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9月27日

FEDELI FINO ALL'ULTIMO

La storia di cinque giovani polacchi che moriranno in un campo di concentramento in Polonia. Una storia commovente che consiglio a tutti coloro che lavorano apostolicamente con i ragazzi.
 

FEDELI FINO ALL'ULTIMO

La storia di quattro giovani polacchi che moriranno in un campo di concentramento in Polonia. Una storia commovente che consiglio a tutti coloro che lavorano apostolicamente con i ragazzi.
 
 

IL PROFUMO DEL LIBANO

La Bibbia nomina più di sessanta volte il Libano e sem­pre con entusiasmo e meraviglia come sinonimo di floridezza e di sicurezza, esaltandone a più riprese « la gloria », cioè le estese e dense foreste di conifere, le gelide e purissime acque, le fiere che trovavano ricetto nella vegetazione fittissi­ma Il Cantico dei Cantici saccheggia il Libano per impa­dronirsi delle immagini più ardite ed espressive a cantare la bellezza dello sposo e della sposa.

I cedri soprattutto, questi patriarchi del mondo vegetale, sono la gloria » della Montagna e rappresentano, per i favoleggiatori , i poeti e i profeti della Bibbia, tutto ciò che al mondo può dare l'idea di orgogliosa potenza, di incrolla­bile sicurezza. Soltanto la « voce » di Dio che scoppia nel fragore dell'uragano — il rombo del tuono — può far tre­mare la Montagna e schiantare i cedri; soltanto la collera ter­ribile del Signore può far languire « il fiore del Libano ».

Il cedro, l'« albero di Dio... piantato dal Signore »  è invidiato da tutte le piante dell'Eden, giardino dell'Altissi­mo, per la sua superba altezza che fruga le nubi, per i suoi rami distesi come immense, verdi tettoie, sotto le quali tro­vano riparo tutti gli uccelli del cielo: gigante irraggiungibile, che attinge la linfa dalle acque del misterioso e profondo abisso.

Il profumato legno del cedro, ritenuto incorruttibile, ricercatissimo dagli antichi faraoni d'Egitto e dai monarchi

orientali per le costruzioni di rappresentanza, fu largamen­te usato nel tempio del vero Dio a Gerusalemme, per la reg­gia e i palazzi di Davide e Salomone.

Il Libano e i suoi cedri si caricano, nella Parola di Dio, di misteriosi significati simbolici per esprimere grazie di sal­vezza e di gioia. La Montagna Bianca diventa così immagine della città santa Gerusalemme e della sacra collina di Sion, dove sorgeva il tempio; la « gloria del Libano » è appan­naggio degli eletti quando Dio porterà a compimento le sue promesse e le meraviglie della sua misericordia; servirà per il tempio nuovo della nuova città di Dio. Il Messia Reden­tore sarà come tenero ramoscello spiccato dalla più alta cima dei cedri, per diventare egli stesso come un cedro maestoso e possente ". L'uomo giusto crescerà come il cedro del Liba­no e il profumo degli amati da Dio è come la fragranza acu­ta dei cedri della Montagna

Dalle antiche e vaste foreste di cedri, ormai resta appe­na qualche macchia, soprattutto nei luoghi dove visse Sciarbel, presso il villaggio di Besciarre, nelle cui adiacenze sono con­servati gli esemplari più famosi, protetti gelosamente e cir­condati da una specie di devozione. Alcuni di essi svettano per venticinque metri e hanno una circonferenza, alla base del tronco, di dodici metri: sono i « santi cedri » affidati al­la protezione del Patriarca dei Maroniti, intorno ai quali, il giorno della Trasfigurazione del Signore, presso una cappella eretta nel 1834, tutto il Libano fa grandissima festa. Giacchè il cedro è simbolo stesso del paese e campeggia dovunque. Il Libano e i libanesi sono idealmente sempre  all’ombra dei cedri di Dio.

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Posso con questa introduzione invitare a leggere: "Il profumo del Libano" la storia affascinante di un monaco libanese San Scilarbel Makhluf, vi affascinerà. Buona lettura.

 

 

9月23日

XXVII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 519-528

 

 

L’indissolubilità: un’esigenza dell’amore, non un precetto

 

Ci sono situazioni in cui due coniugi si chiedono, con ragione, se valga ancora la pena insistere nel tentativo di aggiustare un rapporto nato male e che si sta rivelando irrimediabilmente guasto. Non ci si ama più, ci sono incompatibilità di carattere, ci si fa dispetti, si parla solo per offendersi e anche i figli vengono coinvolti nel fallimento dei genitori. Quale senso ha continuare insieme? Può Dio esigere che si protragga una convivenza che è un supplizio? Non è meglio che ognuno se ne vada per la propria strada e si ricostruisca una vita?

A queste domande la logica degli uomini risponde senza esitazioni: meglio il divorzio.

Se tante coppie si separano dopo pochi anni di matrimonio, non è preferibile la convivenza? Se le cose non vanno ci si lascia senza troppi problemi.

In nessun altro campo, come in quello dell’etica sessuale, l’uomo è tentato di darsi una sua morale e così il sale della proposta evangelica è spesso reso insipido da tanti ma, se, però, dipende.

È necessario “diventare come bambini” per entrare nel regno dei cieli, per poter comprendere la difficile, impegnativa proposta di Cristo. Solo chi si sente piccolo, chi crede nell’amore del Padre e si fida di lui, si trova nella disposizione giusta per accogliere i pensieri di Dio. Non tutti possono capirli, “ma solo coloro ai quali è stato concesso” (Mt 19,11), non i sapienti e gli intelligenti, ma i piccoli (Mt 11,25).

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Solo la via stretta che Gesù propone conduce alla vita”

 

 

Prima Lettura (Gn 2,18-24)

 

18 Il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse:

 “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

 La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”.

 24 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

 

Al termine della creazione “Dio contemplò quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31). Tutto era meraviglioso, eppure il Signore notò che, nel giardino dove germogliavano dal suolo “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare” (Gn 2,9), l’uomo non era felice. Ne intuì la ragione e decise di colmare la lacuna: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (v. 18).

Adamo godeva dell’intimità con Dio che, alla brezza della sera, scendeva a passeggiare con lui; aveva un lavoro, una terra da coltivare, amare e rispettare; era protetto e aveva cibo. Tutto questo però non lo appagava, perché era solo. Aveva bisogno di qualcuno con cui dialogare, a cui donare e da cui ricevere amore.

La solitudine è una sconfitta. Come porvi rimedio?

Il Signore creò gli animali, li plasmò con l’argilla del suolo, come aveva fatto con l’uomo e diede loro una vita simile a quella dell’uomo, poi li consegnò all’uomo che, grato, li accolse come suoi aiutanti e compagni (vv.19-20).

Servendosi del linguaggio mitico, l’autore sacro riconosce e benedice il vincolo profondo che unisce il mondo animale a quello dell’uomo. Questi per nascita proviene dalla terra ed è parente degli animali, con i quali instaura un rapporto di convivenza e di collaborazione; gli animali hanno il compito di custodire, proteggere e anche salvare l’uomo.

Adamo ora non è più solo. Coltiva la terra, è proprietario di armenti, eppure non è ancora soddisfatto. All’uomo non bastano le creature e il successo professionale, non gli basta nemmeno Dio; per riempire la sua solitudine ha bisogno di un suo simile.

“Non ho nessuno; non appartengo a nessuno” è questo forse il più accorato dei lamenti.

Il Signore, che vuole la gioia dell’uomo, si rimette all’opera e crea la donna.

L’obiettivo del racconto biblico non è insegnare da dove proviene la donna, ma rispondere a interrogativi esistenziali: chi è la donna? Per quale ragione esiste la bipolarità sessuale? Perché l’uomo sente così forte l’attrattiva sessuale? La donna è inferiore e serva dell’uomo?

Nel campo della sessualità, dove l’istinto facilmente obnubila l’intelletto e induce a scelte che, anche se dettate dal buon senso, si rivelano disumanizzanti, è fondamentale scoprire il disegno di Dio.

* Il primo messaggio che egli ci trasmette, attraverso questo racconto, è la demitizzazione della sessualità. La sessualità non ha nulla di sacrale e numinoso, come invece ritenevano gli antichi, è un istinto naturale, una passione “le cui vampe sono vampe di fuoco” (Ct 8,6) ed è voluta da Dio per spingere l’uomo a uscire da se stesso e ad andare verso l’altro. L’uomo esiste (dal latino: ex‑sistere = stare fuori) solo quando asseconda questo impulso divino e, dimentico di se stesso, si offre in dono all’altro.

* La sessualità è buona. I dualismi e il manicheismo che, fin dai primi secoli, si sono infiltrati nella chiesa sono contrari alla visione biblica della creazione (Col 2,20-22). Il piacere sessuale è benedetto da Dio.

* La sessualità è stata voluta per indurre all’incontro, al dialogo con l’altro, per questo l’autoerotismo ne costituisce una deviazione. Una sana pedagogia però tiene conto dell’evoluzione progressiva della personalità ed è attenta a non creare, specie nei bambini e negli adolescenti, paure, ansie e fobie.

* La bipolarità sessuale è parte costitutiva della persona umana; l’asessuato non esiste e la diversità dei sessi va mantenuta e valorizzata.

* La donna è simile all’uomo e gli è data come aiuto.

Simile e aiuto sono i due termini più significativi di tutto il brano: rivelano chi è la donna per Dio. Per coglierne il vero senso è necessario rifarsi al testo ebraico.

Ke‑negdò, tradotto con simile, in realtà significa come contro di lui.

La donna è stata posta da Dio di fronte all’uomo, non per essere dominata, ma per instaurare con lui un rapporto di dialogo fecondo, un confronto impegnativo e persino duro, che comporta inevitabili tensioni, perché l’obiettivo è la progressiva umanizzazione di ambedue. Donna e uomo divengono, in questa prospettiva, aiuto l’uno per l’altro.

Alla donna è assegnato il compito di essere aiuto per l’uomo. Questa mansione è stata a volte ritenuta, erroneamente, una conferma da parte di Dio dell’inferiorità della donna. I biblisti hanno invece rilevato un dato significativo: il termine ebraico ‘ezer, aiuto, è impiegato nella Bibbia praticamente solo per Dio. “Mio Dio, tu sei mio aiuto” – esclama fiducioso il salmista (Sl 70,6). Solo Dio è ritenuto capace di soccorrere l’uomo che si trova in situazioni in cui è in gioco la sua stessa vita.

Riferito alla donna, questo titolo non solo non designa quindi inferiorità, ma definisce un suo compito sublime: è chiamata a rendere presente Dio-aiuto a fianco dell’uomo, deve dare continuità all’opera del Signore, offrendo all’uomo l’aiuto necessario alla sua piena realizzazione. Senza di lei, l’uomo rimarrebbe incompiuto.

L’immagine di Dio‑vasaio, che ricorre frequentemente nella Bibbia, ci aiuta a comprendere la missione della donna.

Il salmista rivolge al Signore questa commovente invocazione: “Noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma; tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is 64,7). L’uomo è argilla da modellare e Dio ha deciso di non lavorare da solo, ha voluto qualcuno che lo aiutasse a portare a compimento la più straordinaria delle sue opere: l’uomo. Per questo ha creato la donna e glielo ha affidato come vaso di creta da forgiare, plasmare e decorare. Da lei si aspetta, al termine della vita, la restituzione di un capolavoro.

* Si riteneva che lo scopo primario dell’incontro sessuale fosse la procreazione. Il racconto biblico di oggi ci parla piuttosto di un’assenza (la costola sottratta) e di un’incompiutezza che devono essere colmate, di una ferita che deve essere curata, di un bisogno di uscire dalla solitudine che chiede di essere appagato.

Tuttavia, è indispensabile prendere coscienza del fatto che solo l’uso corretto della sessualità raggiunge questo obiettivo. Quando nel rapporto uomo‑donna si infiltra l’egoismo, ricompare la solitudine, anche se si è sposati e si vive sotto lo stesso tetto.

Quando fra i coniugi si instaurano i rapporti uomo‑cosa e uno considera l’altro un oggetto di godimento; quando ognuno vive per proprio conto, coltivando le proprie amicizie, i propri interessi, i propri svaghi; quando non ci si parla per confrontarsi sul progetto comune che si intende realizzare; quando le decisioni non sono prese insieme; quando nell’incontro uno sfigura, cancella, annienta l’altro, allora marito e moglie ripiombano nella solitudine e tornano ad essere tristi e infelici.

* L’amore fra uomo e donna, contratto “nel Signore” (1 Cor 7,39), è indissolubile (v. 24). Non si tratta di una legge, perché il ricorso a precetti è sempre la denuncia di una sconfitta dell’amore, ma della scoperta dell’intima e profonda realtà dell’amore che, per sua natura, non può morire. È “una fiamma divina che le grandi acque non possono spegnere”, è una partecipazione all’amore del Signore, amore capace di resistere a qualunque prova, incrollabile come solida roccia che “i fiumi non possono travolgere” (Ct 8,6-7).

Ed è monogamico. La poligamia, che la Bibbia attribuisce a un figlio di Caino (Gn 4,19ss.), è conseguenza del peccato e dello stravolgimento del disegno di Dio sulla sessualità.

Esulano dal progetto divino l’avventura extraconiugale, che è un tradimento dell’amore e impoverisce i protagonisti, la semplice convivenza e i rapporti pre‑matrimoniali, perché in essi manca il coinvolgimento pieno e definitivo, chiaramente presupposto nel testo sacro: “Un uomo… si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (v. 24).

* La sessualità non è un gioco, non è un divertimento. Costruire amore è un impegno arduo, per cui vanno evitati l’impazienza, la fretta, il darsi disordinato che provocano sempre drammi interiori, confusioni, situazioni insostenibili, anche se chi vi è coinvolto si sforza di ostentare un’apparente felicità.

 

 

Seconda Lettura (Eb 2,9-11)

 

9 Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti.

 10 Ed era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza.

11 Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.

 

Oggi inizia la Lettera agli ebrei che ci accompagnerà fino al termine dell’anno liturgico. I primi due capitoli sono dedicati alla presentazione di alcuni aspetti della persona di Gesù.

Dopo aver affermato, nel primo capitolo, la superiorità di Cristo rispetto a tutte le creature, angeli compresi, l’autore risponde a un interrogativo: Gesù, così elevato rispetto a noi, non sarà troppo lontano dalla nostra condizione, dalle nostre esperienze?

A questa obiezione l’autore risponde nel secondo capitolo, dal quale è tratto il brano di oggi.

“Era conveniente” (v. 10) – spiega – che il Padre scegliesse, per il suo Figlio, il cammino della sofferenza e della croce. Lo destinava, infatti, a essere il capo che introduce gli uomini nella gloria di Dio. Solo una guida che è passata attraverso tutte le esperienze umane, compresi la solitudine, il tradimento, l’abbandono e la morte, ispira fiducia.

L’ultima affermazione del brano è commovente: Gesù non si vergogna di chiamare fratelli gli uomini che è venuto a salvare (v. 11). Egli si sente solidale con loro, capisce le loro miserie e debolezze, perché, come si dirà più avanti nella lettera, egli ha imparato da quanto ha sofferto come sia duro seguire il cammino tracciato dal Padre (Eb 5,7-9).

 

 

Vangelo (Mc 10,2-16)

 

2 Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. 3 Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. 4 Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla”. 5 Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6 Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; 7 per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. 8 Sicché non sono più due, ma una sola carne. 9 L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”.

10 Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: 11 “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; 12 se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”.

13 Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. 14 Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 15 In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. 16 E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.

 

Stupisce che dei farisei rivolgano a Gesù la domanda: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Come tutti gli israeliti, senza eccezione, i membri di questa setta non avevano dubbi sulla liceità del divorzio, in quanto l’Antico Testamento contemplava la possibilità di un secondo matrimonio. La discussione verteva, se mai, sui motivi che la potevano giustificare.

Il tema dell’indissolubilità è introdotto da Marco nella parte centrale del suo vangelo, assieme ad altre questioni morali come il dialogo con chi non crede, la carità verso i fratelli, lo scandalo, i rapporti con i più deboli, la proprietà, le ricchezze. È collocato in questo contesto, perché la richiesta dell’assoluta e incondizionata fedeltà coniugale lascia sgomenti e sconcertati e non può essere capita se non la si inquadra nella logica dell’amore di Cristo e del dono della vita.

Rispondendo alla domanda che gli è stata rivolta, Gesù chiarisce, anzitutto, il vero significato della legge di Mosè, legge che egli non intende abolire, ma spiegare e portare a compimento.

Il libro del Deuteronomio sembra permettere il divorzio: “Se un uomo prende una donna e la sposa e questa non trova più favore ai suoi occhi perché egli ha trovato in lei qualcosa di sconveniente, le scriva un libello di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa” (Dt 24,1). Alcuni rabbini, i più severi, insegnavano che il marito poteva rimandare la propria moglie solo nel caso che gli fosse stata infedele; ma altri, più tolleranti e possibilisti, sostenevano che era sufficiente che la donna avesse cucinato male la cena oppure che il marito ne avesse trovata un’altra più avvenente.

Prima di pronunciarsi sul tema, Gesù chiarisce il significato del testo biblico. Non è stato Mosè – spiega – a introdurre il divorzio. Questa istituzione esisteva molto prima di lui ed è stata da sempre accettata da tutti come legittima; egli ha solo cercato di disciplinarla, ponendo un argine agli abusi. Non ha preteso dagli israeliti, ancora troppo duri di cuore, un comportamento morale superiore a quello degli altri popoli; si è limitato a dettare una norma che proteggesse la donna. Ha stabilito che il marito le consegnasse il documento di ripudio in modo che essa si potesse risposare.

Questa disposizione era quanto mai opportuna perché molti scacciavano di casa la loro moglie, ne prendevano un’altra e, se la prima si univa a un altro, la accusavano di adulterio, colpa che comportava la pena di morte. Il precetto di Mosè aveva lo scopo di difendere la donna da questo abuso: il documento di ripudio la dichiarava libera.

Sono giunti a noi alcuni di questi atti di ripudio, sottoscritti da due testimoni; eccone uno: “Puoi andare, puoi farti prendere in moglie da chiunque, a tuo piacimento”.

Gesù riconosce il valore della norma stabilita nel Deuteronomio e la ritiene vincolante. Se qualcuno vuole divorziare – asserisce – che almeno rispetti i diritti della donna!

La tolleranza manifestata da Mosè, però, non è l’espressione ideale del progetto originario di Dio.

Dopo aver precisato il senso della disposizione dell’Antico Testamento, Gesù invita ad andare al di là della norma e a considerare la sessualità alla luce, non dei ragionamenti insensati e dei comportamenti deteriori introdotti dagli uomini, ma del progetto di Dio, rivelato fin dai primi capitoli della Genesi: “All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (vv. 6-9).

Quest’ultima ingiunzione, accostata da Gesù alla citazione della Genesi, non poteva che lasciare sbalorditi i suoi interlocutori che ritenevano il divorzio, in certe situazioni, non solo un diritto, ma un dovere.

I rabbini insegnavano che il primo precetto dato da Dio è quello della procreazione: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gn 1,28) e ritenevano così fondamentale questo dovere che, se da un matrimonio non nascevano bambini, il marito doveva rimandare la propria moglie per avere figli da un’altra donna.

Gesù prende una posizione di rottura nei confronti di questa concezione tradizionale del suo popolo e afferma, nel modo più risoluto, che nessun divorzio rientra nel progetto di Dio. Il ripudio è stato introdotto dagli uomini ed è un attentato distruttore dell’opera del Signore che ha unito l’uomo e la donna in una sola carne.

Con Gesù è giunto nel mondo il regno di Dio, si sono compiute le profezie, agli uomini sono stati donati “un cuore nuovo e uno spirito nuovo”; da loro è stato tolto “il cuore di pietra e messo un cuore di carne” (Ez 36,26; Ger 31,31-34). È giunto il momento di dire basta ai compromessi, alle meschinità, ai sotterfugi e di puntare all’ideale indicato “in principio” dal Creatore.

Solo il matrimonio monogamico e indissolubile rispetta il progetto di Dio e raggiunge lo scopo per cui gli uomini sono stati fatti “maschio e femmina”. Tutte le altre forme di convivenza, anche se molto antiche e culturalmente spiegabili, non rispettano la dignità dell’uomo e della donna.

Di fronte alla posizione dura e intransigente del Maestro, non solo i farisei, ma anche i discepoli rimangono perplessi, quasi sgomenti e, rientrati a casa, lo interrogano di nuovo sull’argomento. Ma Gesù riafferma: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio contro di lei” e aggiunge: “Se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (vv. 11-12). Affermazione questa che stabilisce – fenomeno inaudito fino a quel momento – la perfetta parità di diritti e doveri dell’uomo e della donna.

Come interpretarla?

Cristo non ha imposto una nuova legge, più rigorosa di quella di Mosè, ha solo richiamato il progetto originario di Dio che non contempla il ripudio.

La meta è altissima, ma i passi degli uomini sono spesso incerti. Siccome solo Dio conosce le fragilità di ognuno, nessuno può ergersi a giudice dei propri fratelli, nessuno ha il diritto di valutarne le colpe e pronunciare condanne. Alle situazioni concrete ci si deve sempre accostare con prudenza e ogni fratello va capito, accompagnato, aiutato in modo che possa dare il meglio di sé.

Mostrarsi comprensivi e pazienti non significa ammorbidire le esigenze evangeliche o adeguarsi alla morale corrente, ma mostrare saggezza pastorale.

Nell’ultima parte del vangelo di oggi (vv. 13-16), Gesù riprende l’immagine dei bambini e invita i discepoli ad accogliere il regno di Dio come loro. Chi si sente adulto, chi confida nella propria sapienza, chi si è sclerotizzato nelle proprie convinzioni e non accetta che vengano rimesse in discussione dalla parola di Cristo, non entrerà mai nel regno di Dio.

Per comprendere l’indissolubilità del matrimonio è necessario tornare bambini e fidarsi del pensieri del Padre.

9月20日

CELEBRARE L'EUCARISTIA - Gianfranco Venturi

1. A MESSA PERCHE’

 

La Messa è il rito che ci distingue come cristiani. Si ripete ogni otto giorni. Perché questa frequenza? I vari Sacra­menti (fatta eccezione per la Riconciliazione) sono cele­brati normalmente durante una Messa. Le grandi tappe della vita sono segnate da una Eucaristia. Che cosa c'entra la Mes­sa con gli altri Sacramenti, con le diverse tappe della nostra vita? Nell'antichità – e ancor oggi nelle Chiese orientali – l'Eu­caristia era il culmine dell'iniziazione cristiana. Oggi da noi, in­vece, è invalso l'uso di celebrare l'Eucaristia prima della Cre­sima: ha un senso questo spostamento?

Alla base di tutto sta una domanda: che cos'è l'Eucaristia? Per riuscire a chiarirci le idee è utile prendere in esame il «grande racconto» della Messa. Essa infatti si presenta come _ un «racconto» (prima parte: liturgia della parola)

«coinvolgente», cioè che «fa partecipi» dei grandi eventi della storia della salvezza (seconda parte, liturgia eucaristica).

2. UN’ASSEMBLEA RIUNITA

 

La celebrazione dell'Eucaristia incomincia «quando il po­polo è riunito», cioè quando, per la viva presenza di Cri­sto, «i dispersi figli di Dio» (Gv 11,52) si raccolgono «tut­ti insieme in uno stesso luogo» (At 2, 1) e «i molti diventano uno» (S. Agostino)

L'assemblea è il primo e fondamentale simbolo di ogni Euca­ristia: nella nota pastorale sul Giorno del Signore noi leggiamo al n. 9: «...Una comunità, riunita nella fede e nella carità, è il primo Sacramento della presenza del Signore in mezzo ai suoi. Nel segno umile, ma vero, del convenire in unum (cf. 1Cor 11,20), nel ritrovarsi dei molti nell'unità di «un cuore so­lo e un'anima sola» (cf. At 4,32), si manifesta l'unità di quel corpo misterioso di Cristo che è la Chiesa».

L'assemblea è il simbolo che dà origine a tutti. Usando un'im­magine, essa è il grembo in cui si formano tutti gli altri. L'assemblea rimanda al simbolo del pane e del vino, quasi confluisce in esso, in quanto il corpo di Cristo, che noi riceviamo, è “i molti” diventati “uno”.

 

3. LITURGIA DELLA PAROLA

 

Ogni volta che ci riuniamo alla domenica, noi facciamo come Maria di Betania: ci sediamo ai piedi di Gesù per ascoltare il grande racconto della salvezza. Questo racconto non è fatto però seguendo i vari libri de Bibbia, ma da tanti brani scelti dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Sono come dei segmenti cuciti insieme secondo alcuni criteri. Il risultato finale è una «nuova Bibbia» - testimoniata dai diversi Lezionari; è un nuovo racconto disposto in cicli (A, B, C). 

Tanti brani…

In ogni Eucaristia domenicale ascoltiamo tre brani della Bibbia, disposti in modo da costituire un unico racconto che culmina nel Vangelo. In questo modo, viene messo in luce che Gesù è colui che porta a compimento ciò che è stato rivela e fatto nel corso dell'Antica Alleanza. Egli stesso aveva insegnato a leggere così la Bibbia, prima a Nazaret (Lc 4,16.22 poi nei colloqui seguiti alla sua risurrezione: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò ai discepoli tutte le Scritture e ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27.44).

- I racconti delle singole domeniche sono disposti in modo da narrare, nell'arco di un anno (l'anno liturgico), tutta la vita Gesù, dalla nascita alla sua morte-risurrezione, fino alla sua ultima venuta.

Questo «anno» poi non si chiude in un limite temporale 365 giorni. Abbraccia l'intero «anno di grazia» (Lc 4,19), tutta la storia della salvezza. 

… che oggi trovano compimento

 Ogni singolo racconto dell'Eucaristia  domenicale è disposto in modo tale che

      fa riferimento ad eventi passati;

      ha una sua attualità per la vita di oggi;

— attende una completa rivelazione del suo significato. In ogni Eucaristia il racconto proclama l'avvenimento antico che trova la sua realizzazione nell'oggi della celebrazione. L'insieme di tutti i racconti esplicita il significato globale di tutta l'Eucaristia: noi veniamo inseriti nel grande cammino della storia della salvezza. 

 

… e danno luce alla vita

 

La storia della salvezza viene narrata in modo da interessare ciascuno di noi; rivela il senso della nostra vita.

In certi momenti – come nelle celebrazioni dei Sacramenti – ci coinvolge in una maniera del tutto particolare e segna le tappe del nostro essere cristiani.

In altri momenti – si pensi alle celebrazioni eucaristiche «per diverse circostanze» – le narrazioni ci aiutano a scoprire il sen­so degli avvenimenti quotidiani e a celebrarli come eventi eu­caristici.

4. LITURGIA EUCARISTIA

 

Dopo aver ascoltato il grande racconto della salvezza, compiamo un insieme di riti che ci portano a partecipa­re agli avvenimenti narrati. Attraverso la preghiera eu­caristica e i diversi simboli che la precedono, l'accompagnano e la seguono, noi entriamo a far parte di quegli avvenimenti e li viviamo in prima persona come singoli e come comunità. Il racconto cessa di essere un fatto verbale, ma diviene azione e avvenimento di oggi.

Prendiamo in considerazione dapprima la preghiera eucaristi­ca e i simboli e poi la successione dei riti.

La comunità, che ha ascoltato la parola della salvezza, si alza in piedi e benedice Dio per quanto ha operato. Lo fa «narran­do» sotto forma di benedizione, di «Eucaristia» (dire grazie), le meraviglie che Dio ha operato, dalla creazione e dalla libera­zione dall'Egitto fino alla redenzione operata da Gesù e alla sua ultima venuta. Al centro sta sempre – e non manca mai il racconto della Pasqua di Cristo con tutto il suo significato.

Questa preghiera non è però un semplice ricordare davanti a Dio la storia della salvezza, l'offerta di Gesù al Padre sulla cro­ce, l'alleanza che egli ha concluso con i suoi. In forza della vo­lontà di Cristo («Fate questo in memoria di me»), è proclama­zione benedicente di questi avvenimenti in modo che essi siano in qualche modo presenti. È un «memoriale»: un ricor­dare in modo tale che gli avvenimenti non siano solo nella no­stra mente (ricordo soggettivo), ma siano presenti in forma rituale, ci raggiungano nel nostro oggi (ricordo oggettivo = memoriale).

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«Secondo la Sacra Scrittura – si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica – il memoriale non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meravi­glie che Dio ha compiuto per gli uomini. La celebrazione litur­gica di questi eventi, li rende in certo modo presenti e attuali. Proprio cosi Israele intende la sua liberazione dall'Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell'Eso­do sono resi presenti alla memoria dei credenti, affinché con­formino ad essi la propria vita. Quando la Chiesa celebra l'Eu­caristia, fa memoria della Pasqua di Cristo e questa diviene presente (nn. 1364-4)

Ciò che ci «fa partecipare» sono i simboli presenti nella cele­brazione eucaristica. «Simbolo», per definizione, è ciò che «mette insieme», «congiunge», unisce intimamente l'azione di Cristo e la nostra.

Possiamo dire: nell'Eucaristia non solo sta davanti a noi tutta la storia della salvezza, ma anche vi prendiamo parte.

 

Presentazione dei doni

 

Dopo l'ascolto della Parola, noi presentiamo all'altare il pane e il vino. Sono doni «simbolici», che fanno da ponte e ci inseri­scono nel mistero della Pasqua di Gesù.

Il pane–fatto di tanti grani – e il vino – composto di tanti acini – sono innanzitutto il simbolo dell'assemblea, di noi «i molti» che siamo diventati «uno». Eravamo già corpo dì Cristo in quanto riuniti nel suo nome, ora possiamo far parte del Corpo pasquale di Cristo, morto e risorto.

Il pane che presentiamo porta con sé (è simbolo) il racconto dell'esodo di Israele dall'Egitto e dell'esodo di Gesù da que­sto mondo al Padre.

Il vino porta con sé il racconto della benedizione che Dio dà al suo popolo fedele, dell'alleanza fatta con Noè, con i Padri, con Israele al Sinai, della benedizione di Gesù che prende per sé nell'orto degli ulivi il calice della maledizione, per dare a noi il calice della benedizione, della nuova ed eterna alleanza. Pane e vino, originati dalla macina e dal frantoio, portano in sé il racconto dei sacrifici dell'Antica alleanza e del sacrificio di Cristo che si dona a noi e al Padre.

Essi sono «frutti della terra e del lavoro dell'uomo» Raccon­tano perciò l'intreccio dell'iniziativa di Dio e dell'uomo, della fatica quotidiana ad essere buoni. Dicono la disponibilità ad entrare nell'avvenimento pasquale, cioè nel «Si» di Gesù che, fin da quando è entrato nel mondo, ha detto: «Tu non hai vo­luto né sacrificio né offerta.. Allora ho detto: ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10 5-7).

 

Preghiera eucaristica

Il pane e il vino presentati portano con sé i grandi racconti del­la storia della salvezza. Però, in un certo qual senso, sono mu­ti. Sono come il corpo di Adamo prima del soffio vitale di Dio. Essi attendono che il racconto si faccia vivo, emerga dal pas­sato e sia evento presente «oggi». Le meraviglie compiute al­lora (in illo tempore) aspettano di essere avvenimenti di oggi. E il compito della grande preghiera eucaristica, dove il benedi­re «raccontando» rende attuale o ripresenta gli avvenimenti della nostra salvezza.

Nella preghiera eucaristica

 

        passiamo in rassegna le meraviglie compiute da Dio nella storia della salvezza. Ogni Messa, pur facendo sempre riferi­mento alla Pasqua, si caratterizza per alcuni particolari av­venimenti (Natale, manifestazione di Gesù, Battesimo...).

        Ci sentiamo uniti agli angeli e ai santi. L'Eucaristia coinvol­ge tutta la Chiesa, anzi tutta la creazione.

Invochiamo lo Spirito Santo perché il pane e il vino diventi­no il Corpo e il Sangue del Signore e perché l'evento di allora (Natale,... Pasqua) sia attuale.

— Offriamo quanto ha fatto Gesù per noi e domandiamo di poter essere offerti con lui attraverso la comunione al suo Corpo e al suo Sangue.

        Manifestiamo, con la nostra intercessione, la comunione con i santi, con tutta la Chiesa sparsa nel mondo, con i defun­ti.

L'amen sigilla questa preghiera che è insieme professione di fede e partecipazione viva all'evento celebrato.

L'ultimo gesto di coinvolgimento avviene attraverso il simbo­lo del banchetto, del mangiare e bere insieme.

Il gesto porta con sé i racconti dei tanti banchetti celebrati nell'Antica Alleanza, dei banchetti preannunciati dai profeti, di quelli fatti da Gesù.

Il suo senso pieno è dato da quello dell'Ultima Cena, durante la quale Gesù stabilisce che il suo nuovo banchetto è simbolo del suo «Corpo dato in sacrificio», del suo «Sangue versato per la remissione dei peccati. Il suo banchetto porta con sé racconto della croce, ne è il memoriale. Partecipando al banchetto, noi riceviamo il Corpo e il Sangue del Signore ed e, entriamo in comunione con il mistero della croce.

C'è però un altro aspetto del simbolo del banchetto che spesso lasciamo passare inosservato. Il pane e il vino sono simbolo anche dell'assemblea, cioè dei «molti divenuti uno» grazie alla parola di Gesù e all'opera dello Spirito. San Paolo dice infatti: «Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane». Partecipando al banchetto, diventiamo uno con Cristo e riceviamo l'assemblea, la Chiesa. Sant'Agostino diceva con stupore ai suoi fedeli: «Voi vi ricevete mutuamente».

 

Incontro alla storia

 

Il banchetto ci mette in comunione con la Chiesa, con i fratelli, con la storia che vivono gli uomini, fatta di croci e di gioie. Diventa fonte della più vera e profonda solidarietà. L'Eucaristia rivela la vocazione e la missione della Chiesa: partecipare al banchetto dove Gesù si offre, per divenire essa stessa sacrificio gradito a Dio, per unire ogni uomo e renderlo partecipe dell'unica Pasqua del Cristo. E a compiere tale missione che è inviata alla fine della Messa, con un appuntamento al grande banchetto delle nozze eterne.

 

 

 

 

 

Celebrare l'Eucaristia

Stiamo sempre narrando il percorso del «divenire cristiani». Questa scheda pone a tema la Prima Eucaristia. La vede come culmine e vertice dell’iniziazione cristiana. Ci fa da guida un quadro. Ne evidenziamo gli elementi. Ne facciamo emergere il senso.

Lo spazio è scandito in tre sezioni. La seconda è in piena evidenza. La prima e la terza sono appena accennate. Sulla sinistra c'è una porta che si apre.

Ci sono mani che accolgono e poi sigillano la fronte. Al centro c'è una tavola imbandita.

Un uomo presiede. Gli altri gli fanno corona. Si spezza il pane; si fa passare il calice.

Sulla destra ci sono sentieri appena accennati.

Due camminano tenendosi per mano.

Ci sono persone che vanno in gruppo.

C'è un uomo con i paramenti.

    La porta: rappresenta il Battesimo. Esso segna l'ingresso nella comunità. Viene confermato dalla Cresima. In esse il candidato riceve un ruolo.

— La tavola: rappresenta l'Eucaristia. Essa ha una doppia funzione. È apice e culmine rispetto all'iniziazione cristiana. È fonte rispetto ai Sacramenti ed alle scelte successive (matrimonio, vita religioso-comunitaria, presbiterato). L'Eucaristia è piena conformazione al Signore Gesù. Si diventa in Cristo un solo corpo. Lo Spirito viene pienamente effuso.

  I sentieri rappresentano gli sviluppi dell'Eucaristia. Esse ci abilitano a fare della nostra stessa vita una liturgia gradita al Padre. Unico è lo Spirito, tanti i doni. L'Eucaristia dà senso ad ogni stato di vita.

 

9月16日

Passio Christi, Passio Hominis

La sofferenza umana e il Dio che è amore

(Torino,15 Settembre 2009)

di + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto

La domanda del dolore - 1. Il Vangelo delle sofferenze - 2. La Croce come storia trinitaria - 3. Rivelazione e sequela

La domanda del dolore ci interroga tutti: per questo, forse, il Cristo sofferente - quello della passione e della morte in Croce, quello della Sindone - raggiunge più facilmente il cuore di ciascuno di noi. Dall'evidenza del dolore muoviamo per avvicinarci al Vangelo del Dio Crocifisso e cogliere per quanto possibile alla luce della "passio Christi" il senso e il valore della "passio hominis". È la via suggerita dalla bellissima poesia di Giuseppe Ungaretti:

Fa piaga nel Tuo cuore

la somma del dolore

che va spargendo sulla terra l'uomo; Il Tuo cuore è la sede appassionata dell'amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell'umane tenebre,

Fratello che t'immoli perennemente per riedificare Umanamente l'uomo, Santo, Santo che soffri,

Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,

Santo, Santo che sei

Per liberare dalla morte i morti

E sorreggere noi infelici vivi,

D'un pianto solo mio non piango più,

Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffi.

Il dolore - "la somma del dolore che va spargendo sulla terra l'uomo e quello per cui il Figlio é venuto nella carne a "liberare dalla morte i morti /e sorreggere noi infelici vivi" - è veramente la categoria universale, che accomuna tutti: "Gli uomini si distinguono gli uni dagli altri nel possesso, ma sono solidali nella povertà" (Jürgen Moltmann). La storia sembra avanzare attraverso il dolore, nei conflitti di interessi, di classi, di individui e di popoli. Si potrebbe parlare di essa come della "storia delle sofferenze del mondo". Dal profondo dell'ingiustizia si leva la domanda angosciosa sul senso di tutto questo e l'aspirazione alla giustizia, la cui assenza e nostalgia è il pungolo supremo del dolore. È il problema di Dio. "Si Deus iustus, unde malum?", se c'è un Dio giusto, perché c'è il male? e se c'è il male, come potrà esserci un Dio giusto? Dalle piaghe della storia nasce cosi il rifiuto o l' invocazione del totalmente Altro.

Alcuni, dinanzi all'inconciliabilità di Dio e del male, sopprimono il primo dei due termini: è la soluzione dell'ateismo tragico. "Per Dio la sola scusa é che non esiste" (Stendhal e Nietzsche). "Se Dio esiste, il mondo é la sua riserva di caccia" (parole di un ateo in un romanzo di Luigi Santucci). "Gli occhi che hanno visto Auschwitz e Hiroshima, non potranno più contemplare Dio" (Hemingway). In realtà, però, ridurre tutto a questo mondo e alle sue leggi, significa arrendersi di fronte al problema del dolore e della morte. Altri risolvono il conflitto attraverso la fede in un Dio che tutto regola in vista del bene, secondo disegni che la mente umana non può capire: è la soluzione degli amici di Giobbe, che resta però insoddisfatto, sorretto dalla struggente attesa di una giustizia futura: "lo lo so che il mio Vendicatore é vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero" (Gb 19,25-27).

Una fede in Dio, che giustificasse la sofferenza e l'ingiustizia del mondo senza avvertirne lo scandalo, rischierebbe di essere disumana e di produrre frutti satanici. La rassegnazione è abdicazione di fronte al compito di cambiare l'ingiustizia del mondo. Altri, infine, identificando nella sete di giustizia la radice ultima del dolore, tracciano un sentiero di rinunce, che porti ad estinguere ogni sete e perciò ogni capacità di amare e di soffrire: è la soluzione di alcune mistiche orientali, che oggi sembrano suscitare un singolare fascino nei paesi dell'Occidente; soluzione, che però riduce la storia umana a vuota impermanenza, e la vita alla fuga verso un "nirvana", che lascia intatte le lacerazioni e le piaghe della sofferenza del mondo.

Di fronte all'incompiutezza di queste proposte sta la "pretesa" cristiana di salvezza nel Dio crocifisso: che senso ha l'evento della Croce per la sofferenza del mondo? Che cosa é accaduto in quel Venerdì Santo per la storia del mondo? E quale esperienza del dolore umano ha avuto il Figlio di Dio venuto nella carne? Si sono presentati nella storia di Gesù di Nazaret l'oscurità e la lacerazione del negativo, che diffondono un odore di morte su tutta la vita? o, in forza della sua condizione divina, il Nazareno non ha conosciuto la fatica di vivere, il peso dell'ostilità delle cose e degli uomini, la resistenza interiore di fronte alla tenebra e alla prova? Per rispondere a questi interrogativi, dobbiamo accostarci, con la discrezione e il pudore doverosi di fronte a ogni esperienza di finitudine e tanto più necessari davanti alla sua, al suo cammino verso la croce, fino all'ora oscura della sua morte ed a ciò che essa rivela riguardo al mistero divino e alla salvezza degli uomini. È il Vangelo delle sofferenze...

Passio Christi

1. Vangelo delle sofferenze

Si può dire che tutta la vita di Gesù è orientata alla croce: le stesse narrazioni evangeliche si presentano come "storie della passione, con un'introduzione particolareggiata" (Martin Kähler) i giorni della sua carne (cf. Eb 5,7) stanno senza eccezione sotto il segno grave e doloroso della croce: "Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio" (Imitazione di Cristo, I. II, cap. 12). Da quando l'annuncio cristiano risuona nel tempo, il racconto della storia di Dio fra gli uomini é indissolubilmente unito a "quella passione, che é la storia della sua vita" (Kierkegaard), il Vangelo delle sue sofferenze. Non si capirà la vita di Gesù senza la croce, come non si capirà la croce senza il cammino verso di essa. È perciò che la comunità delle origini ha potuto riconoscere nel Nazareno "l'uomo dei dolori" di cui parla il Profeta (cf. Is 53,3): "Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apri la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato..." (At 8,32-33). Gesù di Nazaret é il Servo, l'Innocente che soffre per puro amore sotto il peso dell'ingiustizia del mondo!

È giustificata una simile lettura delle opere e dei giorni del Nazareno? Gli evangeli sono molto discreti su questo punto: la loro testimonianza non ha niente di emotivo o di passionale. Essa consente tuttavia di intravedere nella vicenda del Profeta galileo almeno tre livelli dell'esperienza umana del dolore: il livello della finitudine fisica, quello della finitudine psicologica ed infine il livello della sofferenza morale e spirituale. Gli Evangelisti non nascondono gli aspetti umanissimi della finitudine fisica di Gesù: la sua fame (cf. Mt 4,2: "Gesù ... ebbe fame"; Lc 4,2), la sua sete (cf. Gv 19,28: "Ho sete"), il sonno (cf. Mc 4,38 e par.: "Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva"). Il grido di Gesù morente (cf. Mc 15,34) è peraltro segno di una straziante sofferenza anche sul piano fisico. L'importanza di questi rilievi - all'apparenza marginali - non sta solo nella garanzia di storicità che contribuiscono a dare al racconto (chi avrebbe inventato tratti così ordinari perfino scandalosi della figura di Colui che veniva annunciato come il Cristo?), ma anche nel valore che implicitamente vi annette la comunità delle origini: contro ogni riduzione doceta - tendente sin dall'alba del cristianesimo a salvaguardare la divinità del Figlio diminuendo la consistenza della sua umanità - la fede pasquale ha cura di sottolineare la verità dell'incarnazione, quella per la quale alla nostra carne è offerta e promessa salvezza nella carne del Redentore dell'uomo. Non a caso grandi mistici e santi hanno messo al centro delle loro attenzioni la fisicità di Gesù, con tutta la verità dei suoi condizionamenti e dei suoi limiti: dall'amore alle piaghe del Signore, venerate tanto appassionatamente da San Francesco da riceverle nella propria carne, alle invocazioni di Sant'Ignazio ("Corpo di Cristo, salvami. Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, confortami... Dentro le Tue piaghe, nascondimi"), alla tenerezza del Bambino appena nato, cantata da Sant'Alfonso de' Liguori. Veramente, il cristianesimo non é la religione della salvezza dalla storia, ma della salvezza della storia: nessuno spiritualismo disincarnato é giustificato per i discepoli di Colui, che l'alto Medio Evo amava designare come "Dominus humanissimus"...

La discrezione dei Vangeli rispetta ancor più il silenzio sulla finitudine interiore sperimentata da Gesù, interrompendolo appena con segni e richiami improvvisi, rivelatori di una sua familiarità con i limiti della condizione umana e con il dolore. Emerge, così, qualche tratto dell'esperienza da lui fatta della finitudine psicologica: Gesù cresce "in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini" (Lc 2,52), passando dunque da un livello presente, ma implicito, ad un livello sempre più tematizzato ed esplicito della sua coscienza umana di Figlio. Questa "messa in parentesi" della sua conoscenza divina é un aspetto della più generale "kénosi" a cui lo ha spinto liberamente il suo amore per gli uomini (cf Fil 2,6ss), e spiega come nel cammino della sua autocoscienza di uomo ci siano zone d'ombra, su cui egli sente il bisogno di far giungere continuamente la luce e il conforto del dialogo col Padre nella preghiera. Il peso che egli avverte dinanzi al presentito, lacerante futuro di dolore e di morte, si lascia intravedere nei segni di quella che Origene chiamava con amoroso pudore l’ "ignorantia Christi": così, mentre mostra di ignorare il giorno del giudizio (cf. Mc 13,32 e Mt 24,36), come anche semplici fatti della vita quotidiana (ad esempio in Mc 5,30-33, avvertita la potenza che era uscita da lui, chiede: "Chi mi ha toccato il mantello?"), Gesù nel Getsemani prega perché gli sia risparmiato il calice della passione (cf Lc 22,42 ). La sua anima é "turbata" (Gv 12,27): è "in preda all'angoscia ... e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra" (Lc 22,44), pur essendo il suo cuore totalmente consegnato al Padre nella preghiera.

Gesù insomma - non diversamente da quanto avviene per ogni essere umano - cresce alla scuola del dolore, come ci assicura l'Autore della Lettera agli Ebrei: "Nei giorni della sua carne egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì" (5,7s). Tutto questo, certamente, nulla toglie alla conoscenza straordinaria e profetica di cui in tanti momenti appare dotato (cosi ad esempio in Gv 6,71 e 13,11 in riferimento al tradimento di Giuda; in Mc 2,6-8 in rapporto ai pensieri nascosti degli scribi; in Mc 11,2, in riferimento ai prossimi eventi della Pasqua; così, nei molteplici "vaticinia passionis": Mc 8,31; 9,31 e 10,33ss; ecc.): nei tratti umanissimi in cui si mostra l'esperienza di una certa finitudine psicologica si rivela, però, in maniera peculiare la partecipazione reale del Cristo alla nostra condizione umana, il suo essere veramente compagno del nostro dolore, tante volte legato all'esperienza dell'oscurità davanti al domani e al mistero dell'altrui sofferenza. È proprio per aver conosciuto questa condizione che egli può venirci in aiuto come "causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,9).

Gesù conosce infine l'esperienza della sofferenza sul piano morale e spirituale: di fronte alla morte dell'amico non trattiene il pianto (cf. Gv 11,35), manifestando il dolore che solo l'amore conosce: "Vedete come lo amava!" (11,36). Al pensiero dell'ora vicina della fine, la sua anima é "triste fino alla morte" (Mc 14,34), d'una
tristezza che rivela il suo attaccamento alla vita e che fu ed è di conforto a innumerevoli ore di tristezza umana (si pensi solo a San Tommaso Moro, che in attesa della morte ingiustamente subita trova forza scrivendo un "De tristitia animae Christi"!). Sullo sfondo di questa continua discrezione appare ancora più violento il forte grido della croce: "Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34): segno dell'abisso di un infinito dolore? Gesù, in realtà, ha sentito la soglia imponderabile e amara della morte: la storia della sua libertà, il suo continuo esodo da sé per amore del Padre e degli uomini, la sua vita di preghiera, il cammino cosparso di prove della sua esistenza terrena ne sono la conferma costante. Oscurità e tentazione si sono scontrate nel profondo del suo spirito con
l'incondizionata dedizione al Padre, che ne é stata come sigillata, fino al "si" che lo ha portato alla morte: "Abba, Padre! Tutto é possibile a te, allontana da me questo calice! Però non
ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu!" (Mc 14,36). Questa interiore esperienza di finitudine, questa fatica di vivere assunta nella forza di un più grande amore e della speranza riposta nel Padre suo, apre Gesù alla comprensione reale del patire umano: la sua compassione per la folla (cf. ad esempio Mt 9,36; 15,32), il suo commuoversi davanti agli infelici e ai sofferenti (cf. Mc 1,41; Mt 20,34; Lc 7,13; ecc.), rivelano una sensibilità all'altrui dolore, che solo chi del dolore ha fatto esperienza riesce ad avere. Il Sofferente, che comprende e ama, dà ristoro e forza a chi é oppresso dal patire: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico é leggero" (Mt 11,28-30).
All'esperienza dell'interiore finitudine e alla compassione che ne deriva per l'altrui soffrire, si aggiunge nella vita del Nazareno l'impatto durissimo col dolore provocatogli dagli uomini: considerato un esaltato dai suoi ("È fuori di sé": Mc 3,21), accusato di essere un indemoniato dagli scribi (cf. Mc 3,22 e par.), definito un impostore dai potenti (cf. Mt 27,63), egli sente tutto il peso dell'ostilità che si accumula nei suoi confronti. Non é rattristato per le accuse, ma per la durezza dei cuori, da cui esse provengono (cf. Mc 3,5). Gli avversari non si stancheranno di attaccarlo in tutti i modi: la sua inaudita pretesa li irrita (cf. Mc 6,2-3; 11,27-28; Gv 7,15; ecc.), la sua popolarità li spaventa (cf. Mc 11,18; Gv 11,48; ecc.). Gesù mette in discussione con la parola e con la vita le loro certezze, e, col suo successo fra il popolo, rischia di scuotere dalle fondamenta il precario ordine esistente. Ma egli è troppo libero per fermarsi sotto il condizionamento della paura: continua perciò per la sua strada, nella fedeltà al "si" radicale detto al Padre. Si fa, é vero, accorto: riesce a sfuggire ai tentativi di lapidazione e di arresto (cf. Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39); evita occasioni di scontro (cf Mc 7,24; 8,13; ecc.). Gesù non ha nulla dell'eroe romantico, un po' esaltato e un po'  incosciente. Egli sa e mette a fuoco nel crogiuolo di questa sofferenza la scelta, che segnerà la svolta dei suoi giorni terreni: il viaggio decisivo a Gerusalemme. "La città del gran Re" (Mt 5,35) é il luogo dove i destini d'Israele e dei profeti devono compiersi (cf. Lc 13,33). Gesù prevede ciò che l'aspetta a Gerusalemme come conseguenza della radicalità della sua vita e del suo messaggio: il rifiuto incontrato in Galilea, ben più profondo dei facili entusiasmi della folla, gli ha consentito di tematizzare senza più ombre che egli dovrà bere fino in fondo il calice del destino del giusto. In questo senso, é la "crisi" che attraversa tutta la "primavera galilaica" a portarlo a Gerusalemme: essa è una dolorosa esperienza di finitudine, assunta però in un più chiaro slancio di donazione al Padre e di fede nella finale vittoria della giustizia e dell'amore. Sarà questa opzione di obbedienza totale, più forte di ogni sconfitta, che lo porterà infine incontro alla morte di croce.

Con l'andata a Gerusalemme si entra in pieno nella storia della passione. Gesù vi si dirige "decisamente" (Lc 9,51: letteralmente: indurì la faccia per andarvi), camminando avanti ai suoi, che lo seguono sconcertati (cf. Mc 10,32). Nella città di Davide lo scontro raggiunge il suo apice: sono ormai coinvolti da vicino il Sinedrio e la nobiltà laica e sacerdotale che esso rappresenta. Il Nazareno é consapevole dell'iniquità che sta per consumarsi riguardo a lui, ma l'affronta con la ricchezza di senso di chi vede la morte ingiustamente subita come una volontaria donazione, vissuta in obbedienza al Padre e feconda di vita: ne sono prova i racconti dell'Ultima Cena, nei quali il Servo confida ai suoi il memoriale dell'alleanza nuova nel suo sangue. In questo quadro di finitudine, fonte di sofferenza liberamente accolta, viene a situarsi anche la vicenda del processo di Gesù: è l'ora degli avversari, "l'impero delle tenebre" (Lc 22,53). Per quali motivi é stato condannato il Nazareno? Agli occhi del Sinedrio egli è il bestemmiatore (cf. Mc 14,53-65 par.), che con la sua pretesa e la sua azione (soprattutto la "scandalosa" purificazione del tempio: cf. Mc 11,15-18 e par.) ha meritato la morte secondo la Legge (cf. Dt 17,12). E tuttavia Gesù non ha subito la pena riservata ai bestemmiatori, la lapidazione (cf. Lv 24,14): egli é stato giustiziato dagli occupanti romani, subendo la pena inflitta agli schiavi disertori e ai sobillatori contro l'impero, l'ignominiosa morte di croce. La sua condanna è stata, alla fine, politica, come attesta il "titulus crucis", la scritta con la motivazione della condanna posta sul palo della vergogna: "Gesù Nazareno Re dei Giudei" (Gv 19,19). La sua morte è per la Legge il giorno in cui muore il bestemmiatore e per il potere il giorno in cui muore il sovversivo. La fede pasquale vi riconoscerà il giorno in cui, nell'Innocente che muore, è il Figlio di Dio che si é consegnato alla morte per noi.

Meditando su questo "Vangelo delle sofferenze" del nostro Maestro e Signore, non possiamo non interrogarci su come noi viviamo la nostra quotidiana esperienza del limite e l'inevitabile incontro col dolore, che segna la vita nostra ed altrui. Sappiamo che il discepolo non é da più del Maestro: se lui ha sofferto, come potremmo noi evitare la via del dolore? Potremmo dire come Paolo: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24)? II timore e tremore delle nostre possibili risposte può essere superato con l'unica certezza sulla quale é possibile rischiare tutto: la certezza della fede. Il Maestro dà ciò che chiede e mai ci prova senza offrirci la via d'uscita: egli è con noi nell'ora del dolore e ci aiuta a sopportare ed offrire le nostre sofferenze. Ne è talmente convinto Ignazio di Loyola da non esitare a indicami nella sequela di Gesù in cammino verso la Croce tre gradi di umiltà, di cui il terzo é la meta perfetta a cui tendere in compagnia del Salvatore: "Il primo modo di umiltà ... consiste nell'ubbidire in tutto alla legge di Dio, nostro Signore ... Il secondo é non volere e bramare d'esser ricco piuttosto che povero, onore piuttosto che disonore, di non desiderare una vita lunga piuttosto che breve... La terza é umiltà perfettissima e si ha quando ... per imitare e somigliare più concretamente a Cristo nostro Signore, io voglia e scelga piuttosto la povertà con Cristo che la ricchezza, gli obbrobri con Cristo che ne é ricolmo piuttosto che gli onori, e il desiderare di essere ritenuto stupido e pazzo per Cristo che per primo fu considerato tale, piuttosto che savio e prudente in questo mondo" (E 165-167).

Passio Christi

2. La Croce come storia trinitaria

Ci accostiamo al mistero della Croce ricordando come nella tradizione occidentale la Trinità sia stata spesso rappresentata mediante l'immagine del Crocefisso sostenuto dalle mani del Padre, mentre la colomba dello Spirito separa e unisce al tempo stesso l'Abbandonante e l'Abbandonato (cf. ad esempio la Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze e il motivo del "Trono delle Grazie" -"Gnadenstuhl nella tradizione germanica). Questa immagine é la traduzione iconografica della profonda idea teologica che vede nella Croce il luogo della rivelazione della Trinità: la Croce è storia trinitaria di Dio! Che la Croce sia evento trinitario la fede della Chiesa lo ha intuito molto presto, come dimostra non solo il grande spazio dato al racconto della passione nell'annuncio delle origini, ma anche la struttura teologica che soggiace alle narrazioni della passione. Questa struttura può essere colta attraverso il ritorno costante, certamente non casuale, del verbo "consegnare" ("paradìdomi"): é possibile distinguere due gruppi di consegne.

Il primo gruppo é costituito dal succedersi delle "consegne" umane del Figlio dell'uomo: il tradimento dell'amore lo consegna agli avversari: "Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù". Il sinedrio, custode e rappresentante della Legge, consegna Colui che considera il bestemmiatore al rappresentante di Cesare: "Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato" ("parédokan Pilato": Mc 15,1). Questi, pur convinto dell'innocenza del Prigioniero - "Che male ha fatto?" (Mc 15,14) - cede alla pressione della folla, sobillata dai capi (cf. 15,11), e, "dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso" ("parédoken tòn lesoún": Mc 15,15). Abbandonato dai suoi, ritenuto un bestemmiatore dai signori della Legge e un sovversivo dal rappresentante del potere, Gesù va incontro alla morte: se tutto si fermasse qui, la sua sarebbe una delle tante ingiuste morti della storia, dove un innocente rantola nel suo fallimento di fronte all'ingiustizia del mondo. Ma la comunità nascente - illuminata dall'esperienza pasquale - sa che non è cosi: per questo essa ci parla di altre tre misteriose consegne.

La prima è quella che il Figlio fa di se stesso: l'ha espressa con evidenza Paolo: "Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" ("paradóntos eautón upèr emoù": Gal 2,20; cf. 1,4; 1Tm 2,6; Tt 2,14). "Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha consegnato se stesso per noi e parédoken eautón upér emôn, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore" (Ef 5,2; cf. 5,25). Si sente in queste espressioni la corrispondenza con la testimonianza evangelica: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!" (Le 23,46: citazione del Sal 31,6). "E chinato il capo consegnò lo Spirito" ("parédoken tò pnéuma": Gv 19,30). Il Figlio si consegna ai Padre per amore nostro e al nostro posto:"Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici..." (Gv 15,13). Attraverso questa consegna il Crocefisso prende su di sé il carico del dolore e del peccato passato, presente e futuro del mondo, entra fino in fondo nell'esilio da Dio per assumere quest'esilio dei peccatori nell'offerta e nella riconciliazione pasquale: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede" (Gal 3,13s). Non é il grido di Gesù morente il segno dell'abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto assumere per entrare nel più profondo della sofferenza del mondo e portarlo alla riconciliazione col Padre? "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; cf. Mt 27,46).

Alla consegna che il Figlio fa di sé, corrisponde la consegna del Padre: essa é sottesa alle formule del cosiddetto "passivo divino": "Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno" (Mc 9,31 e par.; cf. 10,33.45 e par.; Mc 14,41s. = Mt 26,45b-46). A consegnarlo non saranno gli uomini, nelle cui mani sarà consegnato, né sarà lui da solo a consegnare se stesso, perché il verbo è al passivo. Chi lo consegnerà sarà Dio, suo Padre: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8,32). È in questa consegna che il Padre fa del proprio Figlio per noi che si rivela la profondità del suo amore per gli uomini: "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma é lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (10v 4,10; cf. Rm 5,6-11). Anche il Padre fa storia nell'ora della Croce: egli, sacrificando il proprio Figlio, giudica la gravità del peccato del mondo, passato, presente e futuro, ma mostra anche la grandezza del suo amore misericordioso per noi. Alla consegna dell'ira - "Dio li ha consegnati all'impurità" (Rm 1,18ss.) - succede la consegna dell'amore! L'offerta della Croce indica nel Padre sofferente la sorgente del dono più grande, nel tempo e nell'eternità: la Croce rivela che "Dio (il Padre) é amore" (1 Gv 4,8-16)!

Alla sofferenza del Figlio, "che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,20), fa dunque riscontro - da essa distinta - una sofferenza del Padre: Dio soffre sulla Croce come Padre, che offre, come Figlio, che si offre, come Spirito, che è l'amore promanante dal loro amore sofferente. La Croce é storia dell'amore trinitario di Dio per il mondo: un amore che non subisce la sofferenza, ma la sceglie. Diversamente dalla mentalità greco-occidentale, che non sa concepire altro che una sofferenza passiva, subita e dunque imperfetta, e perciò postula un'astratta impassibilità di Dio, il Dio cristiano rivela un dolore attivo, liberamente scelto, perfetto della perfezione dell'amore: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).11 Dio di Gesù non é fuori della sofferenza del mondo, spettatore impassibile di essa dall'alto della sua immutabile perfezione: egli la assume e la vive nel modo più intenso, come dono e offerta da cui sgorga la vita nuova del mondo. Da quel Venerdì Santo noi sappiamo che la storia delle sofferenze umane é anche storia del Dio cristiano: Egli é presente in essa, a soffrire con l'uomo e a contagiargli il valore immenso della sofferenza offerta per amore. Egli non è "l'occulta controparte" verso la quale si leva il grido del sofferente e del desolato, ma è nel senso più profondo il Dio con noi, che soffre con chi soffre e interviene a suo favore con la prossimità della Cime del Figlio. Il Padre del Crocifisso é il Dio che dà senso alla sofferenza del mondo, perché ha inviato il Figlio amato ad assumerla fino al punto da fame la propria sofferenza. Questa è la rivelazione del cuore di Dio: il Padre é colui che soffre perché per amore ci ha creati, esponendosi volontariamente al rischio della nostra libertà, ed ama anche i peccatori nell'Unigenito, che si é fatto solidale con loro. Proprio così, Dio Padre è custodia misteriosa del senso del dolore umano: e questo senso è l'amore.

Storia del Figlio, storia del Padre, la Croce é parimenti storia dello Spirito: l'atto supremo della consegna

è l'offerta sacrificale dello Spirito, come ha colto l'evangelista Giovanni: "Chinato il capo, consegnò lo Spirito" ("parédoken tò pnéuma": Gv 19,30). È "con uno Spirito eterno" che il Cristo "offrì se stesso senza macchia a Dio" (Eb 9,14). Il Crocifisso consegna al Padre nell'ora della Croce lo Spirito che il Padre gli aveva donato, e che gli sarà dato in pienezza nel giorno della resurrezione: il Venerdì Santo, giorno della consegna che il Figlio fa di sé al Padre e che il Padre fa del Figlio alla morte per i peccatori, è il giorno in cui lo Spirito è consegnato dal Figlio al Padre suo, perché il Crocifisso resti abbandonato, nella lontananza da Dio, in compagnia dei peccatori. Come l'esilio fu per Israele il tempo in cui gli venne sottratto lo Spirito, così la consegna che Gesù crocifisso fa dello Spirito al Padre lo introduce nell'esilio dei senza Dio; e come la patria messianica sarà per i profeti quella in cui lo stesso Spirito verrà effuso su ogni carne (cf. Gl 3,1ss), così l'effusione pasquale dello Spirito sul Figlio (cf. Rm 1,4) consentirà ai peccatori ai quali egli si é fatto solidale di entrare con lui nella comunione della vita eterna di Dio. Nella luce della consegna dello Spirito la Croce ci appare in tutta la radicalità del suo essere un evento trinitario e salvifico: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio" (2 Cor 5,21; cf Rm 8,3). Nell'ora della Croce, pertanto, lo Spirito stesso fa storia: storia in Dio, perché consegnato dal Figlio al Padre rende possibile l’alterità del Figlio da Lui nella solidarietà con i peccatori, pur nell'infinita comunione espressa dell'obbedienza sacrificale del Crocefisso; storia nostra, perché in tal modo rende il Figlio vicino a noi, consentendo ai lontani di aprirsi nell'esilio la via col Figlio verso la patria della comunione trinitaria di Pasqua.

Storia del Figlio, del Padre e dello Spirito, la Croce è dunque storia trinitaria di Dio: per amore la Trinità fa suo l'esilio del mondo sottoposto al peccato, perché questo esilio entri a Pasqua nella patria della comunione trinitaria. Proprio così un mistero di sofferenza si lascia scrutare nell'abisso stesso della divinità: come afferma l'Enciclica Dominum et vivíficantem di Giovanni Paolo II, "il Libro sacro... sembra intravvedere un dolore, inconcepibile e inesprimibile nelle 'profondità di Dio' e, in un certo senso, nel cuore stesso dell'ineffabile Trinità... Nelle 'profondità di Dio' c'è un amore di Padre che, dinanzi al peccato dell'uomo, secondo il linguaggio biblico, reagisce fino al punto di dire: 'Sono pentito di aver fatto l'uomo'... Si ha così un paradossale mistero d'amore: in Cristo soffre un Dio rifiutato dalla propria creatura... ma, nello stesso tempo, dal profondo di questa sofferenza lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all'uomo e alla creazione fin dall'inizio. Nel profondo del mistero della Croce agisce l'amore" (nn. 39 e 41). La sofferenza divina non è, dunque, segno di debolezza o di limite come é la sofferenza passiva, che si subisce perché non è possibile farne a meno: riferendosi a questo tipo di sofferenza, segno di imperfezione e di limite, il Catechismo di Pio X afferma che come Dio Gesù non poteva soffrire. Nelle profondità divine, però, c'è una sofferenza di tipo diverso, attiva, liberamente accettata per amore. La Croce, in quanto storia trinitaria di Dio, non proclama la bestemmia di un'atea morte di Dio, che faccia spazio alla vita dell'uomo prigioniero della sua autosufficienza, ma la buona novella della morte in Dio, perché l'uomo viva della vita del Dio immortale nella partecipazione alla comunione trinitaria, resa possibile grazie a quella morte. Sulla Croce la "patria" entra nell'esilio, perché l'esilio entri nella "patria": in essa é offerta perciò la chiave della storia!

La Croce rinvia così alla Pasqua: l'ora dello iato rimanda a quella della riconciliazione, l'impero della morte al trionfo della vita! L'alterità del Figlio dal Padre nel Venerdì Santo, che si consuma nella dolorosa consegna dello Spirito, il suo "discendere agli inferi" nella solidarietà con tutti quelli che furono, sono e saranno prigionieri del peccato e della morte, è orientata, nell'unità del mistero pasquale, alla riconciliazione del Figlio col Padre, compiutasi al "terzo giorno", mediante il dono che il Padre fa dello Spirito al Figlio e in lui e per lui agli uomini lontani, così riconciliati: "In Cristo Gesù voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al suo sangue. Egli é la nostra pace... Per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito" (Ef 2,13s.18). Alla lontananza della Croce segue la comunione della resurrezione: la morte in Dio per il mondo del Venerdì Santo passa a Pasqua nella vita nuova del mondo in Dio. Proprio in quanto in essa non ha luogo la morte subita a causa del peccato, ma la morte accettata per amore, la Croce è la morte della morte, che non lacera, ma riconcilia, non nega l'unità divina, ma sommamente l'afferma in sé e per il mondo. Se sulla Croce il Figlio consegna lo Spirito al Padre entrando nell'abisso dell'abbandono da Dio, nella resurrezione il Padre dona lo Spirito al Figlio, assumendo in lui e con lui il mondo nell'infinita comunione divina: uno è il Dio trinitario che agisce nella Croce e nella risurrezione, una la storia trinitaria di Dio, uno il disegno di salvezza che si realizza nei due momenti. Croce e resurrezione sono storia nostra, perché sono storia trinitaria di Dio!

Passio Christi

3. Rivelazione e sequela

La Croce è dunque il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine umana, che é diventata per amore la sua finitudine! Il mistero nascosto nelle tenebre della Croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L'un aspetto esige l'altro: il Dio cristiano soffre perché ama ed ama in quanto soffre. Egli è il Dio "compassionato", come diceva l'italiano del Trecento, perché è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell'alienazione della morte, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita. Nella morte di Croce il Figlio é entrato nella "fine" dell'uomo, nell'abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto li, bevendo l'amaro calice, ha fatto fino in fondo l'esperienza della nostra condizione umana: alla scuola del dolore é diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio cosi anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell'ora della Croce, mentre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in infinita solidarietà con i peccatori, anche il Padre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l'Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell'umiltà e nell'ignominia della Croce si rivelasse agli uomini l'amore trinitario di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, "consegnato" da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascondimento di quell'ora: Spirito dell'estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolorosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e Colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell'abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero.

Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che il "folle" di Nietzsche va gridando sulle piane del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nella verità il "Requiem aetemarn Deo"! L'amore trinitario che lega l'Abbandonante all'Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l'apparente trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quanto sulla Croce é rivelato "sub contrario" e garantisce che quella fine é un nuovo inizio: il calice della passione di Dio si é colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf Gv 7,37-39). Il frutto dell'albero amaro della Croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Consolatore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell'umiltà e nell'ignominia della Croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla Croce é veramente la buona novella: "Se gli uomini sapessero... - scrive Jacques Maritain - che Dio 'soffre' con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la terra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate".

La "parola della Croce" (1 Cor 1,18) ci chiama così in maniera sorprendente alla sequela: è nella povertà, nella debolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo, che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l'ignominia, sono il luogo privilegiato della Sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove Egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l'oscurità del domani, sono altrettanti luoghi, dove egli mostra ii suo amore, perfetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciuta la Croce del Dio trinitario: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire. Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, Colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie della vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un'aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La "kènosi" dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della "kénosi" del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l'estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.

La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a configurarsi come il popolo della "sequela crucis", la comunità e il singolo "sotto la Croce": preceduti da Cristo nell'abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della Croce le opere e i giorni del loro cammino. "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). "Ancora peregrinanti in terra, mentre seguiamo le sue orme nella tribolazione e nella persecuzione, come il corpo al capo veniamo associati alle sue sofferenze e soffriamo con Lui, per essere con Lui glorificati (cf. Rm 8,17)" (Lumen Gentium 7). Nulla é più lontano dall'immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: "La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che ii silenzio della morte all'eloquenza della passione" (Kierkegaard). La Chiesa sotto la Croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell'amore: una comunità di poveri al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra.

Una Chiesa sotto la Croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l'oscuro cammino della passione: "Se qualcuno vuoi venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Mc 8,34-35 e par.) "Chi non prende la sua croce e non mi segue, non é degno di me" (Mt 10,38 e Le 14,27). Il discepolo dovrà "completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo" (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti coloro che soffrono (cf. I Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno dei patire umano, e nell'oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà ed insieme la persecuzione messa in atto dai "nemici della Croce di Cristo" (Fil 3,18). La "via crucis" della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa "via crucis" della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell'amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano, da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro speranza nel Regno che viene li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi.,. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome" (Mc 10,16.22; cf. 16ss).

La Chiesa sotto la Croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause inique delle croci di tutti gli oppressi: essa si confronta con le prigionie di ogni sorta di Legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Signore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocefisso non esita ad identificarsi con tutti i crocefissi della storia: "Avevo fame e mi deste da mangiare; avevo sete e mi deste da bere; ero forestiero e mi ospitaste; nudo e mi vestiste, malato e mi visitaste, carcerato e veniste a trovarmi... Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,35-36.40). Nei perseguitati é lui che è presente: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (At 9,4). Chi ama il Crocefisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che soffrono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’imitatio Christi crucifixi" non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell'attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che é anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di resurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocefisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nella storia: Per una Chiesa, che si dibatte nel problema del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all'unico livello degno dei seguaci del Crocifisso: l'amore.

Al discepolo, schiacciato sotto il peso della croce o spaventato di fronte alle esigenze della sequela, è rivolta la parola della promessa, dischiusa nella resurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combattimento della fede. "Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione" (2 Cor 1,5). "Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo" (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell'Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33)! Desidero io essere così? sono disposto a leggere la mia vita nella Croce? so riconoscere la Croce nella mia vita? come vivo l'esperienza della Croce? in che misura aiuto gli altri a portare la loro Croce? Nella risposta a queste domande ci aiuti il Dio del dolore d'amore, che vince il peccato e la morte:a Lui ci rivolgiamo fiduciosi con le parole di un'antica preghiera:

Gesù Crocifisso! Sempre Ti porto con me, a tutto Ti preferisco.

Quando cado, Tu mi risollevi.

Quando piango, Tu mi consoli.

Quando soffro, Tu mi guarisci. Quando Ti chiamo, Tu mi rispondi.

Tu sei la luce che mi illumina, il sole che mi scalda, l'alimento che i nutre, la fonte che mi disseta, la dolcezza che m'inebria, il balsamo che mi ristora, la bellezza che m'incanta.

Gesù Crocifisso! Sii Tu mia difesa in vita, mio conforto e fiducia nella mia agonia. E riposa sul mio cuore quando sarà la mia ultima ora. Amen! Alleluia!
9月15日

XXV DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 499-508

 

 

 

Vale chi si fa servo, non chi prevale

 

Chi è innamorato è sempre “fuori di sé dalla gioia”. Esce da se stesso, si dimentica perché prova un impulso incontenibile a incontrare l’altro. Anche l’esperienza mistica dell’estasi, dal verbo greco existánai, significa essere fuori di sé e rapiti in Dio. 

Chi ama non può rimanere in se stesso, deve uscire e consegnarsi alla persona amata. Capita anche a Dio, amore infinito e quindi interamente “fuori di sé”.

In Cristo ha rivelato la sua estasi, ha lasciato il cielo ed è venuto tra noi: “Sono uscito dal Padre – afferma Gesù – e sono venuto nel mondo” (Gv 16,28). Il suo destino è il ritorno al Padre, ma non lascia gli uomini ai quali lo unisce un amore indissolubile: “Verrò e vi prenderò con me – assicura – perché siate anche voi dove sono io… Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliere la vostra gioia” (Gv 14,3; 16,22-23).

Il Signore che esce da sé e viene tra gli uomini è un invito all’estasi, a uscire da sé per andare verso i fratelli. Incontra Dio chi smette di pensare a se stesso, ai propri vantaggi, all’autoaffermazione e si fa, come il Signore, servo di tutti. “In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.

Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1 Gv 4,9-12).

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Non chi prevale, ma chi si fa servo è grande agli occhi a Dio”.

 

 

Prima Lettura (Sap 2,12.17-20)

 

Dissero gli empi:

12 “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo

 ed è contrario alle nostre azioni;

 ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze

 contro l’educazione da noi ricevuta.

17 Vediamo se le sue parole sono vere;

 proviamo ciò che gli accadrà alla fine.

 18 Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà,

 e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.

 19 Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti,

 per conoscere la mitezza del suo carattere

 e saggiare la sua rassegnazione.

 20 Condanniamolo a una morte infame,

 perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà”.

 

“Mangiamo e beviamo, poiché domani saremo morti!” (Is 22,13). È questa la proposta avanzata dai crapuloni del tempo di Isaia e ripresa dagli edonisti di ogni tempo, da coloro che, dimentichi di Dio e della vita futura, non trovano di meglio che ripiegarsi sulle realtà di questo mondo e abbandonarsi alle gozzoviglie. Gente così è sempre esistita, ma verso la fine del I secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto era particolarmente numerosa e aggressiva.

Alessandria era la metropoli dei Tolomei, sede della celebre biblioteca che attirava sapienti e uomini di lettere da tutto il mondo, città opulenta in cui, da tre secoli, si era stabilita una numerosa colonia ebraica costituita, secondo stime recenti, da 180.000 persone.

Ad Alessandria gli israeliti avevano le loro sinagoghe dove leggevano, nella traduzione greca, le sacre Scritture; erano guidati dai loro anziani e capi, conservavano la propria identità e potevano seguire le loro tradizioni, ma subivano anche il fascino irresistibile della cultura ellenistica e qualcuno cominciava a cedere alle tentazioni dell’idolatria e alle seduzioni della vita pagana.

È in questo ambiente storico-culturale che va collocata la composizione del libro della Sapienza.

Preoccupato per il pericolo di apostasia che incombe sui suoi correligionari, l’autore espone, in un appassionato discorso posto sulla bocca degli empi, le proposte di vita godereccia dalle quali ogni pio giudeo deve stare in guardia.

“Sragionando, dicono: la nostra vita è breve, siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera. Coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano. Spadroneggiamo sul povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile” (Sap 2,1-11).

Chi erano questi empi che si facevano promotori di idee e progetti così dissennati?

Erano anzitutto le persone facoltose e benestanti della città, poi, gli intellettuali che, ritenendosi i depositari di una cultura superiore, disprezzavano gli israeliti e le loro tradizioni religiose, giudicate arcaiche, obsolete, superate dalle nuove filosofie.

Non erano costoro però gli esponenti più temibili del gruppo degli empi. C’erano alcuni che, più degli altri, si accanivano contro gli ebrei, offendendo, calunniando, compiendo ogni forma di angherie e soprusi. Erano alcuni figli d’Israele che, abbandonata la fede dei loro padri, si erano uniti ai pagani nel perseguitare i loro fratelli di fede.

Ciò che maggiormente infastidiva questi rinnegati era la vita esemplare che, malgrado le opposizioni, molti pii israeliti continuavano a condurre. Questa costituiva un’aperta e ferma condanna della loro corruzione, della loro apostasia e delle loro ingiustizie.

Gli empi non possono convivere a lungo con i giusti; questi sono troppo scomodi, il loro tacito rimprovero diviene presto insopportabile e il livore contro di loro, ad un certo punto, deve esplodere. Se i giusti non si lasciano sedurre, vanno eliminati.

Nel brano di oggi è riferita la risoluzione presa dagli empi: “Tendiamo insidie al giusto... mettiamolo alla prova con insulti e torture... condanniamolo a una morte vergognosa”.

Queste minacce potrebbero essere riferite non solo agli israeliti di Alessandria d’Egitto, ma applicate direttamente a Gesù. Anch’egli è stato perseguitato dai suoi fratelli di fede non perché malvagio, ma perché annunciava un messaggio provocatorio per chiunque si adeguava ai princìpi degli empi.

La persecuzione è un evento ineluttabile nella vita del giusto, colpisce sempre chi sceglie di vivere secondo Dio. Il predicatore che non inquieta, che non mette in causa le strutture di peccato della società in cui vive, che è acclamato e patrocinato da chi detiene il potere, forse ha fatto propria la mentalità degli empi.

 

 

Seconda Lettura (Gc 3,16-4,3)

 

16Dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. 17 La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. 18 Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.

4,1 Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? 2 Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; 3 chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri.

 

Due istinti incontrollati dell’uomo – la gelosia e lo spirito di contesa – vengono contrapposti alla sapienza che viene dall’alto (v. 16). Da questi impulsi ha origine ogni sorta di azioni malvage.

L’autore indica poi le caratteristiche della sapienza di Dio: Si manifesta là dove c’è comprensione, bontà, misericordia, pace, generosità, dove non esistono invidie ed ipocrisie. Solo coloro che, guidati da questa sapienza, si impegnano a instaurare relazioni fraterne fra gli uomini, divengono costruttori di pace (v. 18).

Nella seconda parte del brano (vv. 1-2) sono identificate le cause delle discordie che esplodono nel mondo, nella società e anche all’interno delle comunità cristiane. La prima è la bramosia di accumulare beni materiali, da cui nasce l’invidia nei confronti di chi è riuscito a raggiungere prima degli altri questo ambito obiettivo. Le guerre e i dissensi scoppiano perché gli uomini sono egoisti, cercano il dominio sugli altri invece del servizio reciproco, pretendono i primi posti, non gli ultimi, come Gesù ha raccomandato di scegliere.

I cristiani che si adeguano alla “sapienza che viene dall’alto” non dovrebbero in alcun modo lasciarsi coinvolgere in simili contese. Se davvero si impegnassero a fare solo ciò che è gradito ai fratelli verrebbero eliminate alla radice le cause dei conflitti.

Nell’ultima parte della lettura (v. 3) Giacomo richiama alla preghiera autentica.

A volte supplichiamo il Signore, ma non perché si compia in noi il suo volere, bensì perché si realizzino i nostri sogni, capricci, egoismi e passioni. Non ha senso chiedere al Signore un suo intervento per soddisfare i nostri piaceri; da lui si deve impetrare la sapienza, la capacità di comprendere i suoi progetti e la forza per attuarli.

 

 

Vangelo (Mc 9,30-37)

 

30 Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31 Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. 32 Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.

33 Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. 34 Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.

35 Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. 36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: 37 “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

 

Ci sono molte ripetizioni nei vangeli, ma non sono mai casuali, hanno sempre una ragione. La moltiplicazione dei pani, la disputa fra i discepoli su chi fosse il più grande, la replica del Maestro a queste pretese, l’abbraccio di Gesù ai bambini sono episodi che Marco riferisce due volte. L’annuncio della passione è ribadito addirittura tre volte, sempre accompagnato da una reazione riprovevole da parte dei discepoli, incapaci di capire una proposta di vita che, secondo i criteri degli uomini, appare totalmente insensata.

Nella prima parte del brano di oggi viene introdotto il secondo di questi annunci: “Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato in mani di uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà” (v. 31).

“Sta per essere consegnato”. Da chi? – chiediamo noi. La risposta pare scontata: da Giuda. Invece siamo di fronte a quello che i teologi chiamano “passivo divino”, cioè un verbo al passivo che, nella Bibbia, è impiegato per attribuire a Dio una determinata azione. È il Signore che offre suo figlio, che lo consegna in potere degli uomini.

L’innamorato non ha altro modo per manifestare tutto il suo amore che abbandonarsi fra le braccia della persona amata. È ciò che Dio ha fatto: si è consegnato nella mani degli uomini, pur sapendo che essi avrebbero fatto di lui ciò che avrebbero voluto.

La risposta a questo immenso amore è stata drammatica ed è annunciata da Gesù al futuro: lo uccideranno. Qui il crimine non è attribuito ai sommi sacerdoti e agli scribi, ma agli uomini. Se Dio fosse rimasto in cielo, avrebbe potuto essere dimenticato o, al massimo, bestemmiato, ma, da quando ha deciso di scendere sulla terra e di mettersi nelle mani degli uomini, si è consegnato alla morte.

I discepoli non sono in grado di capire questo amore del Signore, i loro pensieri sono troppo lontani da quelli del cielo e hanno paura di chiedere a Gesù un chiarimento (v. 32).

È facile intuire la ragione della loro ottusità. Il destino che, secondo Gesù, attende il Figlio dell’uomo è inconciliabile con le convinzioni religiose inculcate dai rabbini, è l’opposto delle loro attese non possono accettare l’idea che Dio abbandoni il suo eletto nelle mani di malfattori. Concordano con l’obiezione che il saggio Elifaz ha rivolto a Giobbe: “Quale innocente è mai perito e quando mai furono distrutti gli uomini retti?” (Gb 4,7-8) e con l’affermazione del salmista: “Sono stato fanciullo e ora sono anziano, ma non ho mai visto il giusto abbandonato” (Sal 37,25).

Come mettere d’accordo la giustizia di Dio con la sconfitta o addirittura con la morte del Figlio dell’uomo?

Non c’è da stupirsi che, anche dopo aver udito per la seconda volta lo stesso annuncio, i discepoli non lo abbiano compreso, cioè non siano riusciti ad accettare lo scandalo della passione del messia e non sorprende nemmeno l’annotazione dell’evangelista: essi non osavano porgli alcuna domanda. Avevano ancora ben presente la sua reazione, quasi risentita, quando Pietro aveva tentato di distoglierlo dal cammino della croce. Si rendevano conto che, quando si toccava questo punto, il Maestro diventava duro, intransigente, non voleva essere contraddetto e non accettava suggerimenti.

 

La mancata sintonia con il pensiero di Cristo conduce inevitabilmente al ripiegamento sulle convinzioni degli uomini. Nella seconda parte del brano (vv. 33-35) l’evangelista introduce un episodio che ne dà la conferma.

I discepoli non hanno capito o hanno volutamente chiuso orecchi e occhi, per non udire le parole del Maestro e non fissare la meta da lui proposta a ogni discepolo.

Continuano a seguirlo verso Gerusalemme, ma, proprio lungo la via che conduce alla croce, coltivano sogni opposti a quelli di Gesù.

Giunti a Cafarnao, il Maestro li interroga: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?” (v. 33). La sua non è una domanda, ma un’accusa. È al corrente dell’accesa disputa nella quale, durante il viaggio, tutti si sono lasciati coinvolgere.

I discepoli tacciono, si sentono smascherati, hanno vergogna, si rendono conto di aver commesso un’insensatezza e sanno che, sull’argomento della ricerca dei primi posti, il Maestro non lascia correre, interviene sempre con fermezza.

Quello delle gerarchie e delle precedenze era un tema molto dibattuto fra i rabbini. A tavola, nelle sinagoghe, per strada, nelle assemblee si poneva continuamente la questione dell’attribuzione dei posti d’onore. Si disquisiva anche sulle classi dei santi del paradiso e si sosteneva che erano sette: a ogni eletto il suo rango, più o meno elevato, a seconda dei meriti. Come i santi del cielo, anche gli abitanti di questo mondo dovevano essere catalogati: ai giusti erano assegnate posizioni di prestigio; la gente impura, i poveri della terra andavano emarginati.

Ci sono argomenti che Gesù non ha direttamente affrontato e su questi si può discutere e anche avere opinioni divergenti, ma su quello delle gerarchie, dei titoli onorifici, delle classi è intervenuto più volte e in modo esplicito.

Marco ricostruisce accuratamente la scena. Mentre i discepoli, imbarazzati, tacciono, Gesù si siede, assume cioè la posizione del rabbino che si appresta a impartire una lezione importante. Poi chiama a sé i discepoli, ordina loro di avvicinarsi, perché li vede distaccati, li sente molto lontani da sé. Infine pronuncia il suo solenne giudizio sulla vera grandezza dell’uomo: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti ed il servo di tutti” (v. 35).

È la sintesi della sua proposta di vita ed è tanto importante che gli evangelisti la riprendono, con sfumature diverse, ben sei volte.

Marco nota che la scena si è svolta in casa e questa casa rappresenta la comunità cristiana. Ogni comunità deve ritenere rivolte a sé le parole del Maestro ed evitare, nel modo più assoluto, di inventare appigli e cercare pretesti per giustificare, al suo interno, situazioni di dominio e sudditanza, che sono invece in netto contrasto con il vangelo. Deve guardarsi soprattutto dalla tentazione di prendere come punto di riferimento gli inchini, gli ossequi e gli omaggi in uso nella società civile. “Fra di voi – ha disposto Gesù – non deve essere così!” (Lc 22,26).

Nella comunità cristiana chi occupa il primo posto deve mettere da parte ogni smania di grandezza. La chiesa non è il trampolino di lancio per raggiungere posizioni di prestigio, per emergere, per ottenere il dominio sugli altri. È il luogo dove ognuno, conforme ai doni che ha ricevuto da Dio, celebra la propria grandezza nell’umile servizio ai fratelli. Agli occhi di Dio, il più grande è chi più assomiglia a Cristo che si è fatto servo di tutti (Lc 22,27).

 

Per inculcare meglio la lezione, Gesù compie un gesto significativo, narrato nella terza parte del brano (vv. 36-37). Prende un bambino, lo colloca nel mezzo, lo abbraccia e soggiunge: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.

Nel capitolo seguente Marco ricorda un altro episodio in cui sono messi in risalto l’affetto e la tenerezza di Gesù nei confronti dei bambini.

Alcune mamme gli presentarono i loro figli affinché li accarezzasse. Si riteneva, infatti, che il contatto fisico con uomini di Dio comunicasse forza, bontà, dolcezza e il loro stesso spirito. I discepoli non gradirono questo eccesso di familiarità e di confidenza e si sentirono in dovere di sgridare e di allontanare gli intrusi. Al vedere questo, Gesù si indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benedisse (Mc 10,13-16).

In questo episodio i bambini sono presentati come modelli da imitare e Gesù invita a diventare come loro, per entrare nel regno di Dio. Nel brano di oggi invece i bambini sono indicati come simboli dell’essere debole e indifeso che ha bisogno di protezione e cure.

Al tempo di Gesù, come oggi, i bambini erano amati, ma a loro non veniva attribuita importanza sociale, non contavano nulla dal punto di vista giuridico, erano addirittura considerati impuri perché trasgredivano le prescrizioni della legge.

Se si tiene presente questo fatto, risulta subito chiaro il significato del gesto di Gesù. Egli vuole che la comunità dei suoi discepoli ponga al centro delle proprie attenzioni e iniziative i più poveri, coloro che non contano, gli emarginati, le persone impure.

Noi viviamo in una società competitiva. L’insegnante si compiace dell’alunno più diligente e preparato, l’allenatore si gloria del più forte dei suoi atleti, ma la mamma segue criteri diversi, è guidata dall’amore e le sue premure sono dedicate al più debole dei suoi figli.

Discepolo di Cristo è colui che, sull’esempio del Maestro, abbraccia i bambini.

Bambino è colui che dipende completamente dagli altri, non produce, consuma soltanto, ha bisogno di tutto, può anche combinare guai, non ragiona da adulto.

Non è facile abbracciare chi, a quarant’anni, ha ancora bisogno di essere assistito come un bambino, straparla, fa dispetti, è sgarbato, intralcia la vita ordinata degli altri, non si impegna. Abbracciarlo non significa accondiscendere a tutti i suoi desideri, accontentarne i capricci e favorirne la neghittosità, ma educarlo, aiutarlo a crescere, farlo diventare adulto.

Ci sono, in ogni nostra comunità, bambini, persone impure, anzi, in ognuno di noi è presente un bambino. L’abbraccio è il gesto che esprime accoglienza gioiosa, fiducia, stima, disponibilità al servizio reciproco, per questo sentiamo il bisogno di essere abbracciati dai fratelli della nostra comunità.

Il “bacio santo” (2 Cor 13,12) che ci scambiamo durante la celebrazione eucaristica è il segno di questa reciproca e incondizionata accoglienza.

9月8日

XXIV DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 490-498

 

 

Pietro seguiva Gesù, ma aveva equivocato la meta

 

La domanda che subito rivolgiamo a chi ci chiede di seguirlo è: “Dove mi vuoi condurre?”.

I discepoli si dimenticarono di porla a Gesù quando, lungo la riva del mare di Galilea, udirono il suo invito: “Seguitemi!” (Mc 1,17). Come ammaliati dalla sua parola e dal suo sguardo, abbandonarono subito le reti, il padre, i garzoni e andarono con lui, senza sollevare obiezioni, senza porsi interrogativi e vennero coinvolti in un equivoco. Convinti di aver scelto come guida un uomo di successo, si ritrovarono di fronte a un giustiziato, incapace di scendere dalla croce.

La decisione di accettare la proposta di un viaggio dipende dalla meta che viene proposta, dalle forze che sentiamo di avere, dalle disponibilità economiche su cui possiamo contare, dagli interessi che coltiviamo. È una verifica che va fatta e anche Gesù la suggerisce a chi vuole andare con lui: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14,28).

In cammino verso Roma, dove sarebbe stato gettato nell’arena e avrebbe versato il suo sangue per testimoniare la sua fede, Ignazio d’Antiochia, nel 110 d.C., scriveva ai cristiani della capitale dell’impero: “Ora incomincio a essere un discepolo”. Aveva dedicato tanti anni della sua vita animando, come vescovo, le chiese della Siria, eppure, solo in quel momento, lungo la via che lo conduceva al martirio, cominciò a sentirsi discepolo. Era sicuro di non ingannarsi: stava andando, con il Maestro, verso la Pasqua.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Solo quando seguo le orme di Cristo, cammino sicuro”.

 

 

Prima Lettura (Is 50,5-9a)

 

5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

 e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.

 6 Ho presentato il dorso ai flagellatori,

 la guancia a coloro che mi strappavano la barba;

 non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.

 7 Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso,

 per questo rendo la mia faccia dura come pietra,

 sapendo di non restare deluso.

 8 È vicino chi mi rende giustizia;

 chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.

 Chi mi accusa?Si avvicini a me.

 9 Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?

 

Quando confrontiamo i nostri giudizi con quelli di Dio ci rendiamo subito conto dell’immensa distanza che li separa. Come correggere i nostri giudizi che rischiano di farci puntare la vita sull’effimero? Come renderli conformi a quelli del Signore?

Nell’AT Dio ha iniziato presto a educare il suo popolo a una logica nuova. Ha mostrato che le sue preferenze non sono per i grandi, ma per i piccoli. Ha scelto Israele fra tutti gli altri popoli, non perché si fosse affermato per la sua potenza, ma perché era il più insignificante (Dt 7,7); ha scelto Davide, il più giovane fra i figli di Jesse (1 Sam 16,7). In nessuna parte della Scrittura, però, Dio si è espresso in modo tanto chiaro su questo tema come nei celebri brani sul Servo del Signore che si trovano nel libro di Isaia.

Di questo Servo abbiamo già parlato nella festa del battesimo del Signore. Oggi questa figura misteriosa ci viene riproposta. È un uomo colpito, umiliato, insultato, sconfitto (vv. 5-6) che Dio però non ha abbandonato nelle mani dei nemici; lo ha glorificato, dando successo alla sua missione e mostrando a tutti che egli era un giusto (vv. 8-9).

Difficile dire se il profeta si riferiva a un uomo concreto oppure se stava parlando, in modo simbolico, del popolo d’Israele annientato dalla violenza dei nemici. Ciò che è certo è che i primi cristiani hanno visto in questo personaggio l’immagine del loro Maestro, Gesù di Nazaret, rigettato dai suoi contemporanei, avversato e sconfitto dai capi religiosi e politici del suo tempo, ma riconosciuto da Dio, mediante la risurrezione, come il vero vincitore.

 

 

Seconda Lettura (Gc 2,14-18)

 

14 Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?

15 Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16 e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?

17 Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. 18 Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

 

Non sono i frutti che fanno vivere l’albero, tuttavia l’albero che non produce frutti è come se fosse morto. Anche la fede che non porta a compiere opere – dichiara Giacomo – è morta.

Le opere cui si riferisce, non sono le pratiche rituali, il culto, le solenni liturgie del tempio. Ha già affermato che la religione “pura e senza macchia” consiste nell’aiutare gli orfani, nell’assistere le vedove nelle loro tribolazioni (Gc 1,27), nel rispettare i poveri e nel compiere opere di misericordia (Gc 2,1-13). Oggi riprende il tema con un esempio quanto mai concreto. Se un fratello ha fame o non ha nulla per vestirsi, è inutile consolarlo con chiacchiere, bisogna offrirgli un aiuto, altrimenti la fede che si ritiene di avere è soltanto un’illusione.

Se l’atto di fede si riducesse all’adesione ad affermazioni teologiche o alla professione di determinate verità rivelate, certo molte persone che, senza conoscere Cristo, conducono una vita esemplare, sono attenti al povero, aiutano chi è nel bisogno non potrebbero dire di avere fede. Ma lo Spirito del Signore Gesù non si lascia racchiudere dentro i confini della struttura ecclesiale, agisce in modo libero, anima anche i pagani, muove nell’intimo ogni uomo incitandolo a donare la propria vita. Chi si lascia docilmente guidare dai suoi impulsi, anche se non se ne rende conto, ha intrapreso il cammino della fede, sta seguendo la via tracciata da Cristo.

 

 

Vangelo (Mc 8,27-35)

 

27 Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “Chi dice la gente che io sia?”.

28 Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”.

29 Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”.

Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”.

30 E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.

31 E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. 32 Gesù faceva questo discorso apertamente.

 Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

 

Nel vangelo di Marco Gesù è sempre in movimento e dietro a lui camminano i suoi discepoli che, fin dall’inizio, si sono resi conto di essere al seguito di un personaggio straordinario. Hanno sempre prestato molta attenzione a ciò che di lui diceva la gente, erano sensibili agli elogi, si compiacevano dei consensi che raccoglieva perché il suo successo coinvolgeva anche loro. Eppure, anche dopo mesi di comunione di vita con il Maestro, non erano riusciti a cogliere la sua vera identità.

Più volte, nei primi capitoli di questo vangelo, si legge che le folle e gli stessi discepoli si sono posti la domanda: Chi è costui? Ha il potere di scacciare i demoni (Mc 1,27), compie prodigi, comanda perfino alle onde del mare e queste gli obbediscono (Mc 4,41)... Chi sarà mai?

Con il brano di oggi inizia la parte centrale del vangelo di Marco, quella in cui Gesù svela il mistero, risponde alla domanda che tutti si pongono, mostra il suo vero volto.

L’episodio è ambientato nei pressi di Cesarea di Filippo (vv. 27-30) la città che Filippo, uno dei figli di Erode il grande, ha fondato all’estremo nord d’Israele e ha eretto a capitale del suo regno. È abitata in maggioranza da pagani ed è forse questa la ragione che spinge Gesù a lasciare le città e i villaggi lungo il lago di Galilea e a mettersi in cammino verso quella regione. Mostra di voler portare la salvezza a tutti i figli del suo popolo, anche ai più lontani.

Siamo a metà del vangelo e quindi possiamo anche pensare che Gesù sia giunto a metà della formazione che sta dando ai suoi discepoli.

Lungo la strada rivolge loro due domande; abbastanza semplice la prima: Chi sono io per la gente?, più impegnativa la seconda: Chi sono io per voi?

L’elenco delle opinioni che circolano fra il popolo è già stato riferito da Marco in modo più ampio: “Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui. Altri invece dicevano: è Elia; altri dicevano ancora: è un profeta, come uno dei profeti. Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!” (Mc 6,14-16).

Questi erano i giudizi della gente, ma a Gesù premeva sapere soprattutto cos’avevano capito i discepoli. Avevano intravisto qualcosa di più o coltivavano le convinzioni di tutti?

Qualche giorno prima aveva rivolto loro un severo rimprovero: “Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” (Mc 8,17-18). Erano incapaci di cogliere la sua identità.

Oggi ecco la sorpresa: dopo aver riferito quanto si dice in giro, Pietro mostra di avere capito tutto e, a nome anche degli altri, proclama: “Tu sei il Cristo”, il messia, il salvatore di cui hanno parlato i profeti e che tutto il popolo attende.

Difficile trovare un risposta più adeguata.

Nel vangelo di Matteo viene ricordata anche la replica, compiaciuta, del Maestro: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17).

Alla risposta di Pietro segue la severa imposizione del silenzio. Gesù non vuole che si diffonda la notizia sulla sua identità messianica (vv. 27-30) e la ragione per cui va mantenuto il segreto è chiara: Pietro ha dato una definizione esatta solo nella forma, in realtà l’idea che ha in mente è totalmente distorta. Continua a essere convinto che il Maestro darà presto inizio al regno di Dio sulla terra e pensa che questo si attuerà mediante un’ostentazione di forza, attraverso prodigi e segni che lo imporranno all’attenzione di tutti. È certo che Gesù otterrà un successo strepitoso ed è questa anche l’opinione degli altri discepoli che, pur avendo capito qualcosa di più rispetto alle folle, rimangono prigionieri della mentalità corrente che valuta la riuscita di una vita in base ai successi ottenuti. Non si sono ancora resi conto che, fin dall’inizio, il Maestro ha considerato diabolica la proposta di prendere il potere e di presentarsi come un dominatore di questo mondo (Mt 4,8-10).

Il malinteso è totale e per Gesù è giunto il momento di correggere questo pericoloso equivoco. Deve chiarire bene qual è la meta del suo viaggio, spiegando come il Padre realizzerà in lui la sua opera di salvezza.

Marco scrive il suo vangelo per i cristiani di Roma, per invitarli a fare una verifica delle ragioni che li hanno indotti a credere in Cristo. L’equivoco in cui sono caduti Pietro e gli altri undici, infatti, incombe sempre su tutte le comunità cristiane. Le professioni di fede possono essere impeccabili, ma rimane l’interrogativo: quale immagine di Dio e quale concezione di vita si celano dietro queste formule tanto esatte?

 

Nella seconda parte del brano (vv. 31-33), Gesù comincia a insegnare ai discepoli che il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto, che non è destinato al successo, ma al fallimento, che non trionferà su chi si oppone al suo progetto, ma che verrà sconfitto. Non va a Gerusalemme per mettere in fuga i suoi nemici, ma a donare loro la sua vita.

Comincia a insegnare. Questa affermazione dell’evangelista lascia trasparire un certo imbarazzo, una certa delusione dell’insegnante che, a metà dell’anno scolastico, dopo aver ripetutamente spiegato una lezione, si rende conto di dover ripartire da zero perché gli alunni non sono proprio riusciti ad assimilarla.

I discepoli non possono né capire né accettare la prospettiva del dono della vita. Non è per questo che hanno abbandonato la casa, la barca, la famiglia per seguire il Maestro. Dove li vuole condurre, alla rovina, alla sconfitta?

Gesù non ritira una parola, anzi, per altre due volte ripete loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno” (Mc 9,31); “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo verrà condannato a morte, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno” (Mc 10,33-34). Quest’ultimo annuncio è particolarmente drammatico perché elenca, in modo dettagliato, quasi pedante, le sei opere che costituiscono la risposta dell’uomo al Signore che gli viene incontro per offrirgli la salvezza. Ne seguirà una settima: “Dopo tre giorni risusciterà” (Mc 10,34), ma questa sarà opera di Dio.

La logica umana non può che rimanere sconvolta di fronte a una simile prospettiva e difatti Pietro, a nome di tutti, reagisce (vv. 32-33), non per paura dei sacrifici, sappiamo che egli sarebbe disposto anche a rischiare la vita se fosse necessario (Gv 18,10), ma per vincere, non per perdere. Non se la sente di impegnarsi in un progetto assurdo, non può accettare di incamminarsi per una strada che porta al fallimento, per questo tenta di far cambiare idea al Maestro.

La risposta di Gesù a Pietro che vuole distoglierlo dal suo cammino è dura: “Vai dietro a me, satana!”. Non intende allontanare da sé Pietro, ma riportarlo sul retto cammino. Le sue parole non significano: “Vattene via!”, ma : “Vienimi dietro”, “ “Stai con me mentre vado a donare la vita”.

Pietro ha commesso l’errore di passare avanti al Maestro. Mosso dalle sue convinzioni religiose, si è sentito in dovere di indicargli la strada. Gesù lo invita a tornare al suo posto, dietro, e a seguire i suoi passi. Lo chiama satana perché, avendo assimilato i pensieri degli uomini, che rendono ciechi e incapaci di comprendere i disegni di Dio (Sap 2,21-22), ha suggerito al Maestro, senza nemmeno rendersene conto, scelte opposte a quelle del Signore.

 

Dopo aver rimproverato Pietro, Gesù convoca la folla (vv. 34-35).

Sorprende che, lungo la via che conduce a Cesarea di Filippo, compaia, inattesa, una moltitudine cui, in precedenza, non s’è fatto alcun cenno. Marco la introduce in scena per una ragione teologica: in questa folla egli vede personificata la moltitudine dei cristiani delle sue comunità. Vuole porli di fronte alle severe condizioni poste da Gesù a chiunque intenda seguirlo. Si tratta di esigenze che non possono essere mitigate o rese più accettabili; possono solo essere accolte o rifiutate, ma non sono trattabili.

La radicalità di questa scelta che non ammette sconti, indugi e ripensamenti è richiamata con tre imperativi: “Rinnega te stesso, prendi la croce, seguimi”.

Rinnega te stesso vuol dire: smetti di pensare a te stesso!

È il capovolgimento della logica di questo mondo. L’uomo ha radicata nel profondo del proprio cuore la tendenza a “pensare a se stesso”, a porsi al centro degli interessi, a cercare in tutto ciò che fa il proprio vantaggio e a disinteressarsi degli altri. Colui che sceglie di seguire Cristo è chiamato, anzitutto, a rifiutare questo ripiegamento egoista, a rinunciare a fare scelte in vista del proprio tornaconto.

Il discepolo che ha “smesso di pensare a se stesso” non prende minimamente in considerazione le ricadute positive che possono avere sulla sua persona le buone azioni che compie. Non pensa neppure alla gloria che gli sarà riservata in paradiso. Ama gratuitamente, in pura perdita, come fa Dio.

Il secondo imperativo, prendi la tua croce, non si riferisce alla necessità di sopportare pazientemente le piccole o grandi tribolazioni della vita né, ancor meno, è un’esaltazione del dolore come mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non ricerca la sofferenza, ma l’amore.

La croce era il supplizio riservato agli schiavi, a coloro che non appartenevano a se stessi, ma ad un altro. Abbracciarla significa fare la scelta di divenire servi degli altri e Gesù lo è divenuto, come si canta nel celebre inno della Lettera ai filippesi: “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8).

In Gesù, Dio ha mostrato di non appartenere a se stesso, ma di essere schiavo dell’uomo.

La croce è il segno dell’amore di Dio e del dono più totale di sé. Portarla dietro a Gesù vuol dire unirsi a lui nel rendersi disponibili agli altri, fino al martirio.

Il terzo imperativo, seguimi, non significa prendimi come modello, ma condividi la mia scelta, fa tuo il mio progetto, gioca la tua vita per amore all’uomo, insieme con me. Andrai incontro all’incomprensione e alla rinuncia, vedrai i tuoi sogni dissolversi e tutti i progetti umani rimessi in causa; ti sentirai morire, ma il tuo destino non sarà la rovina; non ti voglio condurre alla morte, ma alla vera vita; tuttavia, per raggiungerla, è necessario che tu passi attraverso la morte (v. 31).

Nell’ultima parte del brano (v. 35) Gesù sviluppa, ricorrendo a un ragionamento sapienziale, la sua proposta.

Che giova all’uomo ottenere il dominio di tutti i regni di questo mondo, affermarsi nei campi del sapere, del denaro, del potere, della gloria, dei piaceri, se poi arreca danno a se stesso, se sciupa la propria esistenza? Tutte le sue conquiste, tutti i suoi successi sono effimeri, non hanno consistenza perché su di loro incombe la morte: “Anche coloro che hanno dato il loro nome alla terra… lasceranno ad altri le loro ricchezze” (Sl 49,11-12).

Solo chi fa della propria vita un dono costruisce un’opera duratura.

Quando Dio, nel giudizio finale, valuterà la vita di ognuno, chi non si sarà associato a Cristo, abbracciandone la croce e il destino, sarà costretto a registrare il proprio fallimento, verificherà di avere sprecato l’opportunità unica che gli era stata offerta.

I dibattiti sull’identità di Gesù continuano anche oggi. Nessuno nega che, più di qualunque altro uomo, egli ha segnato la storia del mondo. Ma non basta coltivare questa convinzione per ritenersi suoi discepoli. Ammirare Cristo non equivale a essere suoi discepoli.

Gli apostoli hanno ricevuto da Gesù la severa ingiunzione di non divulgare la sua identità. Se non verifichiamo, alla luce delle parole contenute nel vangelo di oggi, le ragioni per cui ci proclamiamo cristiani, egli potrebbe imporre anche a molti di noi, severamente, il silenzio.

Natività della B.V. Maria - Natività della B.V. Maria

Le due annunciazioni, a Giuseppe ed a Maria, riflessi di un'unica realtà, sono ugualmente importanti, per farci capire quale deve essere la vera fede.

Qual è il senso dell'annuncio fatto a Giuseppe? Il Vangelo secondo san Matteo comincia con una genealogia di Gesù. Essa termina così: "Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo".

L'evangelista ci mostra come Giuseppe, uomo giusto, cioè santo, fedele a Dio, obbediente alla sua parola, osi accogliere questo dono della grazia che è la Vergine Maria, e in lei il bambino venuto dallo Spirito, l'Emanuele annunciato dai profeti.

Poiché Giuseppe non vuole sposare la Vergine Maria per non appropriarsi del figlio che vive in lei e che viene da Dio, Giuseppe, il giusto, vive nel rispetto di Dio e nell'obbedienza. Come potrebbe essere suo figlio, il Figlio concepito dallo Spirito Santo? Poiché non siamo noi uomini che generiamo Dio. Non siamo noi uomini che offriamo la parola di Dio. Non siamo noi uomini che creiamo Dio a nostra immagine. Non siamo noi uomini che facciamo sbocciare la verità e la giustizia dalla terra: esse scendono dall'alto dei cieli. Dobbiamo sempre riconoscere il dono di Dio.

Giuseppe non vuole impadronirsi di ciò che appartiene a Dio e a Dio solo, di questo tempio sacro che è la Vergine Maria, di questa dimora della gloria di Dio ancora nascosta nel segreto. È il motivo per cui l'angelo gli risponde: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà per te (dicono alcuni manoscritti) un figlio e tu lo chiamerai Gesù". La tua missione è di accogliere questo dono e di farlo tuo.

Dobbiamo accogliere il dono che Dio ci fa di suo Figlio. Ma vi sono molti modi di prenderlo. Il modo dei soldati, che arrestano Gesù e gli mettono le mani addosso. Il modo degli apostoli che lo seguono e l'abbandonano. Il modo dei poveri, dei malati, che tendono la mano supplicando: "Abbi pietà di me, Signore... Se potessi toccarti!... Apri i miei occhi!"... E poi il modo di tutti coloro che prenderanno il suo corpo, come Cristo ci dice di fare: "Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo. Prendete e bevetene tutti: questo è il mio Sangue". Anche per noi ci sono molti modi di prendere: dal modo del ladro, che si impadronisce con violenza e cupidigia, fino al modo di colui che accetta di essere amato e che, ricevendo questo dono d'amore, apre il suo cuore e ama a sua volta. Allora diventa un fratello nella famiglia dei figli di Dio.

È necessario che Giuseppe accolga Maria, che accolga questo dono di Dio. Del bambino concepito dallo Spirito Santo Giuseppe deve fare suo figlio, il figlio di Davide, il figlio promesso dai profeti di Israele e donato a tutta l'umanità. È così anche per noi, è necessario che anche noi l'accogliamo. Ecco il senso dell'annuncio a Giuseppe.

Accogliendo Maria, egli accoglieva il dono di Dio in Maria. Accogliendo la Vergine, egli accoglieva la casa di Dio tra gli uomini, Cristo stesso. Era della stirpe di Giuseppe, il Giusto.

 

«Luogo di nessun conto»

Se uno viaggia in macchina lungo strade secondarie tenendosi fuori dalle autostrade, attraversa molti villaggi e cittadine. Alle volte queste località consistono soltanto in poche case e un centinaio di abitanti. Molti dicono che non vorrebbero mai abitare in posti del genere, perché sono troppo lontani dalle attività e possibilità che vengono offerte dalla vita di città. Queste località si chiamano alle volte «luoghi di nessun conto».

Betlemme di Efrata era una piccola città; in altre parole, era un «luogo di nessun conto». Per assicurarsi che i suoi lettori capissero di che città stava parlando, il profeta Michea fece uso sia del nome antico della città - Efrata - sia del nome più recente - Betlemme -. Betlemme di Efrata era così piccola che la segnaletica per indicarne l'ingresso e quella per indicarne l'uscita avrebbero potuto identificarsi!

Eppure, questa cittadina era destinata ad essere il luogo di nascita di Davide, il più potente re d'Israele. La promessa fatta a Davide che il suo regno non avrebbe avuto fine alimentò la speranza di Israele al tempo delle oppressioni e invasioni nemiche. Davide era il messia, cioè, l'unto del Signore. Il popolo aspettava un nuovo messia dalla discendenza di Davide. A suo tempo, Maria diede alla luce Gesù, l'atteso Messia, l'Unto del Signore. Nel celebrare la natività di Maria, si ricorda il fine della sua nascita: viene al mondo Colei che concepirà e partorirà il Messia. Come nessuno avrebbe pensato di dover cercare Dio a Betlemme di Efrata, «luogo di nessun conto», cosi nessuno avrebbe pensato di dover cercare il Figlio di Dio nel grembo di una fanciulla di Nazaret.

Proprio qui sta il punto: non sempre si trova Dio dove si pensa di poterlo trovare: Dio si trova dove lui ha scelto di vivere; in un «luogo di nessun conto» e nel grembo di una vergine!

 

MEDITAZIONE

Dove hai trovato Dio mentre non pensavi di trovarlo lì?

 

PREGHIERA

Alla tua nascita, o Purissima, Gioacchino e Anna, figli di Abramo e di Sara, sono stati liberati dal disonore di una vita spirituale apparentemente sterile, divenendo la fonte di una nuova generazione di uomini e di donne. O Immacolata, Adamo ed Eva vedono levarsi l'alba dell'affrancamento dalla corruzione e dalla morte. Il tuo popolo, che festeggia questa nascita, liberato dal peso del peccato, grida verso di te: colei che era sterile ha messo al mondo la madre di Dio, nutrice della nostra vita. La tua nascita, o Madre di Dio, ha annunciato la gioia a tutto l'universo, poiché da te si è levato il Sole di giustizia, Cristo nostro Dio che, togliendo la maledizione e annientando la morte, ci ha donato la vita eterna.

 

Rosa rossaRosa rossaRosa rossa

 

Un pensiero e un augurio per la FESTA odierna, perché anche là ove ti trovi possa trovare Dio, nonostante sia "un luogo di nessun conto". Tu, generando Dio nel tuo cuore, accogliendolo nell'Eucaristia puoi dargli il LUOGO fondamentale per installarsi là dove altrimenti non potrebbe arrivare, trovare accoglienza, trasformare i cuori e restituirli a Dio...
Sii dunque la "piccola Maria" di oggi, il cammino di speranza, di vita...
Sii il "giusto Giuseppe" che nascondendo sé manifesta l'enormità del dono ricevuto da Dio, una chiamata che sconvolge la sua vita ma che nello stesso, essendo remissivo in tutto a Dio rispettando il suo ruolo, la pacifica e la riempie di gioia...

don Marino Gobbin

 

 

9月7日

XXIV DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 490-498

 

 

Pietro seguiva Gesù, ma aveva equivocato la meta

 

La domanda che subito rivolgiamo a chi ci chiede di seguirlo è: “Dove mi vuoi condurre?”.

I discepoli si dimenticarono di porla a Gesù quando, lungo la riva del mare di Galilea, udirono il suo invito: “Seguitemi!” (Mc 1,17). Come ammaliati dalla sua parola e dal suo sguardo, abbandonarono subito le reti, il padre, i garzoni e andarono con lui, senza sollevare obiezioni, senza porsi interrogativi e vennero coinvolti in un equivoco. Convinti di aver scelto come guida un uomo di successo, si ritrovarono di fronte a un giustiziato, incapace di scendere dalla croce.

La decisione di accettare la proposta di un viaggio dipende dalla meta che viene proposta, dalle forze che sentiamo di avere, dalle disponibilità economiche su cui possiamo contare, dagli interessi che coltiviamo. È una verifica che va fatta e anche Gesù la suggerisce a chi vuole andare con lui: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14,28).

In cammino verso Roma, dove sarebbe stato gettato nell’arena e avrebbe versato il suo sangue per testimoniare la sua fede, Ignazio d’Antiochia, nel 110 d.C., scriveva ai cristiani della capitale dell’impero: “Ora incomincio a essere un discepolo”. Aveva dedicato tanti anni della sua vita animando, come vescovo, le chiese della Siria, eppure, solo in quel momento, lungo la via che lo conduceva al martirio, cominciò a sentirsi discepolo. Era sicuro di non ingannarsi: stava andando, con il Maestro, verso la Pasqua.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Solo quando seguo le orme di Cristo, cammino sicuro”.

 

 

Prima Lettura (Is 50,5-9a)

 

5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

 e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.

 6 Ho presentato il dorso ai flagellatori,

 la guancia a coloro che mi strappavano la barba;

 non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.

 7 Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso,

 per questo rendo la mia faccia dura come pietra,

 sapendo di non restare deluso.

 8 È vicino chi mi rende giustizia;

 chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.

 Chi mi accusa?Si avvicini a me.

 9 Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?

 

Quando confrontiamo i nostri giudizi con quelli di Dio ci rendiamo subito conto dell’immensa distanza che li separa. Come correggere i nostri giudizi che rischiano di farci puntare la vita sull’effimero? Come renderli conformi a quelli del Signore?

Nell’AT Dio ha iniziato presto a educare il suo popolo a una logica nuova. Ha mostrato che le sue preferenze non sono per i grandi, ma per i piccoli. Ha scelto Israele fra tutti gli altri popoli, non perché si fosse affermato per la sua potenza, ma perché era il più insignificante (Dt 7,7); ha scelto Davide, il più giovane fra i figli di Jesse (1 Sam 16,7). In nessuna parte della Scrittura, però, Dio si è espresso in modo tanto chiaro su questo tema come nei celebri brani sul Servo del Signore che si trovano nel libro di Isaia.

Di questo Servo abbiamo già parlato nella festa del battesimo del Signore. Oggi questa figura misteriosa ci viene riproposta. È un uomo colpito, umiliato, insultato, sconfitto (vv. 5-6) che Dio però non ha abbandonato nelle mani dei nemici; lo ha glorificato, dando successo alla sua missione e mostrando a tutti che egli era un giusto (vv. 8-9).

Difficile dire se il profeta si riferiva a un uomo concreto oppure se stava parlando, in modo simbolico, del popolo d’Israele annientato dalla violenza dei nemici. Ciò che è certo è che i primi cristiani hanno visto in questo personaggio l’immagine del loro Maestro, Gesù di Nazaret, rigettato dai suoi contemporanei, avversato e sconfitto dai capi religiosi e politici del suo tempo, ma riconosciuto da Dio, mediante la risurrezione, come il vero vincitore.

 

 

Seconda Lettura (Gc 2,14-18)

 

14 Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?

15 Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16 e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?

17 Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. 18 Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

 

Non sono i frutti che fanno vivere l’albero, tuttavia l’albero che non produce frutti è come se fosse morto. Anche la fede che non porta a compiere opere – dichiara Giacomo – è morta.

Le opere cui si riferisce, non sono le pratiche rituali, il culto, le solenni liturgie del tempio. Ha già affermato che la religione “pura e senza macchia” consiste nell’aiutare gli orfani, nell’assistere le vedove nelle loro tribolazioni (Gc 1,27), nel rispettare i poveri e nel compiere opere di misericordia (Gc 2,1-13). Oggi riprende il tema con un esempio quanto mai concreto. Se un fratello ha fame o non ha nulla per vestirsi, è inutile consolarlo con chiacchiere, bisogna offrirgli un aiuto, altrimenti la fede che si ritiene di avere è soltanto un’illusione.

Se l’atto di fede si riducesse all’adesione ad affermazioni teologiche o alla professione di determinate verità rivelate, certo molte persone che, senza conoscere Cristo, conducono una vita esemplare, sono attenti al povero, aiutano chi è nel bisogno non potrebbero dire di avere fede. Ma lo Spirito del Signore Gesù non si lascia racchiudere dentro i confini della struttura ecclesiale, agisce in modo libero, anima anche i pagani, muove nell’intimo ogni uomo incitandolo a donare la propria vita. Chi si lascia docilmente guidare dai suoi impulsi, anche se non se ne rende conto, ha intrapreso il cammino della fede, sta seguendo la via tracciata da Cristo.

 

 

Vangelo (Mc 8,27-35)

 

27 Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “Chi dice la gente che io sia?”.

28 Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”.

29 Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”.

Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”.

30 E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.

31 E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. 32 Gesù faceva questo discorso apertamente.

 Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

 

Nel vangelo di Marco Gesù è sempre in movimento e dietro a lui camminano i suoi discepoli che, fin dall’inizio, si sono resi conto di essere al seguito di un personaggio straordinario. Hanno sempre prestato molta attenzione a ciò che di lui diceva la gente, erano sensibili agli elogi, si compiacevano dei consensi che raccoglieva perché il suo successo coinvolgeva anche loro. Eppure, anche dopo mesi di comunione di vita con il Maestro, non erano riusciti a cogliere la sua vera identità.

Più volte, nei primi capitoli di questo vangelo, si legge che le folle e gli stessi discepoli si sono posti la domanda: Chi è costui? Ha il potere di scacciare i demoni (Mc 1,27), compie prodigi, comanda perfino alle onde del mare e queste gli obbediscono (Mc 4,41)... Chi sarà mai?

Con il brano di oggi inizia la parte centrale del vangelo di Marco, quella in cui Gesù svela il mistero, risponde alla domanda che tutti si pongono, mostra il suo vero volto.

L’episodio è ambientato nei pressi di Cesarea di Filippo (vv. 27-30) la città che Filippo, uno dei figli di Erode il grande, ha fondato all’estremo nord d’Israele e ha eretto a capitale del suo regno. È abitata in maggioranza da pagani ed è forse questa la ragione che spinge Gesù a lasciare le città e i villaggi lungo il lago di Galilea e a mettersi in cammino verso quella regione. Mostra di voler portare la salvezza a tutti i figli del suo popolo, anche ai più lontani.

Siamo a metà del vangelo e quindi possiamo anche pensare che Gesù sia giunto a metà della formazione che sta dando ai suoi discepoli.

Lungo la strada rivolge loro due domande; abbastanza semplice la prima: Chi sono io per la gente?, più impegnativa la seconda: Chi sono io per voi?

L’elenco delle opinioni che circolano fra il popolo è già stato riferito da Marco in modo più ampio: “Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui. Altri invece dicevano: è Elia; altri dicevano ancora: è un profeta, come uno dei profeti. Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!” (Mc 6,14-16).

Questi erano i giudizi della gente, ma a Gesù premeva sapere soprattutto cos’avevano capito i discepoli. Avevano intravisto qualcosa di più o coltivavano le convinzioni di tutti?

Qualche giorno prima aveva rivolto loro un severo rimprovero: “Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” (Mc 8,17-18). Erano incapaci di cogliere la sua identità.

Oggi ecco la sorpresa: dopo aver riferito quanto si dice in giro, Pietro mostra di avere capito tutto e, a nome anche degli altri, proclama: “Tu sei il Cristo”, il messia, il salvatore di cui hanno parlato i profeti e che tutto il popolo attende.

Difficile trovare un risposta più adeguata.

Nel vangelo di Matteo viene ricordata anche la replica, compiaciuta, del Maestro: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17).

Alla risposta di Pietro segue la severa imposizione del silenzio. Gesù non vuole che si diffonda la notizia sulla sua identità messianica (vv. 27-30) e la ragione per cui va mantenuto il segreto è chiara: Pietro ha dato una definizione esatta solo nella forma, in realtà l’idea che ha in mente è totalmente distorta. Continua a essere convinto che il Maestro darà presto inizio al regno di Dio sulla terra e pensa che questo si attuerà mediante un’ostentazione di forza, attraverso prodigi e segni che lo imporranno all’attenzione di tutti. È certo che Gesù otterrà un successo strepitoso ed è questa anche l’opinione degli altri discepoli che, pur avendo capito qualcosa di più rispetto alle folle, rimangono prigionieri della mentalità corrente che valuta la riuscita di una vita in base ai successi ottenuti. Non si sono ancora resi conto che, fin dall’inizio, il Maestro ha considerato diabolica la proposta di prendere il potere e di presentarsi come un dominatore di questo mondo (Mt 4,8-10).

Il malinteso è totale e per Gesù è giunto il momento di correggere questo pericoloso equivoco. Deve chiarire bene qual è la meta del suo viaggio, spiegando come il Padre realizzerà in lui la sua opera di salvezza.

Marco scrive il suo vangelo per i cristiani di Roma, per invitarli a fare una verifica delle ragioni che li hanno indotti a credere in Cristo. L’equivoco in cui sono caduti Pietro e gli altri undici, infatti, incombe sempre su tutte le comunità cristiane. Le professioni di fede possono essere impeccabili, ma rimane l’interrogativo: quale immagine di Dio e quale concezione di vita si celano dietro queste formule tanto esatte?

 

Nella seconda parte del brano (vv. 31-33), Gesù comincia a insegnare ai discepoli che il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto, che non è destinato al successo, ma al fallimento, che non trionferà su chi si oppone al suo progetto, ma che verrà sconfitto. Non va a Gerusalemme per mettere in fuga i suoi nemici, ma a donare loro la sua vita.

Comincia a insegnare. Questa affermazione dell’evangelista lascia trasparire un certo imbarazzo, una certa delusione dell’insegnante che, a metà dell’anno scolastico, dopo aver ripetutamente spiegato una lezione, si rende conto di dover ripartire da zero perché gli alunni non sono proprio riusciti ad assimilarla.

I discepoli non possono né capire né accettare la prospettiva del dono della vita. Non è per questo che hanno abbandonato la casa, la barca, la famiglia per seguire il Maestro. Dove li vuole condurre, alla rovina, alla sconfitta?

Gesù non ritira una parola, anzi, per altre due volte ripete loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno” (Mc 9,31); “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo verrà condannato a morte, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno” (Mc 10,33-34). Quest’ultimo annuncio è particolarmente drammatico perché elenca, in modo dettagliato, quasi pedante, le sei opere che costituiscono la risposta dell’uomo al Signore che gli viene incontro per offrirgli la salvezza. Ne seguirà una settima: “Dopo tre giorni risusciterà” (Mc 10,34), ma questa sarà opera di Dio.

La logica umana non può che rimanere sconvolta di fronte a una simile prospettiva e difatti Pietro, a nome di tutti, reagisce (vv. 32-33), non per paura dei sacrifici, sappiamo che egli sarebbe disposto anche a rischiare la vita se fosse necessario (Gv 18,10), ma per vincere, non per perdere. Non se la sente di impegnarsi in un progetto assurdo, non può accettare di incamminarsi per una strada che porta al fallimento, per questo tenta di far cambiare idea al Maestro.

La risposta di Gesù a Pietro che vuole distoglierlo dal suo cammino è dura: “Vai dietro a me, satana!”. Non intende allontanare da sé Pietro, ma riportarlo sul retto cammino. Le sue parole non significano: “Vattene via!”, ma : “Vienimi dietro”, “ “Stai con me mentre vado a donare la vita”.

Pietro ha commesso l’errore di passare avanti al Maestro. Mosso dalle sue convinzioni religiose, si è sentito in dovere di indicargli la strada. Gesù lo invita a tornare al suo posto, dietro, e a seguire i suoi passi. Lo chiama satana perché, avendo assimilato i pensieri degli uomini, che rendono ciechi e incapaci di comprendere i disegni di Dio (Sap 2,21-22), ha suggerito al Maestro, senza nemmeno rendersene conto, scelte opposte a quelle del Signore.

 

Dopo aver rimproverato Pietro, Gesù convoca la folla (vv. 34-35).

Sorprende che, lungo la via che conduce a Cesarea di Filippo, compaia, inattesa, una moltitudine cui, in precedenza, non s’è fatto alcun cenno. Marco la introduce in scena per una ragione teologica: in questa folla egli vede personificata la moltitudine dei cristiani delle sue comunità. Vuole porli di fronte alle severe condizioni poste da Gesù a chiunque intenda seguirlo. Si tratta di esigenze che non possono essere mitigate o rese più accettabili; possono solo essere accolte o rifiutate, ma non sono trattabili.

La radicalità di questa scelta che non ammette sconti, indugi e ripensamenti è richiamata con tre imperativi: “Rinnega te stesso, prendi la croce, seguimi”.

Rinnega te stesso vuol dire: smetti di pensare a te stesso!

È il capovolgimento della logica di questo mondo. L’uomo ha radicata nel profondo del proprio cuore la tendenza a “pensare a se stesso”, a porsi al centro degli interessi, a cercare in tutto ciò che fa il proprio vantaggio e a disinteressarsi degli altri. Colui che sceglie di seguire Cristo è chiamato, anzitutto, a rifiutare questo ripiegamento egoista, a rinunciare a fare scelte in vista del proprio tornaconto.

Il discepolo che ha “smesso di pensare a se stesso” non prende minimamente in considerazione le ricadute positive che possono avere sulla sua persona le buone azioni che compie. Non pensa neppure alla gloria che gli sarà riservata in paradiso. Ama gratuitamente, in pura perdita, come fa Dio.

Il secondo imperativo, prendi la tua croce, non si riferisce alla necessità di sopportare pazientemente le piccole o grandi tribolazioni della vita né, ancor meno, è un’esaltazione del dolore come mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non ricerca la sofferenza, ma l’amore.

La croce era il supplizio riservato agli schiavi, a coloro che non appartenevano a se stessi, ma ad un altro. Abbracciarla significa fare la scelta di divenire servi degli altri e Gesù lo è divenuto, come si canta nel celebre inno della Lettera ai filippesi: “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8).

In Gesù, Dio ha mostrato di non appartenere a se stesso, ma di essere schiavo dell’uomo.

La croce è il segno dell’amore di Dio e del dono più totale di sé. Portarla dietro a Gesù vuol dire unirsi a lui nel rendersi disponibili agli altri, fino al martirio.

Il terzo imperativo, seguimi, non significa prendimi come modello, ma condividi la mia scelta, fa tuo il mio progetto, gioca la tua vita per amore all’uomo, insieme con me. Andrai incontro all’incomprensione e alla rinuncia, vedrai i tuoi sogni dissolversi e tutti i progetti umani rimessi in causa; ti sentirai morire, ma il tuo destino non sarà la rovina; non ti voglio condurre alla morte, ma alla vera vita; tuttavia, per raggiungerla, è necessario che tu passi attraverso la morte (v. 31).

Nell’ultima parte del brano (v. 35) Gesù sviluppa, ricorrendo a un ragionamento sapienziale, la sua proposta.

Che giova all’uomo ottenere il dominio di tutti i regni di questo mondo, affermarsi nei campi del sapere, del denaro, del potere, della gloria, dei piaceri, se poi arreca danno a se stesso, se sciupa la propria esistenza? Tutte le sue conquiste, tutti i suoi successi sono effimeri, non hanno consistenza perché su di loro incombe la morte: “Anche coloro che hanno dato il loro nome alla terra… lasceranno ad altri le loro ricchezze” (Sl 49,11-12).

Solo chi fa della propria vita un dono costruisce un’opera duratura.

Quando Dio, nel giudizio finale, valuterà la vita di ognuno, chi non si sarà associato a Cristo, abbracciandone la croce e il destino, sarà costretto a registrare il proprio fallimento, verificherà di avere sprecato l’opportunità unica che gli era stata offerta.

I dibattiti sull’identità di Gesù continuano anche oggi. Nessuno nega che, più di qualunque altro uomo, egli ha segnato la storia del mondo. Ma non basta coltivare questa convinzione per ritenersi suoi discepoli. Ammirare Cristo non equivale a essere suoi discepoli.

Gli apostoli hanno ricevuto da Gesù la severa ingiunzione di non divulgare la sua identità. Se non verifichiamo, alla luce delle parole contenute nel vangelo di oggi, le ragioni per cui ci proclamiamo cristiani, egli potrebbe imporre anche a molti di noi, severamente, il silenzio.

9月6日

LE NOZZE DI CANA (GV 2, 1 – 12)

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di ‘dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un pò brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

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1. Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

Presso il popolo ebraico le nozze erano celebrate con particolare solennità; in genere la festa durava una settimana. Gesù arriva presumibilmente a festa già iniziata; non è improbabile che l’invito a Gesù sia da attribuire al fatto che uno dei suoi discepoli – Natanaele appunto – è di Cana. L’invito è anche per i discepoli di Gesù; sembra che siano conosciuti e vengano ormai identificati come membri della  sua stessa famiglia.

 

2. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”.

Maria si rende conto che il vino è venuto a mancare; lo fa subito osservare anche al Figlio.   Glielo dice con grande delicatezza, con grande attenzione verso gli sposi: “essi non hanno  più vino„; l’accento viene pertanto messo sugli sposi che stanno andando incontro a una profonda umiliazione. Che cosa significa la mancanza di vino a livello della nostra esperienza di Chiesa e di società? Il salmo 4, al versetto 8, ci suggerisce: “Mi hai dato più gioia di quando abbondano vino e frumento. La gioia del “vino”  è la gioia per la festa, per l’amicizia, per una vita di grande fraternità; sono cadute le paure, le reciproche indifferenze e inibizioni; si supera tutto ciò che chiude, irrigidisce, crea permalosità, malumore. A chi ha la gioia del Vangelo sarà dato il discernimento, sarà data la capacità di dialogare senza timidità, senza tristezza, senza reticenze, anzi con gioia, proprio perché conoscerà il senso di ogni cosa. A chi possiede poco la gioia del Vangelo, la capacità di dialogo gli si smorzerà nelle mani ed egli si irrigidirà nella difesa tenace di quel poco che possiede, si chiuderà in se stesso, si metterà in contrasto con gli altri per timore di perdere il poco.

 

3. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”.

La reazione di Gesù di fronte all’interessamento della madre sembra, a prima vista, molto dura. L’espressione esprime una distanza di pensiero tra i due interlocutori. Gesù sembra mettere in questione la relazione con sua madre e questo avviene mettendo in discussione il fatto che “la sua ora„ sia arrivata o meno. È una domanda che troverà una risposta positiva nelle scelte  seguenti.

 

4. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.

Maria sa per certo che l’ora di Gesù è giunta e pertanto chiede ai servi di mettersi a sua disposizione.  Questa certezza nasce da un’inclinazione profonda del cuore di Maria a fare ciò che Dio vuole, nella convinzione che questo è il bene per sé e per ogni persona. In realtà, noi spesso siamo  legati alla nostra mondanità e abbiamo  l’atteggiamento opposto:  “So io qual è il mio bene, il mio godimento, il mio guadagno; il tempo è mio. Il mio bene non è quello che Dio vuole da me„. Il “si„ di Maria è dunque un programma rivoluzionario: “Sia fatto di me secondo la tua Parola. La parola di Maria: “Fate quello che egli vi dirà„, tocca la concezione fondamentale della vita, intende la vita come dono, compito, affidamento di sé. Maria ha una sostanziale fiducia nella vita in tutti i suoi momenti, compresi quelli più drammatici, più oscuri.

 

5. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d`acqua le giare”; e le riempirono fino all`orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l`acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l`acqua), chiamò lo sposo.

Questo vino ha un’origine misteriosa, così come sarà l’acqua donata alla samaritana (Gv 4,11) e il pane moltiplicato (Gv 6,5); sono doni che simboleggiano la ricchezza e, per certi aspetti, la misteriosità di Gesù stesso. La gloria di Dio si manifesta in tutta l’attività di Gesù come datore di vita e però raggiunge la sua massima espressione nella croce. Cana è il primo annuncio: lì, infatti, c’è l’attenzione del Signore per l’uomo, la sua tenerezza, il suo accogliere benignamente l’invito di Maria, anche se non è ancora giunta l’ora della croce. Cana è manifestazione della gloria perché conferma l’amore di Dio per l’uomo. La gloria di Dio si manifesta nelle realtà della vita, non sfolgoranti agli occhi del mondo; evidenzia un sovrappiù di amore e di gratuità. La gloria di Dio si manifesta pure nelle cose piccole, nei fatti quotidiani, a Cana. È la stessa gloria che appare sulla croce, che vive il momento quotidiano di dedizione gratuita. Ogni nostro piccolo gesto di gratuità, allora, manifesta la gloria del Signore. Anche noi diventiamo credibili tutte le volte che con gioia manifestiamo la familiarità con Cristo in atti di dedizione gratuita e autentica, compiuti nella quotidianità.

 

6. E gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un pò brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. . Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

Il maestro di tavola, appena ha assaggiato il nuovo vino, chiama lo sposo per lodarlo per la bontà del vino che sta offrendo al termine del banchetto di nozze. Qui lo sposo ci ricorda la figura di Gesù: anche lui, al culmine del cammino di salvezza, offre “il vino nuovo„, la possibilità di un’esistenza nuova, di qualità alta, spesa nella fraternità e nella pace. Il cambiamento dell’acqua in vino costituisce il primo dei “segni„ compiuti da Gesù; in seguito ne compirà molti. Questo prodigio costituisce il punto di partenza della completa rivelazione che Gesù fa di se stesso. Di fronte al segno straordinario dell’acqua cambiata in vino, i discepoli credettero in Gesù; il segno è infatti un mezzo di rivelazione rivolto a tutti quelli che desiderano credere; è una fede, quella dei discepoli che, a poco a poco, si approfondirà.

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Per la meditazione personale:

  1. So vivere la gioia del Vangelo? L’ascolto del vangelo mi permette di irrobustire la mia fede e di mettermi poi a servizio dei fratelli?
  2. Ho bisogno anch’io di prove continue per credere, di segni eclatanti per aderire veramente a Gesù?
  3. L’eucaristia domenicale, il sacramento del perdono, una festa di nozze mi stimolano a  credere, a vivere la gioia della fede?
Nell’impostare la giornata e la settimana mi sforzo di aderire alla volontà di Dio su di me come Maria? E’ presente nella mia giornata la preghiera:”Signore cosa vuoi che io faccia per te e per i miei fratelli?”

Effatà!

Gesù inizia a comunicare così, senza parole, con il solo calore delle mani, con una carezza sugli orecchi, sulla bocca. Con quel volto fra le sue mani guarda in alto e sospira. E l’uomo comincia a guarire. Apriti, come si apre una porta all’ospite, una finestra al sole. Apriti come si apre uno scrigno prezioso o una prigione del cuore. Apriti come quando cede un argine o una diga o si spalanca la pietra del sepolcro e la vita dilaga. Non vivere chiuso, apriti alla Parola, al gemito e al giubilo del creato. Gesù aiuta senza condizioni. Marco riferirà ancora solo due altri miracoli, la guarigione di due ciechi. Per dire: prima è l’ascolto poi viene la luce. Solo se hai accolto in te la parola di Dio vedrai bene, capirai la verità di ciò che vedi, il senso di ciò che accade.

«Sordo» ha la stessa radice di «assurdo». Entra nell’assurdo chi non sa ascoltare Dio e gli altri, e lascia andare a vuoto tutte le parole. Esce dall’assurdo chi impara ad ascoltare. «Un sordomuto»: un uomo prigioniero del silenzio, una vita chiusa, accartocciata su se stessa come la sua lingua, un non-uomo.

don Marino Gobbin
9月4日

XXIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 481-489

 

 

 

Apre gli orecchi, per dischiudere il cuore

 

Il verbo ascoltare ricorre 1159 volte nell’Antico Testamento e spesso è riferito a Dio che – assicura Isaia – non è sordo (Is 59,1). A differenza però degli uomini, che spesso chiudono gli orecchi al grido del povero che implora aiuto e subito li tendono non appena odono elogi e complimenti, il Signore è attento solo alle preghiere, al pianto, ai lamenti del suo popolo. “Se egli grida a me – garantisce – io l’ascolto, perché sono pietoso” (Es 22,26). In nessun testo dell’Antico Testamento si afferma che egli ascolta le lodi che gli vengono rivolte.

Sono sensibilità d’udito molto diverse.

Nel libro del Deuteronomio e sulla bocca dei profeti torna insistente l’invito: “Ascolta Israele” (Dt 6,4); “Udite la parola del Signore” (Mic 2,4). La sordità a questa voce è il grande peccato.

Zaccaria rivolge un’accusa pesante al suo popolo: “Hanno indurito gli orecchi per non sentire, hanno indurito il cuore, come un diamante, per non udire” (Zc 7,11-12) e Geremia definisce Israele “popolo stolto e privo di senno, che ha orecchi, ma non ode” (Ger 5,21). Il Signore chiede al suo popolo la docilità e l’adesione alla sua parola, ma la risposta che riceve è deludente: “Tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli – confida a Ezechiele – hanno orecchi per udire, ma non odono, perché sono una genìa di ribelli” (Ez 12,2).

La sordità, nella Bibbia, è l’immagine del rifiuto della parola di Dio, raffigura la condizione dell’uomo sedotto da voci ingannevoli. È una condizione drammatica, una patologia grave, ma il Signore ha promesso di curarla.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Dammi, Signore, un cuore che ascolti la tua parola”

 

 

Prima Lettura (Is 35,4-7)

 

4 Dite agli smarriti di cuore:

 “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio,

 giunge la vendetta,

 la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”.

 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi

 e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.

 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo,

 griderà di gioia la lingua del muto,

 perché scaturiranno acque nel deserto,

 scorreranno torrenti nella steppa.

 7 La terra bruciata diventerà una palude,

 il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.

 

Il profeta si rivolge agli israeliti, esuli a Babilonia e promette loro un futuro radioso: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì! Canti con gioia e con giubilo” (Is 35,1-2). Con queste immagini dolcissime viene annunciato l’imminente intervento del Signore in favore del suo popolo. Poi c’è l’esortazione alla speranza: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio viene a salvarvi!” (v. 4) e la descrizione del rinnovamento causato dalla venuta del Signore: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un capretto e griderà di gioia la lingua del muto” (vv. 5-6).

Nella Bibbia, la cecità, la sordità, la paralisi, il mutismo sono spesso riferite a Israele, “popolo cieco, che pure ha occhi, sordi, che pure hanno orecchi” (Is 43,8), popolo che – come ripetono spesso i profeti – chiude gli orecchi alla voce del suo Dio e, non avendo udito la sua parola, è incapace di annunciarla.

Il Signore però – assicura il profeta – sta per intervenire in favore d’Israele. Tutte le sue debolezze e infermità saranno curate. Presto apparirà la luce della salvezza e i deportati si incammineranno verso la terra dei loro padri; le loro ginocchia vacillanti saranno rinvigorite, ascolteranno e proclameranno le meraviglie del loro Dio.

Da questo oracolo è sorta in Israele la convinzione che, alla sua venuta, il messia avrebbe operato una straordinaria trasformazione del mondo. Realizzando questi segni, Gesù si è presentato come l’atteso messia.

La lettura si chiude (vv. 6-7) con l’annuncio di un cambiamento anche della terra che accoglierà gli esuli che ritornano da Babilonia: “Il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” e i luoghi, prima abitati da animali selvatici, diverranno campi fecondi e giardini irrigati. Non solo gli uomini, ma tutto il creato parteciperà alla salvezza del Signore.

 

 

Seconda Lettura (Gc 2,1-5)

 

1 Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. 2 Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. 3 Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: “Tu siediti qui comodamente”, e al povero dite: “Tu mettiti in piedi lì”, oppure: “Siediti qui ai piedi del mio sgabello”, 4 non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?

 5 Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?

 

“Il ricco commette ingiustizia e poi alza la voce, il povero subisce l’ingiustizia e deve anche chiedere scusa” (Sir 13,3). È la constatazione amara di un pio israelita del II secolo a.C. ed è anche ciò che ognuno di noi verifica nella vita di ogni giorno. I ricchi e i potenti godono di privilegi, a loro sono riservati i posti d’onore, qualunque cosa dicano ricevono applausi e, se anche sbagliano, pochi hanno il coraggio di alzare la voce per condannarli. Nella nostra società questa discriminazione fra ricchi e poveri è accettata come normale; ma sarà lecito introdurla nella comunità cristiana?

Giacomo risponde a questa domanda con un esempio molto provocatorio: “Ammettiamo che entri nella vostra sinagoga qualcuno con un anello d’oro al dito... e un povero con un vestito logoro...” (vv. 1-4). La comunità che fa simili discriminazioni si adegua allo spirito del mondo dove il ricco è trattato in modo preferenziale e il povero non conta nulla. La comunità è stata invece costituita per dare un segnale opposto, per indicare le preferenze di Dio per i poveri; egli, infatti, “ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno” (v. 5).

Per poveri la Bibbia non intende solo chi è privo di denaro, ma anche tutti coloro che nella vita sono meno favoriti, coloro che, per qualunque ragione, tendono ad essere emarginati. È a costoro che la comunità cristiana deve prestare maggior attenzione, mostrando che i suoi criteri di giudizio sono opposti a quelli del mondo.

Nelle nostre chiese sono del tutto scomparse o stanno scomparendo le discriminazioni cui accennava Giacomo. Proviamo un istintivo disagio quando a qualche personaggio viene ancora riservato un posto d’onore. Si percepisce l’incongruenza, l’incompatibilità di un simile atteggiamento con la celebrazione eucaristica.

 Il problema oggi non si pone all’interno della chiesa, ma fuori. I seggi riservati alle autorità, ai benefattori insigni, ai dignitari non esistono più, ma le discriminazioni persistono all’esterno. Nella vita di ogni giorno è difficile rendere concreto il segno di fraternità e di uguaglianza che celebriamo quando siamo riuniti in santa assemblea per ascoltare la parola di Dio e per condividere il pane eucaristico.

Qualcuno accusa per questo le nostre comunità di ipocrisia, ma non è corretto. Come tutti gli uomini, anche i cristiani sono deboli e peccatori. Le nostre assemblee, riunite nel giorno del Signore, non celebrano tanto ciò che già sono, quanto ciò che devono diventare. L’eucaristia ci richiama come deve essere il mondo nuovo che siamo chiamati a costruire: un mondo in cui tutti, soprattutto gli ultimi, si sentono accolti e amati.

 

 

Vangelo (Mc 7,31-37)

 

31 Di ritorno dalla regione di Tiro, Gesù passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.

32 E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano.

33 E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà” cioè: “Apriti!”. 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno.

Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

 

Si rimane un po’ sorpresi di fronte ad alcuni dettagli piuttosto inconsueti presenti in questo brano. Gesù non cura l’ammalato, com’è solito fare, con la semplice parola, ma lo conduce in un luogo appartato, lontano dalla folla, gli mette le dita nelle orecchie, gli tocca la lingua con la saliva, alza gli occhi al cielo, emette un gemito, pronuncia una parola strana e, infine, proprio dopo aver slegato la lingua, impone il silenzio. Il suo comportamento richiama, molto da vicino, quello dei maghi.

Non deve stupire la singolarità di questa scena perché i terapeuti dell’antichità erano soliti accompagnare le loro azioni risananti con gesti misteriosi. Cercavano di creare un’atmosfera arcana, mantenevano segrete le loro pratiche esorcistiche e le loro ricette, ricorrevano all’imposizione delle mani e proferivano formule esoteriche. Gesù si adegua alla mentalità della gente del suo tempo, compie i gesti usuali dei guaritori, ma, come vedremo, conferisce a questi gesti un significato nuovo.

Consideriamo anzitutto il luogo in cui è ambientato l’episodio. Siamo nella Decàpoli (v. 31), la regione in cui Gesù ha scacciato da un ossesso una legione di demoni che poi sono entrati nei porci e si sono precipitati in mare (Mc 5,1). Siamo dunque in terra pagana e questa collocazione geografica, messa volutamente in risalto dall’evangelista, ha un indubbio significato teologico.

Il malato da guarire è un sordomuto o, più esattamente, un sordo che parla a fatica, che si esprime in modo disarticolato e incomprensibile. Il termine greco moghilálos, con cui l’evangelista definisce l’infermità, è molto raro. Nella Bibbia, ricorre solo nel nostro racconto e nel brano di Isaia che ci è proposto come prima lettura. È evidente che impiegandolo, Marco intende fare riferimento alla profezia e proclamarne l’adempimento.

Per Isaia, sordo-balbuziente era il popolo d’Israele, ma il malato che viene presentato a Gesù, essendo un pagano, come abbiamo appena rilevato, rappresenta la condizione di ogni uomo che non ha ancora incontrato Cristo.

 Il sordo è incapace di udire ciò che gli viene detto e, di conseguenza, non può nemmeno comunicare... ciò che non ha udito; vive isolato, chiuso nel proprio mondo.

Al tempo di Gesù tutte le malattie erano considerate un castigo di Dio, ma la sordità era addirittura una maledizione perché impediva di ascoltare la parola del Signore proclamata nelle sinagoghe.

Nel vangelo di Marco il sordo-balbuziente è l’immagine di chi non ha mai avuto l’opportunità di incontrare Cristo e ascoltare il suo vangelo, indica anche chi, volutamente, chiude le proprie orecchie e non permette alla parola di salvezza di penetrare nel suo cuore.

Chi è affetto da “sordità spirituale” e non aderisce alla fede non può nemmeno celebrare la salvezza perché non ne ha ancora fatto l’esperienza: “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,9-14).

Curando il sordomuto Gesù proclama l’inizio di un nuovo dialogo fra il cielo e la terra. Agli uomini, giudei e pagani, vengono aperte le orecchie e il cuore; tutti possono ascoltare il vangelo, accoglierlo nella fede e annunciarlo ai fratelli.

L’opera risanante di Gesù segna anche l’inizio di rapporti nuovi fra i popoli, le religioni e le culture; è il segno dell’incontro, del dialogo, della comprensione. È sordo e muto chi non si confronta, chi è incapace di dialogare con gli altri, chi rimane chiuso nel proprio mondo, convinto di possedere già tutta la verità e di non avere più nulla da imparare.

La parola di Cristo apre gli orecchi e scioglie la lingua anche nelle nostre famiglie, nelle comunità cristiane, negli ambienti sociali dove spesso, più che comunicare, ci si aggredisce perché si è incapaci di prestare ascolto alle ragioni e ai bisogni dell’altro.

 

In questo episodio – lo abbiamo rilevato all’inizio – diversi dettagli assumono un significato simbolico e in essi si trovano espliciti riferimenti al rito del battesimo.

Cominciamo con l’evidenziare il fatto che il sordomuto non si presenta a Gesù da solo, ma viene accompagnato da alcune persone. Di per sé avrebbe potuto muoversi da solo, non si trovava, infatti, nelle condizioni del cieco di Betsaida che aveva bisogno di essere condotto per mano (Mc 8,22-23). Se Marco sottolinea questo particolare, apparentemente superfluo, vuol dire che in esso è presente un messaggio. Per giungere a Cristo e udire da lui la Parola che guarisce, è necessario essere accompagnati da qualcuno, da chi ha già conosciuto il Maestro e ha fatto l’esperienza del potere salvifico della sua parola.

Nella chiesa primitiva, coloro che per primi si accostavano a un uomo ripiegato su se stesso, lontano da Dio, chiuso al dialogo con i fratelli e lo prendevano per mano, gli parlavano di Cristo e lo conducevano da lui, nel giorno del battesimo fungevano giustamente da padrini del neofito.

Il miracolo avviene lontano dalla folla (v. 33). La ragione è la stessa per cui, alla fine, viene dato l’ordine di non divulgare l’accaduto (v. 36). Gesù non vuole che si diffonda la notizia che è lui il messia. Nel vangelo di Marco viene richiamato spesso il “segreto” imposto da Gesù sulla sua identità. Fino alla Pasqua le folle non sono in grado di capire chi egli sia, sono continuamente esposte al pericolo di considerarlo un messia glorioso, un signore di questo mondo. Abbiamo ancora presente, perché lo abbiamo meditato poche domeniche fa, il fraintendimento delle folle di fronte al segno della “moltiplicazione” dei pani. Solo dopo la morte e risurrezione, i discepoli avranno le idee chiare e solo allora saranno inviati ad annunciare a tutti che Gesù è il Figlio di Dio.

Il particolare dell’allontanamento dalla folla potrebbe avere anche un altro significato: colui che nel battesimo viene curato dalla sordità e ascolta la parola di Dio non appartiene più alla moltitudine dei pagani, diviene un uomo eletto, “separato”, non fisicamente, ma per la vita morale completamente nuova.

Prima di compiere il miracolo, Gesù alza gli occhi al cielo ed emette un sospiro. Nell’antichità i guaritori compivano spesso simili gesti. Li facevano per concentrarsi, per lasciarsi compenetrare dalla potenza della divinità, prima di compiere il miracolo. Al taumaturgo si raccomandava: “Aspira in te, con tutta la forza, dal divino, l’alito dello spirito, guardandolo direttamente”.

Compiuti da Gesù, questi gesti divengono preghiera (Mc 6,41), sono segni della sua unione con il Padre e, per noi, un invito a stabilire un rapporto più profondo con il Signore prima di intervenire per aiutare un fratello. Solo dopo aver “inspirato” lo Spirito, l’alito di Dio, siamo in grado di comunicare questa forza vivificante a chi si trova in condizioni di morte.

Il gesto di porre le dita nelle orecchie è lo stesso che viene compiuto nella celebrazione del sacramento del battesimo. Il ministro tocca l’orecchio del battezzando con il pollice e prega: “Il Signore Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti ti conceda il privilegio di ascoltare presto la sua Parola e di professare la tua fede”. Il cristiano non è solo colui che può ascoltare il vangelo, ma è anche colui che è abilitato ad annunciare il messaggio che ha udito.

Per capire il gesto di porre la saliva sulla lingua del muto va tenuto presente che, nella concezione popolare, la saliva era considerata una specie di concentrato dell’alito, una materializzazione del respiro. Toccando, con la sua saliva, la lingua del sordomuto, Gesù ha dunque inteso comunicargli il suo respiro, il suo Spirito. È quanto avviene nel battesimo: il cristiano riceve lo Spirito di Cristo che lo fa divenire suo profeta, messaggero del suo vangelo.

Effatà è una parola aramaica, la lingua parlata da Gesù, e significa “Apriti!”. Non è rivolta all’orecchio, ma all’uomo che prima non era in grado di udire. È l’invito a spalancare le porte del cuore e a lasciar entrare Cristo e il suo vangelo nella propria vita.

L’ultima parte del brano (vv. 35-37) riferisce, in modo dettagliato, il risultato dell’intervento curativo di Gesù e si conclude con un “coro finale”. La folla canta la propria gioia perché si è compiuta la profezia di Isaia: Dio ha fatto udire i sordi e parlare i muti (Is 35,5-6).

Questo grido riconoscente è la professione di fede della comunità che ha visto un altro uomo giungere alla salvezza. Ora questo fratello è in grado di partecipare all’assemblea che si raduna, nel giorno del Signore. Si unisce alla comunità per ascoltare la Parola e proclamare, non balbettando, ma in modo ben articolato e cosciente, le meraviglie di Dio. Ha fatto l’esperienza della potenza risanante che proviene dal contatto con Gesù e vede ripetersi, nei sacramenti, per sé e per gli altri, quei medesimi gesti che lo hanno salvato.

9月3日

Bambini adoratori

Gesù ci rivela che «il Padre cerca ado­ratori» (Gv 4, 23) e chiede ai suoi Apostoli, in tono imperativo, quindi a ogni educatore cristiano: «Lasciate venire a me i bambini, non impedite­glielo» (Le 18, 16).

I due ultimi Papi hanno richiesto che i bambini vengano introdotti nel mistero eucaristico di Gesù. Un sacerdote del­la Comunità St. Jean l'ha preso sul serio. Imparia­mo con loro ad adorare!

«Gesù, Gesù, Gesù, ti adoro, ti amo...».

SS. Sacramento è esposto sull'altare; uno sciame di bambini os­serva l'ostia con atten­zione. Padre Antonio, sacerdote della Comuni­tà St. Jean, attira queste testoline brune e bionde verso Gesù lì presente, in modo velato. Le sue paro­le semplici e piene di ca­lore toccano i cuori. «Per adorare bisogna essere come un sottomarino che scende, scende...». Le sue immagini sono chia­re e limpide. I bambini ne percepiscono la verità e l'amore che egli prova per loro, ma soprattutto essi si aprono a una presenza: quella di Gesù Eucaristia.

Percepiscono bene l'importanza dell'incon­tro con Gesù in questo luogo privilegiato; luogo di silenzio dove il loro mi­gliore Amico parla cuore a cuore.

«Mi piace al venerdì andare nella cappella del SS. Sacramento perché so che vado a trascorrere del tempo con Dio in un po­sto molto speciale. Sento che la mia anima viene lavata da tutto ciò che di male ho potuto fare nella settimana. Quando sono seduta nella cappella e sto pregando, mi sento sicura, protetta e felice; è solo un semplice parlare con Dio. Lo ringrazio per tutte le cose meravigliose che mi ha donato. Questo andar tutti a passare del tempo speciale accanto a lui è il minimo che possiamo fare».

«Amo andare nella cappelle dell'Adorazione per­ché c'è silenzio ed è più facile parlare a Dio ed es­sergli vicino. Per me è un modo di pregare, di lodare e di ringraziarlo»,

«Quando ci si mette in ginocchio in mezzo ai bambini di fronte a Gesù Ostia - spiega p. Antonio col sorriso sulle labbra - è stupefacente vedere con quale rapidità inizia­no ad adorare. E dal mo­mento in cui ci si prostra davanti a Gesù dopo aver loro detto ch'egli è li, vero Dio e vero Uomo, nasco­sto sotto le apparenze dell'Ostia, essi non esita­no un attimo a prostrarsi e ad adorarlo.

«Gli adulti, soprattut­to i genitori, rimangono spesso molto stupiti e ammirati nel vedere certi bambini turbolenti corre­re in cappella per il loro tempo di adorazione. Molti entrano velocissimi, in silenzio e si prostrano senza esitazione, certi che egli è là, sotto le ap­parenze del pane.

«Non si può che ammi­rare come Gesù eserciti un'attrattiva potente sui bimbi che vengono per incontrarlo; anche per i bambini di strada, come in Romania o in Lituania. Gesù può attirare chi vuo­le, battezzato o no, e farlo credere nella sua presen­za e nel suo amore».

Questo ministero, p. Antonio lo vive da molti anni e la Provvidenza gli ha aperto le porte: quelle della catena radiofonica EWTN, che raggiunge cir­ca 120 milioni di famiglie nel mondo, ma anche via Internet e i DVD.

L'adorazione dei bam­bini si estende ovunque. Negli Stati Uniti, per esempio, molte parroc­chie e scuole cattoliche chiedono di introdurre nei loro programmi di educazione religiosa tem­pi regolari di adorazione eucaristica per bambini. In tutta l'Australia, nel 2006, sono stati iniziati all'adorazione circa 2000 bambini e adolescenti.

Le loro testimonian­ze sono commoventi: un giorno, una piccolina di 6 anni rimase circa due ore in cappella. Le si chiese: «Ma hai sempre prega­to?». Risposta: «Ho incominciato col recitare le mie preghiere, poi quando ho finito, sono rimasta in si­lenzio per lasciare Dio agi­re nel mio cuore».

Un maschietto del­la stessa età stette per mezz'ora davanti al SS. Sacramento. Quando uscì, con molta sempli­cità confidò: «È vero che desideravo proprio uscire per camminare, ma sono rimasto accanto a Gesù per fargli piacere».

Per i bambini è dolce la forma di questo tempo di adorazione. Non si porta­no ad adorare i bambini di 4 anni allo stesso modo di quelli di 7 o di 11. Ma qua­lunque sia la durata tota­le dell'incontro con Gesù, sembra cosa buona far fare l'esperienza seguen­te: disporli davanti all'al­tare per essere più vicini a Gesù Ostia; esporre il SS. Sacramento davanti a loro - quand'è possibile - e con l'incensazione, ri­cordar loro perché i Magi offrirono a Betlemme l'incenso a Gesù. Quin­di invitarli a prostrarsi in silenzio come segno del­la fede nella presenza di Gesù e della SS. Trinità nel sacramento dell'Eu­caristia. Quindi, ricordar loro che Maria, nostra Madre, è sempre presen­te tra i bimbi che adorano Gesù crocifisso e glorifi­cato.

L'incontro prosegue facendo seguire da 2 a 4 minuti di silenzio, con gli occhi fissi sull'Ostia o prostrati; frasi di Gesù, per aiutarli a entrare nel mistero di Dio e nel suo amore; canti semplici e meditativi, molto brevi, tratti il più possibile dalla S. Scrittura; qualche mi­nuto di catechesi sul mi­stero dell'Incarnazione e un istante di preghiera di intercessione, prima della benedizione finale.

E il Signore realizza meraviglie! È lui che agi­sce...: «Ciò che amo ve­ramente nell'adorazione, sono i momenti di preghie­ra silenziosa, perché posso parlare personalmente con Gesù che è là, di fronte a me».

«Adorando si può par­largli e ascoltarlo».

Nel suo amore, il Si­gnore tocca anche i gran­di: «C'è così tanto da fare per i bambini e io cerco di avere con loro un con­tatto spirituale, perché sono la mia forza quando mi sento debole, e la mia speranza quando sono perplesso», diceva un sa­cerdote della Papuasia, nella Nuova Guinea, che adora Gesù con i bimbi.

Nel mondo molto serio degli adulti, spesso pieno di ansia e di varie tensio­ni, la gioia, il sorriso, la spensieratezza e l'inno­cenza dei piccoli manife­stano bene il loro abban­dono fiducioso in coloro che li amano. Gesù ce ne dà un esempio: «Io sono la vigna e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto; perché senza di me, voi non potete fare niente» (Gv 15, 5).

«Quale immenso po­tere nella preghiera dei bambini! Essa diventa un modello per gli adulti per­ché pregare con la fiducia semplice e totale vuol dire pregare, come pregano i bambini».

(Giovanni Paolo Il, Lette­ra ai bambini del mondo, Natale 1994).

 

Testimonianza tratta da Feu et Lumière, Ed. des Béatitudes, 2009, n. 279, pag. 52