato li serviva meglio e prima degli altri. Non potevano essere salutati con un semplice shalom; esigevano inchini, baciamani e un religioso silenzio ogni volta che aprivano la bocca, anche solo per respirare. Quando non ricevevano queste attenzioni di deferenza si indignavano. Il Maestro riteneva questa una commedia ridicola e non la sopportava; era allergico alle loro divise perché, come suggerisce l’etimologia, derivano dal verbo dividere, dividono, separano, creano la casta. Più che un peccato, la loro era una malattia, una patologia che avrebbe potuto essere facilmente curata. Ciò che alimentava la vanità degli scribi era il servilismo ingenuo della gente che, tributando loro onori e ossequi, era convinta di rendere gloria a Dio. Per farli rientrare nei ranghi e far loro gustare la gioia di sentirsi fratelli, sarebbe bastato che tutti si fossero comportati come Gesù, che non riservava loro alcun riguardo particolare; alla loro amicizia preferiva quella dei peccatori e degli emarginati, non ricorreva alle loro raccomandazioni, non richiedeva i loro appoggi. Di fronte al comportamento e alle parole tanto chiare del Maestro, ci si chiede come possa accadere che nella chiesa a volte non ci si renda ancora conto di quanto siano anti‑evangeliche la corsa ai primi posti, ai titoli onorifici e la ricerca di applausi e privilegi. Il mondo strutturato in una gerarchia piramidale è stato definitivamente condannato da Cristo e volerlo ripristinare non è un peccato veniale, ma un attentato frontale contro la logica evangelica. C’è una colpa più grave che Gesù imputa ai rabbini: “Divorano le case delle vedove” (v. 40). Le vedove, assieme agli orfani ed agli stranieri, erano le persone che Dio aveva posto sotto la sua protezione (Sl 146,9). Guai maltrattarle, guai commettere ingiustizie contro di loro. Il Signore aveva stabilito: “Non molesterai il forestiero. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso” (Es 22,20-26). Gli scribi sono accusati da Gesù di “divorare le case delle vedove”. Probabilmente s’approfittavano dell’ingenuità di queste donne semplici e indifese per carpirne le elemosine, oppure esigevano parcelle esorbitanti per perorare le loro cause nei tribunali. Lo sfruttamento delle persone più deboli è il principio su cui si regge il nostro mondo competitivo e rissoso ed è da questo principio che nasce la società dei furbi, che è l’opposto di quella evangelica. Anche i poveri però, quando bramano occupare il posto di chi li opprime, non sognano un mondo nuovo, aspirano solo a perpetuare l’antico. Non vogliono porre fine alla mentalità degli “scribi”, ma sostituirsi agli “scribi”, desiderano lo scambio delle parti, mentre Gesù vuole che sia buttata nella pattumiera l’opera teatrale che da sempre è stata recitata nel mondo. La terza accusa è ancora più grave: “Ostentano di fare lunghe preghiere” (v. 40). Non sono solo sfruttatori dei deboli, ma recitano una commedia: si esibiscono in pratiche religiose impeccabili, danno prova di grande pietà, in modo da convincere tutti che anche il Signore sta dalla loro parte. Giudicarli, contraddirli, non sottomettersi al loro volere, non rendere loro gli onori che pretendono, significa schierarsi contro Dio. Le persone semplici e sincere non sopportano questa religione ipocrita e a un certo punto si stancano e possono anche abbandonare la fede. Di chi è la colpa di queste defezioni?
In contrapposizione agli scribi, alle persone che dominano nella società, nella seconda parte del brano (vv. 41-44) viene introdotto un modello di religiosità autentica: una povera vedova. Non è la prima volta che, nel vangelo di Marco, compaiono donne cui Gesù guarda con simpatia e ammirazione. Ha già incontrato colei che, soffrendo di emorragia, gli si era accostata per toccargli il lembo del mantello e ne aveva riconosciuto la fede: “Figlia, la tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34); era rimasto addirittura stupito della fede della siro‑fenicia, che si era dichiarata soddisfatta delle briciole che cadono sotto la tavola imbandita per i figli. Commosso, Gesù aveva esclamato: “Donna, davvero grande è la tua fede” (Mt 15,28; Mc 7,24-30). Modelli di fede queste prime due donne; modelli di generosità totale la vedova del vangelo di oggi e colei che, pochi giorni dopo, gli avrebbe unto il capo “con olio profumato di nardo genuino, di gran valore” (Mc 14,3). Sono quattro figure esemplari, scelte da Marco per mostrare come le donne, ritenute da tutti le ultime, erano invece le prime (Mc 10,31). Illustrano con la loro vita come deve essere il vero discepolo. La prima caratteristica è oggi messa in risalto dal comportamento della vedova che, a differenza dei rabbini che ostentavano la loro religiosità, compie il suo gesto senza richiamare l’attenzione di nessuno, senza farsi notare. Questa donna non ha conosciuto Gesù, non ha ascoltato i suoi insegnamenti, non ha risposto a una sua chiamata e non è una sua discepola. Non lo ha seguito, come hanno fatto i Dodici e molte altre donne che lo hanno accompagnato durante i tre anni della vita pubblica (Lc 8,1-3), eppure si comporta in modo evangelico, come Gesù ha raccomandato: “Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta” (Mt 6,1-4). Questa vedova è l’immagine di coloro che, anche oggi, pur non avendo mai letto una pagina del vangelo, docili agli impulsi dello Spirito, vivono in modo evangelico. La seconda caratteristica del vero amore è di essere totale. L’amore a Dio deve coinvolgere tutta la persona: “Amerai il Signore Dio tuo – ha ingiunto Gesù – con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12,30) e senza riserve deve essere anche l’amore al prossimo. La vedova è presentata come modello di questo amore. A differenza dei ricchi che “gettavano nel tesoro molte monete”, lei non mette molto, getta tutto ciò che ha, anzi, come specifica il testo greco, “nella sua povertà vi ha gettato tutta la sua vita” (v. 44). Il discepolo non è colui che mette in gioco una parte di sé o di ciò che ha, ma vende tutto ciò che possiede per darlo ai poveri e offre tutta la sua vita come ha fatto il Maestro. Anche chi è povero, come la vedova del vangelo di oggi, è chiamato a donare tutto. Non c’è nessuno tanto povero da non avere qualcosa da offrire e nessuno tanto ricco da non avere bisogno di ricevere dagli altri. Dio ha colmato di doni i suoi figli affinché, sull’esempio del Padre che sta nei cieli, essi non li trattengano per sé, ma li mettano a disposizione degli altri. Per la totalità del suo amore, la vedova diviene così non solo l’immagine del vero discepolo, ma anche di Dio e di Gesù Cristo che – come rileva Paolo – “da ricco che era, si è fatto povero” per arricchire noi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8,9). Il luogo della rivelazione massima del volto di Dio è il Calvario. È lì che Dio ha mostrato la sua identità. Egli non pretende, offre, dona tutto se stesso all’uomo. Non vuole che gli uomini si prostrino davanti a lui, ma li vuole inginocchiati davanti ai fratelli. Non chiede che diano la vita a lui, ma che, con lui, la mettano a disposizione dei fratelli. La vedova è immagine di Dio e di Cristo perché si è spogliata di tutto ciò che possedeva e ne ha fatto dono agli altri. 11月1日 Tutti i Santi
Oggi,
i cristiani fanno memoria
degli uomini e delle donne
che li hanno preceduti
nel cammino della vita
e che, nella loro esistenza,
senza calcolo
e malgrado le difficoltà,
e offrendo tutto
ciò che possedevano,
la loro vita
e i loro beni,
hanno tentato di amare Dio
con tutto il cuore
e con tutte le loro forze
e il loro prossimo
come se stessi.
Questi uomini
e queste donne
sono i santi.
Sono come luci
che rischiarano il cammino
da prendere…
Beati
coloro che diffondono
la gioia
come una musica,
seminano il sorriso
nei solchi
delle tristezze.
Charles Singer Che cos’è il morire?È stato scritto: “Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l'oceano. È uno spettacolo di rara bellezza e io rimango ad osservarla fino a che svanisce all'orizzonte e qualcuno accanto a me dice: “È andata!”. Andata! Dove? È sparita dalla mia vista: questo è tutto. Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi. Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice, “È andata!”, ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, e altri voci levano un grido di gioia: “Eccola che arriva!”. E questo è il morire”.
Abbiamo celebrato in questi giorni il ricordo di quanti ci hanno preceduti. È guardare in avanti con fiducia. È certezza che a quel porto un giorno giungeremo anche noi. È sapere che qualcuno ci ha preceduto, ha aperto porte e finestre e ci attende a braccia aperte per accompagnarci all’incontro con il Signore Gesù. Egli ci attende e ci ama su questa terra in attesa di amarci per sempre nel suo Regno. È la Pasqua degli uomini. Sono i giorni della speranza, della gioia. I cimiteri non sono forse tutto un fiore, tutto un colore? Pasqua. Gioia. Festa. Richiamo e certezza di risurrezione. Giorno di preghiera per loro, per noi. Perché il giorno della nostra morte non sia una tristezza ma una sfolgorante Pasqua. Per loro perché tutte le loro colpe possano essere perdonate e possano finalmente partecipare, grazie al nostro aiuto, alla gloria dei cieli. Entriamo in cimitero con rispetto, con amore. Preghiamo e soprattutto ringraziamo per i doni ricevuti… Ricordiamo, cioè manifestiamo il nostro amore-riconoscenza a Dio e ai fratelli. Il Cristo rottoa cura di Marino Gobbin
1 .Compra vendita di Cristo II mio Cristo rotto lo trovai a Siviglla. Lo comprai di giovedì, ma anche Giuda lo vendette di giovedì. Permettetemi una confidenza: la cosa che più mi affascina nell’arte è il viso di Cristo in croce. Le mie preferenze vanno ai Cristo di stile barocco, se volete, ancora più ai Cristo andalusi. Ciò vi spiega perché quel giovedì cercassi, in un mercato, un piccolo Cristo sivigliano. Mi trovavo insieme ad un amico. Anche lui va in cerca di Cristo, anzi, diciamo, cammina dietro a Cristo. Andammo al mercato, perché il Cristo si può trovare dappertutto: tra chiodi, scarpe vecchie, libri usati, bambole rotte o litografie romantiche; ciò che importa è saperlo cercare, perché Cristo sta in tutte le cose di questo povero insieme che è la vita. Ma, quella mattina, non lo trovammo al mercato; continuammo per la nostra strada e giungemmo al negozio di un antiquario dove, in un certo senso, è più facile trovare un Cristo; ma cercarlo costa di più, perché è un Cristo con tassa di lusso, reso così dai dollari del turismo perché, da quando c’è il turismo, anche Cristo è diventato più caro... Avevamo già visitato inutilmente parte del negozio. .. "Vuole qualcosa, Padre?" ci domandò il proprietario. "Guardare e girare un po’ fra queste belle cose, nient’altro" risposi. Improvvisamente davanti a me, posato su un tavolo ad incrostazioni, vidi un Cristo senza croce! Stavo per piombarvi sopra, ma riuscii a dominarmi: avevo visto il mio Cristo! Lo guardai di sfuggita... mi aveva conquistato fin dal primo istante. Non era proprio quello che credevo di cercare: era un Cristo interamente rotto, ma, per questo stesso fatto, mi affascinava, non so perché. Finsi indifferenza mentre il mio sguardo si posava su altri oggetti, fino a che le mie due mani non si impadronirono del Cristo...; dovetti dominare le mie dita che volevano accarezzarlo! Non ero stato ingannato dai miei occhi! Era il mio CRISTO ROTTO ! Informe massa amorfa... mutilata, non aveva più croce; gli mancava mezza gamba, un braccio intero e, anche se aveva la testa, aveva perduto il viso. Continuavo a pensare: Sarà troppo caro? Bisognava decidersi. Domandai il prezzo di varie cose, poi con indifferenza chiesi: "E questo?". Non osavo chiamarlo Cristo, tanto era mutilato... era quasi più una cosa che un uomo. "E questo?". Forse, chiedendo cosi avrei avuto un prezzo più economico, ma mi sbagliavo. L’antiquario incominciò ad elogiarne la fattura, dichiarandolo un autentico gioiello d’arte. "Ma.....così rotto?". Risposi. "Che importa! Conosco un amico capacissimo di restaurarlo perfettamente... lei vedrà... si fidi..." diceva, ed intanto lo aveva preso tra le mani, lo accarezzava; ma non accarezzava il Cristo, accarezzava la mercanzia che gli si sarebbe trasformata in sonante denaro. Insistetti ancora: "Quanto?". Fece una pausa. Guardò ancora il Cristo, finse di provare dolore nel separarsi da lui e poi disse: "Proprio un affare! Non ci guadagno nulla, sa Padre? Facciamo L. 300.000". Sussultai... E incominciammo mercanteggiare su di un Cristo: lui, il venditore, esaltava il valore del Cristo per venderlo, io, sacerdote, ne diminuivo i pregi perché mi diminuisse il prezzo. Disputammo sul Cristo come se fosse una mercanzia! Però, quante volte vendiamo e compriamo il Cristo, ma non un Cristo di legno, bersi di carne...nel nostro prossimo! Mi ricordai di Giuda. Non era stata anche quella una compravendita di Cristo? Indubbiamente, anche Giuda avrebbe voluto più denaro mentre i sacerdoti tiravano sul prezzo... Poi cedemmo da ambedue le parti, come avvenne tra Giuda e i giudei...e chi perdette, come sempre, fu il Cristo: ne risultò deprezzato: me lo lasciò per 100.000 lire. Prima di andarmene, chiesi all’antiquario se conoscesse il perché di quelle orrende mutilazioni. Non ricordava bene, ma, secondo lui, risalivano a una profanazione durante il periodo della guerra di Spagna. Lo avevo immaginato! Strinsi a me il Cristo con affetto e scesi in strada...Finalmente di sera, chiusi la porta della mia camera e mi trovai solo, faccia a faccia con il mio Cristo. Povero Cristo, insanguinato, mutilato...vedendolo così osai domandare: "Cristo, chi ha osato ridurti cosi? Non hanno tremato quelle mani strapparono le tue dalla croce, brutalmente? Che faccia fece quando guardò la tua? Ascoltami, che ne è di lui? Vive ancora? Dov’è? Si è pentito? Che farebbe oggi se ti vedesse nelle mie mani?". "Taci!" mi ordinò una voce invisibile e imperiosa! "Domandi troppo! Come siete voi uomini! Quando si tratta dei peccati altrui non vi manca - no davvero - né domande né curiosità...ma soprattutto quanto costa agli uomini imparare a dimenticare! Credete abbia un cuore piccolo e meschino come il vostro? Taci e non chiedermi più nulla su colui che mi mutilò. Che sai tu? cosa credete di sapere voi uomini? Lascia...io ho già perdonato! lo dimentico subito i peccati di colui che si pente. Perdono completamente, non facendo meschini baratti come fate voi! Non sono come voi uomini!". "Si, Signore, insegnami a dimenticare e a perdonare!". Ma il Cristo continuò: "Ascoltami: perché di fronte alle mie mutilazioni ti ricordi di quelli la guerra del ‘36, mutilarono le mie immagini e non pensi a quanti feriscono e mutilano gli uomini loro fratelli nella guerra? Qual è il maggior peccato? Mutilare un’immagine di legno o una vera di carne nella quale palpito e vivo io per la grazia del battesimo? Ipocriti! Vi strappate le vesti di fronte al ricordo di quelli che mutilano le immagini di legno, ma stringete la mano e rendete onori a quanti, fisicamente o moralmente, mutilano il Cristo vivo nei fratelli!". Rimanevo confuso, senza parole. La sua voce mi tormentava! Per uscire da questo cerchio d’angoscia in cui mi trovavo stretto, e...per rimanere bene col mio Cristo, mi venne in mente di dire: "Ascolta, ti manderò a farti restaurare. Non voglio, non posso vederti mutilato, vedrai, ti manderò a restaurare anche se ciò dovesse costarmi un patrimonio! Tu meriti tutto! Mi fa soffrire vederti cosi... domani stesso...Vero che approvi? che ti piace il mio piano?". "No non mi piace affatto" rispose il Cristo con voce secca e dura: "Restaurarmi? Te lo proibisco! Sei come tutti gli altri e parli troppo!". Ci fu una pausa di silenzio angoscioso. Poi un ordine tagliente come un raggio venne a spezzare il silenzio. "Te lo proibisco! Mi senti?". "Si, Signore, te lo prometto, non lo farò". "Grazie" mi rispose il Cristo, con profonda dolcezza. Il suo tono tornò a darmi fiducia: "Perché non vuoi? Non ti capisco, sai!". "Già, me ne accorgo!". "Non vedi, Signore, che mi addolora vederti cosi mutilato ogni volta che ti guardo? Non comprendi che mi fa soffrire?". "Questo è ciò che voglio! che, al vedermi rotto, tu possa ricordarti di tanti tuoi fratelli che vivono insieme a te, rotti, indigenti, mutilati; senza braccia perché non hanno possibilità di lavoro; senza piedi perché hanno loro tagliato la strada; senza faccia perché hanno tolto loro l’onore....dimenticati da tutti... Non restaurarmi. Chissà, se vedendomi cosi, penserai a loro e soffrirai per loro! Rotto e mutilato ti voglio servire come chiave per il dolore degli altri". La voce del mio Cristo continuava come l’eco di un vecchio eterno lamento: "Guarda, ci sono molti, moltissimi cristiani che si disperdono in devozioni, baci, fiori su un Cristo bello e dimenticano i loro fratelli, gli uomini, Cristi brutti, vecchi, rotti e sofferenti. Questo io non posso accettarlo! Ora stesso, in questi ultimi giorni di quaresima e nei prossimi della settimana santa, in ogni città si sprecano le manifestazioni d’amore per i bei Cristi crocifissi, ma questo non basta, questo non vale se manca l’amore al prossimo sofferente. Ci sono molti cristiani che tranquillizzano la loro coscienza, baciando un Cristo bello, opera d’arte, mentre offendono il piccolo Cristo di carne che è il loro fratello. Questi baci mi ripugnano! Mi fanno schifo! Li tollero forzatamente sui mi piedi intagliati di legno, ma mi feriscono il cuore! Avete troppi Cristi belli, troppe opere d’arte della mia immagine crocifissa e correte il pericolo di rimanere nell’ambito dell’opera d’arte. Un Cristo bello può essere un pericoloso rifugio in cui ci si può nascondere per sfuggire al dolore altrui, tranquillizzando, allo stesso tempo, la coscienza... Un falso cristianesimo! Per questo, dovreste avere più di un Cristo rotto! Uno all’entrata di ogni chiesa, uno in ogni settimana santa che vi gridi, con le sue membra rotte e con la sua faccia informe, il dolore e la tragedia della mia seconda Passione nei miei fratelli, gli uomini. Per questo ti supplico: Non restaurarmi! lasciami rotto, sopportami rotto. Baciami!!". "Si, Signore, te lo prometto! Non ci sarà forza che mi separi da te" Un bacio su quell’unico piede fu la firma della mia promessa. Da oggi vivrò con un Cristo rotto!
2. Dio ha la mano sinistra La stessa notte in cui comprai il mio Cristo chiesi all’antiquario: "Dov’è il braccio destro, non sarà possibile trovarlo?". "Impossibile - rispose - Creda, abbiamo cercato dappertutto nel luogo in cui fu trovata l’immagine mutilata. Trovammo, in effetti, la gamba destra e gliela incollammo, ma, della mano destra, neppure l’ombra; solo il Signore saprà dove è andata a finire la mano destra del Cristo". L’antiquario, Signore, non lo sa, ma Tu, Tu sì che lo sai, figuriamoci se non sai dove sta la tua mano destra! Vero? Chi può localizzarla? La stai schiodando continuamente e ti sfugge sempre; non mi meraviglia che tu non l’abbia, ti si strappa e vaga dappertutto invisibile, ma efficace... Amico, chi non sente, di tanto in tanto, il tocco soave della mano piagata del Cristo, questa mano irresistibile che, senza bussare alla porta, penetra ovunque: nell’ospedale, sul letto di morte, in ufficio, nelle officine, nelle fabbriche, al cinema, nei teatri; avanza, in punta di piedi, come una raffica luminosa e musicale, nel cabaret, nel letamaio, nel fango. È un allarme inquietante. Ssst. ..chi è che va da quella parte? No, no, non è niente, non preoccuparti, è la mano destra del Cristo. Non si può dare un passo nella vita, senza inciampare nella mano destra di Dio. Però tu, Cristo, Cristo mio rotto, hai solo la mano sinistra! Mi sta venendo in mente una sciocchezza: ....e se tu fossi solamente uomo! Potremmo dire, di te, che hai una buona mano sinistra, ma non nel senso che applichiamo agli uomini: "il tale ha una mano sinistra!". Tu, Cristo mio, non hai neppure mano sinistra in questo senso, mano di maneggi tortuosi e subdoli. No! Nella vita bisogna maneggiare molto la sinistra, se no, si finisce male come te. Con una sola mano non si resta a galla a lungo, bisogna nuotare con tutte e due le mani e a te mancò la sinistra. Così è accaduto a te: ti hanno crocifisso e ora ti mutilano... Chi possiede una buona mano sinistra non è mai crocifisso. Qui sta proprio tutto. Sentivo che il mio Cristo sorrideva silenzioso: "Come mi conoscete poco e male! Certo, ho anch’io la mano sinistra!". "Tu, Signore?". "Oh! Che sarebbe di voi uomini se non avessi la mano sinistra... Si, ce l’ho! Non per evitare che mi mettano in croce, ma per salvare voi uomini dall’inferno. Lo comprendi adesso?". "A metà, Signore!". Tutta l’avventura tragica e divina della nostra vita sta nel lasciarci prendere dalla mano di Dio, ma c’è in noi un elemento difficile e pericoloso: la libertà. Dio la rispetta misteriosamente, infinitamente. Per conquistarci, Egli si serve di due mani, la destra e la sinistra, che rappresentano due tecniche e due tattiche: la mano destra è chiara, luminosa, trasparente, si manifesta apertamente; quella sinistra cerca a tentoni, va per vie tortuose, fa calcoli diplomatici, non ha fretta, agisce a distanza; la voce, però, anche se sinistra, non è machiavellica né traditrice, perché la guida l’Amore! Per ogni anima Dio ha due mani che impiega in maniera diversa, perché non tutti gli uomini sono uguali. Alcuni si lasciano prendere dalla destra; per altri, è necessario che Dio usi un po’ l’una e un po’ l’altra mano, ma se non ha esito la destra, Egli usa la sinistra. Con la destra, come bianche colombe o docili pecorelle, Dio prese S. Giovanni Evangelista, un S. Giovanni della Croce, un Francesco Saverio, le due Terese...Ma per conquistare Pietro, Paolo, Agostino, Maddalena o Ignazio di Loyola, Egli dovette usare la sinistra. Davanti alla mano destra alcuni si rivoltano, si ribellano, si impuntano e allora è necessario che entri in gioco la sinistra. La mano sinistra di Dio! Qui sta Cristo! È questa quella che ti lasciarono? Sembra che non faccia nulla. Spesso allontaniamo volgarmente, brutalmente da noi questa soave mano destra di Dio che cerca di essere freno: "Fermati!" Vuole sollevarci dal fango in cui siamo caduti... "Oggi non ho voglia di volere... forse domani... lasciami!". Cerca di penetrare per vedere se può addolcire il nostro cuore..."Questo vale per i bambini e i vecchi, io sono un uomo, lasciami in pace!". E lui allora lascia cadere molte volte la mano destra che abbiamo reso praticamente inutile per noi. Altre volte, molte...che felicità però allora! Dio non si dà per vinto, lascia cadere la mano destra, ma schioda quella sinistra, lascia la destra in riserva, già si daranno altre opportunità per tornare ad usarla... Nessuno sa usare la mano sinistra meglio di Dio. Le sue trovate sono infinite! Ieri la mascherò in un modo primitivo, oggi la maschera in modo moderno. È l’Essere più attuale! Un incidente uccide mia moglie e il mio unico figlio! ...sono rimasto solo nella vita... Non ho mai avuto malattie, però dice il medico che ho qualcosa al cuore per cui niente fumo, niente alcool... e questo alla mia età!... Ho una figlia di ventidue anni, stupenda creatura già laureata; ieri mi ha detto che vuole diventare carmelitana... Ho venti anni, conteso da tutte le più belle ragazze del rione. Da due mesi, soffro di dolori strani ad una gamba e mi hanno ricoverato all’ospedale. Un caro amico mi ha detto che ho un cancro. Morire di cancro a vent’anni! No, è atroce! Davanti alla mano sinistra di Dio, il primo istinto è di ribellione e di disperazione. Dimentichiamo l’incidente, il cancro, il dolore, la morte perché sappiamo che non sono loro la causa delle nostre sofferenze; sentiamo che il responsabile ultimo del nostro dolore non può essere altri che Dio e allora imprechiamo contro di Lui, lo condanniamo, gli togliamo la nostra fiducia. "Padre... Padre... se fossi veramente tale non ci tratteresti così!". Ci ribelliamo...; poi giungono le prime lacrime nervose e, senza rendercene conto, la prima preghiera... Torniamo ancora ad imprecare... poi una grande stanchezza ci assale, le lacrime si fanno ora più serene e preghiamo ormai senza protestare. Abbiamo voglia di baciare qualcosa,.. Che? Ah! si... ecco le nostre labbra si posano sul crocifisso...con un bacio gli diciamo: "Va bene, come vuoi!". Dura, terribile, violenta, implacabile, benedetta mano sinistra di Dio! Si formano allora altre espressioni assurde: "Ho venti anni e un cancro alle ossa, ma non sono mai stato felice come ora". "Mia figlia monaca? Che sarebbe di me senza di lei? Vuoi sapere la verità? Ha offerto la sua vita per la salvezza della mia anima. Ero troppo lontano da Dio!"... Cristo mio rotto! Te lo dico a nome mio e di tutti i miei amici; meglio, te lo dico a nome di tutti perché ora abbiamo capito, guardandoti privo della destra e offrendoci la sinistra: Signore, se per salvarci non basta la tenerezza della tua destra, usa pure con noi la sinistra. Mascherala come vuoi: calunnie, cancro, incidente, malattie, dolori, morte... Cristo, che possiamo essere figli delle tue mani, della tua destra o della tua sinistra... Al tuo capezzale, amico, hai certo un Cristo in croce, baciagli la mano sinistra e accada quel che accada! Osa pure! Coraggio!Il Cristo rotto3. Si è perduta una croce Un annunzio breve e non commerciale: "Signori, Attenzione! Si è perduta una croce e non riusciamo a trovarla. Qualcuno l’ha trovata per caso? E’ la croce del mio Cristo rotto". Lui, certo, sa dove si trova, ma non parla...è muto! L’antiquario che me l’ha venduto non sa darmi neppure un minimo indizio. Vorrei tanto ridargli la croce, perché sopportare la croce, senza croce, deve essere terribilmente crudele. Per questo, amici, vi chiedo aiuto. Si è perduta una croce. Qualcuno l’ha vista? Volete saperne le misure? Circa 90 centimetri per 60, non è troppo grande, ma è una croce e nessuna croce è piccola. Oltretutto è una croce per Cristo e quindi non ha misura. Tali dati bastano, perché tutte le croci sono uguali. Scusate la mia insistenza, amici, qualcuno di voi ha trovato una croce? Sapete di qualche parente, amico o vicino che l’ha trovata? Si!? Già so quello che state rispondendo: "Scusi, ma cosa domanda lei, una croce? una croce sola? Ne abbiamo trovate tante e tutti!". È vero, avete completamente ragione, per questo cambio ora la domanda: "Chi di voi, amici, chi di noi non ha trovato una croce, o meglio, ancora non ha la sua croce?". È un diritto di proprietà a cui non si può rinunciare. Contro questa personalissima proprietà privata non può nulla neppure il comunismo. Ogni comunista ha la sua croce inalienabile; è impossibile socializzarla, e tutti, anche se non si vede, anche se sorridiamo, portiamo addosso la nostra croce. Quanto più occulta tanto più pesante. Anch’io ho la mia croce e voi la vostra, tutti...; tutti stiamo lavorando con la nostra croce. Scena fantastica di eterna Passione: questa notte, quando andremo a letto, non potremo lasciarla appesa alla gruccia e, domani, ci sveglieremo già con lei addosso. All’entrata dell’ufficio lasceremo la nostra macchina posteggiata...magari potessimo posteggiare almeno per qualche ora al giorno la nostra croce, ma, per le croci, non ci sono problemi di posteggio. Non occupano posto, anche se occupano e assorbono una vita intera! Chi ha trovato una croce? Tutti, sani e malati, buoni e cattivi; santi e criminali, tutti, non si fanno distinzione di parti... La povera prostituta che, truccata e annoiata davanti al bar, aspetta l’ora strategica, porta la sua favolosa croce, pesa tanto che si appoggia al muro dell’angolo della strada. Una croce più pesante di quanto non si possa immaginare. Chi si avvicina a Lei, cercando il piacere, lo fa per sfuggire ad un’altra croce. Promettendosi il piacere, mercanteggiano entrambi con le loro croci addosso; vanno insieme, con fretta tutti e due con le loro croci addosso; quando poi hanno già bevuto alla coppa del piacere, cercando di appagare la loro sete di felicità, sentono, con disgusto, che è aumentata la croce a tutti e due e allora si sentono defraudati, provano delusione, avvilimento... No... non valeva la pena, per ritornare ad avere, domani, lo stesso desiderio e poi la stessa nausea, sempre con la stessa croce. Una notte, a New York, ebbi un incubo terribile: Sognai una città fantastica i cui grattacieli si allargavano, in alto, in forma di croce, una città allucinante come un film di Bergman... le cui porte e le cui finestre illuminate, di notte, si dividevano in forma di croci e mi mostravano, attraverso i vuoti, un uomo disteso su di una croce. Che incubo atroce quella notte! Attraversavo, da solo, quelle strade tragicamente deserte, sotto lo sguardo lacerante di infiniti uomini crocifissi alle finestre dei grattacieli e io, unico cittadino, trascinavo la mia croce che risuonava sull’asfalto di quella interminabile strada solitaria... Ogni città è un bosco, una selva. Amico, sai perché, alla fine, la nostra croce è insopportabile? Perché arriva a convertirsi, a volte, fino all’esasperazione e al suicidio? Perché è una croce sola, una croce senza Cristo. La croce si può portare, solo se porta in braccio Cristo. Una croce laica, senza sangue né amor di Dio, è insopportabile, non ha senso, te lo concedo. Per questo, amico, ho un’idea. lo ho un Cristo senza croce, e tu forse hai una croce senza Cristo, questa che hai ora. Entrambi siete incompleti. Il mio Cristo non riposa perché gli manca la sua croce, tu non puoi sopportare più la tua croce perché ti manca Cristo. Un Cristo senza croce, una croce senza Cristo, perché non ci uniamo e ci completiamo? Perché non regali questa notte la tua croce a Cristo? Guadagneremo entrambi. Tu hai una croce sola, nera, vuota, gelida, senza sangue, una croce senza Cristo; non ce la fai più, anzi non so come tu ce l’abbia fatta a sopportarla fino a questo momento; soffrire cosi è irrazionale, ti comprendo. Hai in mano il rimedio, vieni, avvicinati, dammi questa tua croce; avvicinala ancora di più, io ti do il mio Cristo senza croce e senza riposo; prendilo, te lo avvicino, lo stai vedendo, è tuo, dagli la tua croce, prendi il mio Cristo; abbraccialo, bacialo, tienilo stretto a te e tutto sarà diverso. Il mio Cristo rotto riposerà sulla tua croce, la tua croce si farà più leggera col mio Cristo in essa. Ho iniziato dando un avviso: "Si è perduta una croce!" Lo ritiro, non serve più... Si è trovata una croce, la nostra, che risulta essere la stessa di Cristo.
4. Chi ti ha rotto la faccia? Cristo, ho sempre visto che quando un uomo, accecato dall’ira, grida ad un altro uomo: "Stai attento che ti rompo la faccia", la minaccia si risolve, normalmente, con un pugno, uno schiaffo o, al più, una coltellata. Solo per te, essa si è realizzata in pieno. Ti hanno rotto completamente il viso con un colpo secco. Te lo avrei restaurato subito, prima di ogni altra cosa, ma tu non hai voluto.. Per questo, mi dedico, ogni giorno, con un gioco di fantasia e d’amore, a restaurarlo idealmente, collocando sulla sua testa quei visi che, per Cristo, ha dipinto l’arte universale. Impiego, in questo gioco, tutto il mio tempo e ne provo una dolcezza infinita. A tratti, mi sento Velasquez, o il dolcissimo frate Angelico o Leonardo...; non finirei mai, ma, da qualche giorno, non posso fare più neppure questo. Il mio Cristo rotto è tremendamente esigente, non dà tregua e me lo ha proibito. Credevo che, in fondo, il mio gioco gli piacesse o, almeno, lo accettasse silenziosamente fino a quando, un giorno, non potendone più gridò: "Basta! Non mettermi più visi presi in prestito dall’arte degli uomini, ho già pazientato abbastanza. Basta, ti dico: voglio rimanere senza volto. Hai promesso che non mi avresti restaurato mai...". Quasi tremando e confuso, ma sincero sussurrai dolcemente: "E continuo a prometterlo, Signore!". "A meno che - continuò Cristo - tu non voglia iniziare un altro gioco, mettendomi altri visi. Questi, si li accetterei!". "Quali, Signore, dimmelo e lo faccio subito". "Non lo credo, perché ti conosco". "Dimmelo, Signore! Perché no?". "Temo che addirittura potresti scandalizzarti come i farisei". "Mi sforzerò di comprenderti. Dimmi, quali altri visi vorresti?". "Altri, ma reali, non finti come quelli che mi mettevi prima, visi umani che sono proprio miei... come quello che mi hanno tagliato con un colpo solo". "Ah! credo di cominciare a capire, Signore... ti riferisci al volto dei santi, degli apostoli, delle vergini, dei martiri...". "Vedi come non comprendi - sorrise il mio Cristo tristemente - non ne indovini una: Anche questi visi sono miei; ma già li possiedo e nessuno me li nega. No, no... mi riferisco ad altri visi... ma pochissimi oserebbero mettermeli...". "Bene, Signore, io oserò senza dubbio, fidati di me...Dimmi...". "E va bene! Lo hai voluto tu, ma poi non lamentarti... ". Fece una pausa, come per prendere forza. Respirò profondamente, dubitò, e, per un attimo, mi sembrò che volesse tornare indietro. Ebbi paura del mio Cristo! Ma ormai non c’era rimedio. Egli già mi chiedeva: "Ascoltami. Non hai una fotografia del tuo peggior nemico; di chi ti ha tradito, di chi parla sempre male di te; di chi, per sistema, interpreta male ogni cosa che fai o dici; di chi ti ha denunziato, di chi ha messo in carcere tuo fratello; di chi ha approfittato della guerra e ha ammazzato tuo padre?". "Cristo, non continuare!". "Lo vedi? Non te lo avevo detto? È troppo, vero?". "È inumano... è assurdo!... Però, non farmi caso, continua... continua a parlare". "Va bene! Hai mai osservato il viso del lebbroso, del mendico sudicio e ripugnante, dell’imbecille, dell’anormale, del pazzo, dell’alcolizzato? ..." . "E mi vuoi dire, Cristo, che questi visi sono tuoi? E che te li metta?". "Certo! E me li porrai". "Impossibile!". "Aspetta, non ho ancora finito! Tieni bene in mente quanto sto per dirti e non dimenticare nessuno dei visi che ti dirò: Pensa a quello del suicida, del blasfemo, della prostituta, del traditore, del criminale, dell’assassino, del vizioso, del degenerato". Tacevo, era impossibile rispondere. "Non hai sentito? Ho bisogno di questi visi sul mio viso ". "Non so, Signore, non capisco nulla... Questi visi sul tuo viso!... ". "Si, sul mio viso. E ti meravigli? Ma non vedi che li porto nel mio cuore che è di più, infinitamente di più che avere il loro viso sul mio? Non sai che ho versato il mio sangue per tutti, per tutti, hai capito? per tutti! Guarda, ora cercherò di farti comprendere un po’ quella che fu la Redenzione, ascolta... lo mi sono volontariamente reso responsabile dei peccati e della degenerazione di tutti gli uomini di ogni epoca...tutto, tutto pesava su di me. Mio Padre si affacciò dal cielo per guardarmi. Lui si guarda sempre nei miei occhi, sono il suo specchio nel quale si contempla, il suo viso...; Dio non ha un volto visibile, sono io la sua faccia visibile. Si affacciò, dicevo, dal cielo per guardarmi sulla croce e contemplarsi nel mio volto. Fissò i suoi occhi su di me e il suo dolore fu infinito; sul mio volto vide sovrapposto successivamente e vertiginosamente il viso di tutti, assolutamente tutti gli uomini. Nel mio viso stavano tutti i visi e cosi rimasi senza faccia. Dal cielo, durante le tre ore della mia agonia sulla croce, Egli rimase a contemplare, sul mio volto, la sfilata di tutti quei volti. Era orribile, ma intanto io dicevo: "Padre, perdonali, non sanno quel che fanno". E mio Padre li perdonava, non li condannava, li amava perché stavano sul mio volto e ne rimanevo privo, perché essi stessi diventavano il mio viso. Non ero solo sulla croce, ne morivo solo: tutti stavate appoggiati a me e tutti siete morti con me. Avevo innumerevoli, infiniti volti. Mai si è visto, su uno schermo, una sfilata cosi terribilmente ripugnante e grossolana. Mio Padre non toglieva gli occhi da me: vide passare sul mio viso quello del superbo, dell’assassino freddo e calcolatore, del settario che cerca di ordire piani contro Dio, labbra ripugnanti col marchio dell’ingiuria, narici curve; e, ancora, il pallore del viso, sguardi turbolenti di misteriose anormalità. Sentivo, sulle mie povere labbra, la droga, l’oppio, l’alito cattivo dell’alcolizzato, il veleno, il vomito, il riso amaro, ricco soltanto di odio, l’agonia, la morte. Come è ridicola l’arte degli uomini e quanto insondabile è l’amore di Dio!". Il mio Cristo tacque. Mi aveva dato la più bella e la più difficile lezione e da allora non è più tornato a parlare. Non dimenticate, amici, la superficie lisa di questo volto, tagliato con un colpo secco: è un portafotografie vuoto, però già ne conosciamo l’uso! Amico, hai il viso di qualche nemico che non riesci ancora a perdonare, che ti ha fatto troppo male o te ne fa ancora? Su, coraggio! Sii eroico, prendi questo viso odioso e avvicinalo sempre più a quello di Cristo, sovrapponilo al suo... Guarda, ora Cristo sta sulla croce con il volto del tuo nemico. Già non puoi più odiarlo! Ascolta... non senti una voce, la sua, dolcissima: "Amatevi come io vi ho amato!" e, nel tuo cuore, allora, incomincerà a svegliarsi l’Amore!
Un Cristo senza croce, una croce senza Cristo Amico, io vado in cerca di una croce. Vedi, ho un Cristo senza croce, l'ho acquistato presso un antiquario. Mutilato e bellissimo. Ma non ha croce. Per questo mi si è affacciata un'idea. Forse tu hai una croce senza Cristo. Quella che tu solo conosci. Tutti e due siete incompleti. Il mio Cristo non riposa perché gli manca una croce. Tu non sopporti la croce, perché le manca Cristo. Un Cristo senza croce, una croce senza Cristo. Ecco la soluzione: perché non li uniamo e li completiamo? Perché non dai la tua croce vuota a Cristo? Ci guadagneremo tutt'e due. Vedrai.
Tu hai una croce solitaria, vuota, gelata, paurosa, senza senso: una croce senza Cristo. Ti capisco: soffrire è illogico. Non comprendo come hai potuto sopportare così a lungo. Una croce priva di Cristo è una tortura, il principio logico della disperazione. Hai il rimedio tra le mani. Non soffrire più solo. Su, dammi questa croce vuota e solitaria. Dammela. Ti darò in cambio questo Cristo mutilato, senza riposo, né croce. La tua croce non è più solamente tua; è anche e nello stesso tempo la croce di Cristo. Su, prendi la tua croce, amico; la tua croce con Cristo. Non sarai più solo a soffrire. La porterete in due, il che vuol dire dividerne il peso. E finirai per abbracciare e amare la tua croce, una volta che Cristo sarà in essa.BeatitudiniBEATO IL CUORE
Beato il cuore che sa aprirsi a tutti con disinteresse e vive la compassione come il Cuore di Cristo:sarà strumento di nuova creazione. Beato il cuore che non considera estraneo nessuno, neppure il più diverso, ma vive l’accoglienza come legge fondamentale, perché questo è il Vangelo. Beato il cuore che vive l’offerta di sé, in continua e operosa oblazione di amore al Padre per i fratelli: sarà in Cristo restauratore dell’uomo. Beato il cuore che si fa carico degli altri in ogni situazione, favorevole e avversa, e si compiace della verità, della giustizia e della purezza: sarà artefice della civiltà dell’amore. Beato il cuore che non si vanta, non tiene conto del male ricevuto, non manca di rispetto, non si serve degli altri, ma serve gli altri: perdendo la sua vita la ritrova. Beato il cuore che si rapporta con amore, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta: non sarà mai stanco e darà frutti perenni. Beato il cuore che si lascia compromettere da chi patisce sofferenze o ingiustizie ed è pronto a offrire solidarietà, aiuto e speranza: realizzerà l’unità dei fratelli. Beato il cuore che non bada al colore della pelle e alla diversità delle lingue, ma conosce solo il volto, il linguaggio e il cuore di Dio: sarà rigeneratore di speranza. Beato il cuore che vive l’attenzione agli altri, la generosità, l’autenticità della vita, la responsabilità leale e fattiva: sarà costruttore del Regno di Dio. Beato il cuore mite ed umile, perché sarà una nuova incarnazione del Cuore di Cristo. (da “Beatitudini evangeliche per gli uomini del Terzo Millennio”)
Beato il cuore
Beato il cuore che fa spazio a tutti dentro di sé e trova sempre al suo interno un angolino libero per l'ultimo che arriva.
Beato il cuore che non riesce a chiamare estraneo anche il più diverso, ma vive l'accoglienza come legge fondamentale, perché questo è il Vangelo.
Beato il cuore che vive un continuo "Eccomi" agli altri, a Dio e a stesso: crescerà fino alla pienezza.
Beato il cuore che si fa solidale nella verità con tutti e ciascuno, in ogni situazione, nella buona e nella cattiva salute: sarà artefice della civiltà dell'amore.
Beato il cuore che non è gonfio di sé, non si vanta, non manca di rispetto: sarà beato perché perdendo se stesso si ritrova.
Beato il cuore che si compiace della verità, della giustizia e della purezza: sarà specchio di Dio e città sul monte.
Beato il cuore che si lascia compromettere dalla sofferenza degli altri ed offre solidarietà, asilo, speranza: realizzerà l'unità dei fratelli.
Beato il cuore che non conosce il colore della pelle o la diversità delle lingue, ma solo il linguaggio degli occhi, del sorriso, del volto e della luce di Dio: sarà rigeneratore di speranza.
Beato il cuore che vive l'attenzione agli altri, la generosità, l'autenticità della vita e una presenza operosa: sarà costruttore del Regno di Dio.
Beato il cuore mite e umile, perché sarà una nuova incarnazione del Cuore di Cristo.
a cura di Marino Gobbin |
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