Luce 的个人资料Su ali d'aquila照片日志列表 工具 帮助

日志


10月31日

Il cuore di Dio

Vi lascio

il più meraviglioso

dei tesori,

il cuore di Gesù.

(p. Leone Dehon)

 

Il culto al S. Cuore ha origini molto antiche, ma si è diffuso nella chiesa a partire soprattutto dal secolo XVII per opera di una mistica francese, S. Margherita Maria Alacoque.

Nella sua autobiografia, questa suora visitandina racconta le rivelazioni avute e riferisce le famose dodici promesse del S. Cuore dalle quali è derivata la pia pratica dei primi nove venerdì del mese. È su ispirazione di questa santa che è stata istituita la festa del Sacro Cuore.

Come tutte le forme di pietà popolare, anche questa, dopo il Concilio Vaticano II, è entrata in crisi. La stessa immagine tradizionale del Sacro Cuore - quella che lo ritraeva "su di un trono di fiamme, raggiante come sole, con la piaga adorabile, circondato di spine e sormontato da una croce", conforme alla descrizione fatta da Santa Margherita Maria alla quale era apparso – anche questa immagine, prima esposta in ogni casa, è stata gradualmente sostituita da altre che esprimevano una nuova concezione teologica e una nuova sensibilità spirituale.

Nel post-concilio molte pratiche devozionali sono state abbandonate - ed è stato un bene - quella al S. Cuore invece ha ricevuto un impulso decisivo proprio dallo spirito conciliare che ha indotto a cercare il fondamento solido di ogni forma di spiritualità non in rivelazioni private, alle quali - giustamente - si è andati accordando un valore sempre più relativo, ma nella Parola di Dio.

Le esperienze mistiche di S. Margherita Maria hanno avuto, per tre secoli, una grande importanza e ripercussioni significative sulla vita della chiesa: hanno alimentato la spiritualità del Dio-amore e favorito una vita morale virtuosa e impegnata. Tuttavia, sulle rivelazioni riferite da questa santa i teologi avanzano riserve e oggi non costituiscono più il fondamento della devozione al S. Cuore che invece è solidamente radicata nella parola di Dio.

 

Lo studio della Bibbia ha condotto a scoperte interessanti.

Ci si è subito resi conto che la devozione al Sacro Cuore era diversa dalle altre. Non metteva in risalto uno dei tanti aspetti del messaggio evangelico, ma coglieva il centro della rivelazione cristiana: il cuore di Dio, la sua passione d'amore per l'uomo resasi visibile in Cristo.

I semiti pensano e decidono... con il cuore Il termine cuore ricorre spesso  nella Bibbia - ben 858 volte - molto più di parole di uso comune come acqua
(585 volte) o monte (568 volte) e non designa solo la sede della vita fisica e dei sentimenti, ma tutto l'uomo. Il cuore è considerato anzitutto come la sede dell'intelligenza.

A noi può risultare strano, ma i semiti pensano con il cuore: "Dio ha dato agli uomini un cuore per pensare" - afferma il Siracide (Sir 17,6).

Anche Gesù impiega lo stesso linguaggio che è quello del popolo al quale appartiene: "Perché pensate cosi nei vostri cuori?" - chiede agli scribi scandalizzati perché ha perdonato i peccati del paralitico (Mc 2,8).

Anche le scelte, presso i semiti, sono fatte con il cuore. Salomone ricorda che suo padre Davide "con il cuore aveva deciso di costruire un tempio al Signore" (1 Re 8,17).

 

E vedono e ascoltano...

con il cuore

 

Al cuore l'israelita riferisce persino alcune percezioni dei sensi.

Il Siracide, al termine di una lunga vita durante la quale ha accumulato le esperienze più disparate e ha acquisito molta saggezza, afferma: il mio cuore ha visto molto (Sir 1,16).

Salomone scelto, ancora giovanissimo, per governare un popolo numeroso, si sente inadeguato al compito e supplica il Signore: "Concedi al tuo servo un cuore che ascolti, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1 Re 3,9).

Il cuore può tremare, affliggersi e rallegrarsi.

Gesù - come tutta la gente del suo popolo e come facciamo anche noi - attribuisce al cuore sentimenti ed emozioni: "Non sia turbato il vostro cuore" - raccomanda ai discepoli (Gv 14,1) - poi osserva: "Siccome vi ho detto questo, l'afflizione ha riempito il vostro cuore" (Gv 16,6) e infine li rassicura: "Io vi vedrò di nuovo e allora il vostro cuore gioirà" - (Gv 16,12).

Il cuore può anche spezzarsi, sciogliersi come cera (Sl 22,15-16) o indurirsi come pietra. Per questo, per bocca del profeta Ezechiele, Dio promette agli israeliti: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne" (Ez 36,26).

 

Anche Dio ha un cuore

 

In questo contesto culturale, l'immagine del cuore è stata applicata anche a Dio.

La Bibbia dice che Dio ha un cuore che pensa, decide, ama e può anche essere colmo di amarezza.

È proprio l'immagine del cuore addolorato di Dio quella che compare per prima nella Bibbia. All'inizio del libro della Genesi si registra che "la malvagità degli uomini era grande sulla terra e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male" e subito viene rilevato il dolore che il Signore prova di fronte a tanta depravazione morale: "Il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo" (Gn 6,5-6).

Egli non è impassibile – come pensavano i filosofi dell'antichità – non è indifferente a ciò che accade ai suoi figli. Ha un cuore che gioisce quando li vede felici e soffre quando essi si allontanano da lui, perché li ama perdutamente.

 

Tuttavia, anche se viene provocato dalle loro infedeltà, egli non reagisce mai con aggressività e violenza. Il suo cuore è ferito dal rifiuto e dal tradimento e - come noi stessi ben sappiamo - l'amore non corrisposto può portare alla follia e a compiere gesti inconsulti.

Questo accade fra gli uomini, non con Dio. Dio segue un'altra logica, quella dell'eccesso dell'amore: "Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira... perché io sono Dio e non un uomo" (Os 11,8-9).

Dio non punisce mai chi lo rifiuta: egli ha un cuore di padre e un padre non può non amare.

I disegni del Signore, i pensieri del suo cuore sono sempre e solo progetti di salvezza, per questo - commenta il salmista - è "beata la nazione il cui Dio è il Signore" (Sl 33,11-12).

 

Possiamo contemplare

il cuore di Dio

 

Fino alla venuta di Cristo conoscevamo il cuore di Dio "solo per sentito dire" (Gb 42,5). In Gesù, i nostri occhi lo hanno contemplato.

"Chi vede me, vede colui che mi ha mandato" (Gv 12,45), ha assicurato Gesù che, durante l'ultima cena, nel discorso di addio, ha richiamato ai discepoli la stessa verità: "Se conoscete me, conoscerete anche il Padre... Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,7-9).

È dunque contemplando il suo cuore che noi possiamo giungere a conoscere il cuore del Padre.

Nei vangeli ricorre 56 volte la parola cuore, ma una volta soltanto è riferita a Gesù (due volte a Maria). È egli stesso che parla del suo cuore: "Venite a me - dice - voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,28-30).

Mite, nella Bibbia, è l'uomo retto che, pur subendo estorsioni e soprusi, non si accalora, non si arrabbia, non aggredisce. Mite è l'uomo pio che confida nel Signore perché è sicuro che non sarà mai abbandonato nelle mani del malvagio.

Gesù ha vissuto conflitti drammatici, ma li ha affrontati con le disposizioni di cuore che caratterizzano i "miti". Non ha rinunciato a confrontarsi con le forze del male, non è fuggito lontano dal mondo e dai problemi degli uomini. Egli ha un cuore mite perché si è fatto piccolo, ha scelto l'ultimo posto, si è messo a servizio dell'uomo e ha assunto l'atteggiamento dello schiavo. Questo è il "giogo" che egli propone anche ai suoi discepoli. È il "suo" giogo perché egli se lo è caricato per primo.

Quando parliamo del cuore di Gesù, facciamo riferimento a tutta la sua persona, ma anche alle sue emozioni più intime e il vangelo riferisce spesso ciò che egli prova di fronte ai bisogni dell'uomo.

Il suo cuore è sensibile al grido dell'emarginato, sente il grido del lebbroso che, contravvenendo alle prescrizioni della legge, gli si avvicina e, in ginocchio, lo supplica: "Se vuoi, puoi purificarmi!". Gesù - nota l'evangelista - si emoziona fin nel più profondo delle sue viscere. Ascolta il suo cuore, non le disposizioni dei rabbini che prescrivono l’emarginazione. Stende la mano, lo tocca e lo guarisce (Mc 1,40-42).

 

Il cuore di Gesù si commuove quando incontra il dolore. Condivide il turbamento che ogni uomo prova di fronte alla morte, sente compassione della vedova che ha perso il suo unico figlio ed è rimasta sola. A Nain quando vede avanzare il corteo avanti, si avvicina alla madre, le dice "Smetti di piangere!" e le ridona il figlio.

Nessuno gli ha chiesto di intervenire nessuno lo ha pregato di compiere miracolo. È il suo cuore che lo ha spinto ad avvicinarsi a chi era nel dolore.

Il vangelo ci riferisce anche una preghiera al cuore di Gesù.

Un padre ha un figlio con gravi problemi fisici e psichici: si irrigidisce, schiuma, si butta nel fuoco e nell'acqua. Con l'ultimo barlume di speranza che gli è rimasta va da Gesù, e, facendo appello ai sentimenti del suo cuore, gli rivolge una preghiera, semplice, ma stupenda: "Se tu puoi fare qualcosa, lasciati commuovere e aiutaci".

"Lasciati commuovere!" -desidereremmo dire anche noi tante volte al Signore.

"Lasciati commuovere!". Non è l'espressione di un dubbio sui suoi sentimenti, ma è un richiamo a una consolante verità: egli è sempre in ascolto di chi soffre.

In Gesù abbiamo visto Dio piangere per la morte dell'amico e per il popolo incapace di riconoscere colui che gli offriva la salvezza, abbiamo visto Dio emozionarsi per le lacrime di una madre, commuoversi di fronte al malato, all'emarginato, a chi ha fame.

Il Dio che ci chiede fiducia non è lontano e insensibile, è colui al quale ognuno può gridare: "Lasciati commuovere!". Il Dio che si è rivelato in Gesù non è quello impassibile di cui hanno parlato i filosofi, è un Dio che ha un cuore che si commuove, gioisce e si rattrista, piange con chi piange e sorride con chi è felice.

Un anonimo poeta egiziano scriveva, verso il 2.000 a.C.: "Cerco un cuore su cui appoggiare la mia testa e non lo trovo, non ci sono più amici!".

Noi siamo più fortunati: abbiamo un cuore - quello di Gesù - su cui posare il nostro capo per udire da lui, in ogni momento, parole di consolazione, di speranza e di perdono.

 

Il cuore di Gesù:

un cuore di pastore

 

La devozione al S. Cuore di Gesù continua ad essere una delle più diffuse tra il popolo cristiano, per questo la madre chiesa ha istituito la festa che ricorre ogni anno il venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini.

Per alimentare spiritualmente i suoi figli e far sì che essi "acquistino in tutta la sua ricchezza, la piena intelligenza e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3-4), ha preparato, per ognuno dei tre cicli dell'anno liturgico, tre letture che hanno lo scopo di introdurre alla scoperta del cuore di Cristo e, attraverso di lui, del cuore di Dio.

Il tema che è sviluppato quest'anno è quello del cuore del pastore.

In tutta la Bibbia la vita pastorale è presentata con simpatia. Pastore era Abele, il giusto che offriva sacrifici graditi al Signore e pastori furono tutti i patriarchi. Abramo e Lot possedevano greggi così numerosi che dovettero dividersi i pascoli (Gn 13,1.5-6); Isacco "possedeva greggi di piccolo bestiame ed armenti di grosso bestiame e numerosa servitù" (Gn 24,35); Giacobbe e i suoi figli esercitarono la pastorizia (Gn 30,32; 31,38; 46,41-34) e anche Mosè non disdegnò di diventare pastore del gregge di Jetro (Es 3,1). Davide, quando fu unto re, fu chiamato dal luogo dove stava pascolando il suo gregge (1Sam 16,11).

In questa società pastorale era naturale che la figura e il titolo di pastore fossero applicati al re e a Dio e che Gesù attribuisse a sé questa immagine. Quali caratteristiche del suo cuore vengono messe in risalto dall'immagine del pastore?

A questa domanda rispondono le letture bibliche dell'anno C che ora presenteremo e commenteremo.

 

PRIMA LETTURA (Ez 34,11-16)

PASTORE, PERCHÈ È TRISTE IL TUO CUORE?

 

Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura.

Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.

Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d'Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d'Israele; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli sui monti d'Israele.

Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio.

Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia.

 

Fin dalle sue origini Israele è stato un popolo di pastori, non sorprende quindi che, per più di cinquecento volte, nella Bibbia si parli di agnelli, di pecore e di capri e che la figura e il titolo di pastore siano stati applicati anche al re e al Signore.

È anche attraverso questa immagine che Dio ci rivela le caratteristiche del suo cuore.

L'oracolo del profeta va ambientato nel contesto storico in cui è stato pronunciato.

Nel 586 a.C. il tempio di Gerusalemme è stato distrutto, le mura della città sono state rase al suolo e i soldati di Babilonia, dopo aver compiuto ogni sorta di barbarie, hanno deportato nella loro terra le persone valide d'Israele. Hanno lasciato nel paese solo i più poveri: qualche vignaiolo, qualche contadino, pochi artigiani.

A questa catastrofe sono seguiti anni di totale anarchia. Fra coloro che erano rimasti in patria, alcuni, più scaltri, approfittando della situazione di estremo bisogno in cui versava la maggior parte della gente, cominciarono a sfruttare chi era ridotto in miseria; comperavano, vendevano, trafficavano senza scrupoli.

Ripensando alle sventure del suo popolo, Ezechiele paragona gli israeliti a un gregge allo sbando e senza pastore e chiama in causa i responsabili della situazione disastrosa, i governanti, pastori indegni. Le sue parole accorate sono di denuncia e di severa condanna: "Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non vi prendete cura delle pecore deboli, non assistete quelle inferme, non fasciate quelle ferite, non vi interessate delle disperse, anzi, le guidate con crudeltà e violenza. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura" (Ez 34,3-6).

Che farà ora il Signore? Il suo cuore sensibile al dolore dei figli lo spinge ad intervenire.

Continuando a servirsi dell'immagine del pastore, Dio apre il proprio cuore, rivela la sua sollecitudine per il popolo e ciò che intende fare.

 

Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura (v. 11).

 

A Davide aveva ingiunto: "Pasci il mio popolo" (2 Sam 5,2), ma la risposta era stata deludente: tutti i re d'Israele si erano comportati da mercenari.

Ecco ora la sua decisione: interverrà personalmente, non si servirà più di persone inaffidabili, diverrà egli stesso il pastore.

Comincerà con l'andarsi a riprendere le sue pecore disperse e non si darà pace finché non avrà ricuperato anche l'ultima.

Poi, dopo averle riportate tutte all'ovile, le curerà, medicherà con dolcezza le ferite che sono state loro inferte.

 

Passerà in rassegna il suo gregge

(v. 12).

 

Come il pastore che conosce per nome ognuna delle sue pecore, Dio non si rivolge a masse anonime dove i singoli non contano. Egli si interessa dei problemi di ognuno, chiama ciascuno per nome.

Passerà in rassegna uno per uno i suoi figli perché nessuno dovrà mancare all'appello. Se uno tardasse ad arrivare, di quello, più che degli altri, si preoccuperà e si prenderà cura.

 

Radunerà le sue pecore da tutti i luoghi dov'erano state disperse

nei giorni nuvolosi e di caligine

(v. 12).

 

Le pecore si smarriscono facilmente perché hanno una vista debolissima, scorgono solo fino a cinque o sei metri. Se non rimangono a stretto contatto con il gregge e con il pastore si perdono,

disorientate dai loro stessi belati e dagli echi delle montagne. Incapaci di ritrovare da sole la strada verso l'ovile, si aggirano confuse finché rimangono impigliate fra i rovi o precipitano in burroni. Sono al sicuro solo quando sono unite alle altre.

Dio salva il suo popolo radunandolo in un unico ovile.

Non c'è valle oscura né monte scosceso che possano impedirgli di raggiungere una sua pecora; il suo cuore di pastore lo costringe a scendere nel più profondo degli abissi e certo visiterebbe anche l'inferno se lì vi fosse caduto uno dei suoi figli.

 

Le ritirerà dai popoli e le condurrà

nella loro terra

(v. 13).

 

Le pecore che si allontanano dal proprio ovile e vagano allo sbando, possono

finire con l'aggregarsi ad altri greggi. È accaduto a Israele che, staccatosi dal proprio Dio, è caduto nelle mani di altri "popoli".

Lontano dalla propria terra, Israele non è mai stato felice. In Egitto aveva cibo in abbondanza, ma era in terra di schiavitù; a Babilonia il suolo era fertile, ma era terra d'esilio.

La storia d'Israele è una parabola: rappresenta l'esperienza di chi, attratto da miraggi, abbandona la casa del Signore e si ritrova prigioniero di briganti che lo riducono in schiavitù e attentano alla sua vita.

Il cuore di Dio non sopporta di vedere i suoi figli in quella situazione disperata; li va a riprendere, li sottrae ai tiranni che li hanno asserviti - il vizio, la corruzione morale, le passioni sregolate - e li riporta nella terra della libertà.

 

Farà pascolare le sue pecore

sui monti, nelle valli e in tutte le praterie

(vv. 13-14).

 

Noi ci fidiamo delle parole di qualcuno solo quando siamo certi che egli ci ama e che vuole il nostro bene.

Pastore e gregge vivono in simbiosi. rapporto è quello della fiducia reciproca, della comunione di vita. L'intimità fra Dio e l'umanità è ben rappresentata dalla scena deliziosa — i monti, le valli, le praterie — che è sviluppata nel Salmo 23 che giustamente è stato scelto come salmo responsoriale per la festa del S. Cuore.

Dio non dà disposizioni per verificare se la sua autorità è rispettata. Egli parla al cuore, perché ama, perché ha un cuore di pastore.

 

Condurrà le sue pecore e le farà riposare

(v. 15).

 

Il vero pastore si fa compagno di viaggio. In Gesù di Nazaret, Dio si è fatto uno di noi, ha sperimentato le nostre fatiche e le nostre stanchezze e non si è arreso di fronte a nessun ostacolo. Ha continuato a camminare fino al luogo del riposo e ora continua ad accompagnare ciascuno fino alla meta ultima, la casa dove "non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate" (Ap 21,4).

Il versetto conclusivo della lettura riassume le premure di Dio-pastore (v. 16). Egli andrà in cerca della pecora perduta e ricondurrà all'ovile quella smarrita; fascerà quella ferita e curerà quella malata, avrà cura della grassa e della forte; le pascerà con giustizia.

C'è un aspetto del cuore di Dio che finora non è stato ancora richiamato e che viene messo in risalto proprio alla fine.

Dio si prende cura — lo abbiamo visto — dei più bisognosi, ma questo non deve far pensare che egli si dimentichi di chi, spiritualmente, è grasso e forte. Anche costui — assicura il profeta — è oggetto delle sue attenzioni. Il suo amore è infinito e a ognuno riserva un posto privilegiato nel suo "cuore".

 

SALMO RESPONSORIALE (Sl 23)

 

NELLA NOTTE:

UN CANTO D'AMORE

 

Sosta nell'oasi

 

1 Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

2 su pascoli erbosi mi fa riposare

ad acque tranquille mi conduce

3 e ritempra le mie forze.

 

Il cammino

 

Mi guida per il giusto cammino,

per amore del suo nome.

4 Se dovessi camminare in una

valle oscura,

non temerei alcun male, perché tu

sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

 

Sosta per il banchetto

 

5 Davanti a me tu prepari

una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

 

Riprende il cammino

 

6 Felicità e grazia mi saranno

compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

 

Sosta nell'oasi

 

Per la Pasqua, le famiglie povere d'Israele erano solite acquistare due agnelli: uno era mangiato durante la cena pasquale, l'altro, allevato per tutta l'estate, costituiva la gioia e il trastullo dei bambini che spesso dormivano assieme con lui (...e non lo avrebbero certo scambiato con i peluche di oggi). Facile immaginare gli strilli e i pianti quando, in autunno, anche questo agnello seguiva il destino di quello pasquale.

È in questo contesto culturale di comunione di vita fra l'uomo e le pecore che va collocata l'immagine del pastore su cui è costruito il Salmo.

Fra il pastore e il gregge c'è una reciproca interdipendenza. La vita delle pecore dipende dal pastore, ma anche la vita e la gioia di questi dipende dal gregge.

 

Siamo mendicanti di gioia.

Il mondo suggerisce come ottenerla.

Eppure, “anche quando ride,

il cuore può essere triste

e l'allegria spesso nasconde lacrime” (Pr 14, 13).

Gesù ci fa la sua proposta.

Beati “coloro che ascoltano la sua parola

E la mettono in pratica” (Lc 11, 28).

“Beati voi, amati fratelli,

che ancora ricercate la pace,

la misericordia e la giustizia.

 

Beati voi

che tra tante afflizioni terrene

vi mostrate ancora puri di cuore

ed udite l'umiltà della mia parola,

che vi dice

di essere misericordiosi verso i fratelli,

cui dovete alleviare le miserie

che affliggono la loro vita.

 

Beati quanti diffondono

in mio nome grazia e perdono,

i miti ed i puri d'animo

e quanti elargiscono

in nome di Dio

amore e comprensione

verso i bisognosi,

avvicinando gli uomini tra loro

ed al Padre mio.

 

Beati quelli che aspirano

alle beatitudini del Cielo,

anche se perseguitati ed oppressi

un giorno saranno accolti e ricompensati

nel regno di Dio

e riceveranno la grazio eterna”.

 

Pasquale Giannatempo

Il cuore di Dio

Noi siamo eredi di una filosofia che ci ha insegnato che Dio sta bene anche da solo, che basta a se stesso e può fare a meno di noi.

Basterebbe questo Salmo per smentire questa immagine di Dio. Egli non è uno che si fa i fatti suoi; ha un cuore, un cuore di pastore e se la vita e la gioia dell'uomo dipendono da lui, anche la sua gioia dipende dalla risposta d'amore dell'uomo.

La scena con cui si apre il Salmo è deliziosa.

Durante il periodo estivo i prati sono brulli, le montagne desolate e i ruscelli secchi. I pastori che sono in ricerca di pascoli per le loro pecore, guidano le greggi verso le oasi dove possono trovare acqua fresca e ristoratrice e, tutt'intorno alla sorgente, erba verde, palme e tamerici.

Dopo un lungo cammino nel deserto arido e polveroso, potersi adagiare sull'erba fresca di un prato, al riparo di una palma e cullati dal gorgoglio dell'acqua che zampilla da una sorgente, costituisce il sogno di ogni nomade.

Dio — sostiene il salmista — come un pastore conduce le sue pecore a queste oasi, le fa dissetare, lascia che si stendano sul tappeto erboso e si ristorino dopo le fatiche del lungo viaggio.

Perché il Signore mostra tanta sollecitudine? Cosa lo spinge ad avere tante premure nei confronti di coloro che credono nel suo amore, si fidano di lui e lo seguono, certi di non rimanere delusi?

Lo fa — risponde il salmista — "per amore del suo nome".

Come tutti i "pastori" egli tiene "alla propria reputazione di pastore", tiene a questo titolo, non vuole che si dica in giro che chi confida in lui patisce la fame e la sete.

 

Il cammino

 

L'immagine del cammino ricorre spesso nella Bibbia perché Israele è stato, fin dalle sue origini, un popolo di pellegrini. Nel primo articolo del suo credo narra: "Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto..." (Dt 26,5). In questo Salmo, il protagonista presenta la propria vita come un pellegrinaggio lungo i sentieri tracciati per lui da Dio.

Le tappe sono le più disparate, come le situazioni di fronte alle quali ogni uomo si viene a trovare durante la sua esistenza. Le strade da percorrere a volte sono piane e agevoli, altre volte si inerpicano e sono accidentate. Il viaggio si svolge in pieno giorno o alla tenue luce dell'alba, ma ci sono anche momenti in cui cala il buio impenetrabile della notte del dolore e della sventura. Si tratta di valli oscure che è necessario attraversare.

salmista ne ha fatto l'esperienza e può testimoniarci di avere le prove che il Signore è sempre rimasto al suo fianco. "Tu sei con me!" – esclama – sei sempre stato con me e mi hai ricolmato di attenzioni e tenerezze.

Le pecore, più che dalla vista assai ridotta, sono guidate dal suono e dal tatto.

È la voce del pastore – che sanno distinguere fra mille altre voci – che impedisce loro di smarrirsi.

Fuori metafora: è la parola amorevole che esce dal cuore di Gesù-Pastore che, nei momenti più difficili, orienta il gregge che lo segue.

Il salmista ricorda che, lungo il cammino, si è reso conto anche del modo e degli strumenti impiegati dal Dio-pastore per proteggerlo: "Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza".

Come mai accosta questi due termini apparentemente sinonimi?

In realtà bastone e vincastro svolgono funzioni diverse e richiamano immagini distinte. Il primo (in ebraico: shéhet) indica il randello robusto e nodoso impiegato dai pastori soprattutto per proteggere le pecore da iene e sciacalli. Il vincastro (in ebraico: mishénet) indica invece il bastone ricurvo, l'appoggio del viandante. Nelle pitture egiziane lo si vede in mano agli dèi ed ai faraoni come simbolo della protezione che essi assicurano al loro popolo.

 

Il salmista si sente sicuro. Stando con il suo Dio, non teme i nemici esterni e non dispera nemmeno di fronte all'impeto ed alla violenza di quelli interni: le proprie incontrollabili passioni, le debolezze, gli errori, le miserie morali. Anche quando gli accade di saltare qualche steccato non teme, non dispera, sa che la situazione è sempre mantenuta sotto controllo dall'occhio vigile del suo pastore. Questi si incarica di ricondurlo comunque sul giusto cammino. Il suo richiamo a volte può essere un po' doloroso, ma svolge comunque una finzione educativa.

 

La sosta per il banchetto

 

A questo punto cala il sipario sulle immagini dell'oasi, dei sentieri pericolosi, del pastore che guida il suo gregge ad acque tranquille e si apre uno spettacolo completamente nuovo: viene inquadrata la spianata del tempio dove è in corso una splendida festa.

Al centro della scena il nostro salmista: adagiato su un comodo divano sta partecipando ad un sontuoso banchetto. È giunto alla casa del suo Dio dopo un difficile e lungo viaggio ed è stato accolto con canti di gioia. Il Signore stesso ha versato sul suo capo olio profumato, gli ha consegnato una coppa colma di una bevanda dissetante e gli ha assegnato il posto d'onore fra i commensali.

Impossibile non riconoscere in questa scena il banchetto eucaristico cui è convocata tutta la comunità festosa dei credenti in Cristo, agnelli che appartengono al suo gregge.

Ai margini della scena si scorgono, sullo sfondo, alcuni volti rabbuiati, tesi, nervosi.

Sono i nemici del pellegrino che sono sempre in agguato, digrignano i denti contro di lui. Vorrebbero aggredirlo, ma non si possono avvicinare: il Signore protegge il suo ospite e lo colma di onori e di beni. Rimangono ad osservare da lontano e si rodono di rabbia.

Il racconto autobiografico che il salmista ha presentato in questo Salmo raffigura la storia di ogni uomo che confida nel Signore.

Il salmista non è stato un privilegiato, ha percorso le strade degli altri uomini, non è stato miracolosamente preservato dalle difficoltà della vita.

I suoi nemici sono quelli di tutti: i malvagi, i calunniatori, gli intriganti, ma anche le malattie, le sventure, le tempeste che distruggono i raccolti, le proprie passioni, il proprio peccato... Qual è allora la differenza fra il miscredente e l'uomo devoto a Dio? È che questi sa di non camminare solo ed è cosciente che la sua vita si concluderà comunque con una festa. Su di lui – come assicura Gesù – i nemici non avranno alcun potere, potranno farlo soffrire e persino uccidere il suo corpo, ma non riusciranno mai a colpire la sua anima, cioè a distruggere la sua persona (Mt 10,26-33).

 

Riprende il cammino

 

Il pellegrino non è ancora giunto alla conclusione del suo cammino.

La festa che sta godendosi nel tempio è solo una tappa nella sua vita, ora deve ripartire. Se ne va però portando con sé la lezione dettatagli dall'esperienza spirituale che ha vissuto: come è stato protetto dal Signore in passato, lo sarà anche in futuro.

È questo il messaggio spirituale che rimane nel cuore di chi ha partecipato, con la sua comunità, al banchetto della Parola e del Pane eucaristico e, uscendo di chiesa, riprende il cammino della vita.

Dio non lascia che il suo fedele riparta da solo. Per questo dà ordine alla sua Bontà ed alla sua Grazia — che nel Salmo sono personificate come se fossero guardie del corpo — di accompagnarlo per tutti i giorni della vita (v. 6). Sono incaricate di stare sempre al suo fianco in tutte le circostanze, liete e avverse, della vita.

Ora sta per calare il sipario anche sulla scena della festa del tempio: il pellegrino, sereno, riprende il suo cammino e, mentre si allontana, eleva al cielo il suo canto di speranza: "Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni", cioè: sono certo che l'esperienza stupenda che ho vissuto si ripeterà ancora, tante volte.

Se davvero siamo convinti che il pastore amorevole presentatoci nel salmo è solo una pallida immagine di Gesù, non possiamo che fare nostro il canto di gioia del salmista: "Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni".

 

SECONDA LETTURA (Riti 5,5-11)

 

L'AMORE DI DIO NON HA CONFINI

 

La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito.

Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui.

Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

 

La prima lettura ci ha fatto contemplare il cuore di Dio-pastore. Egli è buono

e solo buono con le pecore, non le percuote se si allontanano, se si perdono, se si feriscono, ma va in cerca di quelle smarrite, le riconduce all'ovile e le cura dolcemente, una ad una. Il suo cuore è colmo di amore - ne siamo convinti - eppure continuiamo a dare ascolto alla voce maligna che ci suggerisce di non fidarsi di lui. Tante volte ci lasciamo sedurre ed erriamo lontano dal pastore.

È sempre incombente il rischio che l'amore di Dio non sia corrisposto. Come possiamo sperare che la storia di ogni uomo si concluda bene? Chi ci assicura che la nostra insensatezza non ci porterà tanto in basso da essere irraggiungibili anche da Dio?

È a questo angosciante interrogativo che risponde Paolo: "La speranza non delude" (v. 5) e la ragione è semplice: chi conduce il gioco non siamo noi, ma è Dio che lo sa gestire con impareggiabile abilità. Egli ha riversato nei nostri cuori il suo Spirito e sa come coinvolgerci nel suo amore; non si perde d'animo di fronte a nessun ostacolo e non si abbatte quando noi siamo infedeli.

Nulla dunque deve più intaccare la nostra gioia; la speranza non sarà delusa perché non è fondata sulla nostra fedeltà, sulle nostre opere buone, ma sulla fedeltà di Dio.

Il suo amore non è fragile e incostante. Gli uomini - osserva Paolo - sanno amare i loro amici e possono, raramente, persino giungere a donare la vita per coloro ai quali vogliono bene.

L'amore di Dio non ha confini, non conosce nemici, ma solo figli. Mentre gli uomini erano lontani da lui, egli ha donato loro il suo tesoro più prezioso, il Figlio (vv. 6-8).

Se Dio ci ha amati quando eravamo nemici, quanto più ci amerà ora che abbiamo ricevuto il suo Spirito e siamo stati resi giusti.

Non è possibile che i nostri peccati possano rivelarsi più forti del suo amore. Anche se noi lo abbandoniamo, egli non ci abbandona: "Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2 Tm 2,13).

Il comportamento di Dio per noi è sorprendente. Noi conosciamo un'unica forma di giustizia: compensare chi fa il bene e punire chi fa il male. Dio è "santo", è completamente diverso da noi: egli concede i suoi benefici non a chi li merita, ma li distribuisce gratuitamente a tutti, perché nessuno li merita. Non abbandona, non rifiuta, non punisce; si prende cura delle sue pecore che - come ha promesso Gesù - "non andranno mai perdute, nessuno le rapirà dalla sua mano" (Gv 10,28).

 

VANGELO (Lc 15,3-7)

PASTORE, PERCHÈ OGGI È LIETO IL TUO CUORE?

 

Gesù disse loro questa parabola:

"Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta.

Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione".

 

Le pecore si perdono facilmente ed essendo prive del senso dell'orientamento, sono incapaci di tornare da sole all'ovile. Più deboli e indifese degli altri animali da pascolo, lontane dal pastore sono in costante pericolo.

Per parlarci del cuore di Dio e di quanto sia prezioso per lui ognuno dei suoi figli, Gesù, cresciuto in una società pastorale, ha fatto ricorso all'immagine della pecora che si smarrisce.

Ha raccontato una parabola non per chiarire ciò che deve fare colui che si è allontanato dal Signore, ma per introdurre i suoi ascoltatori e noi nel cuore di Dio, per far comprendere ciò che il Padre del cielo prova quando un suo figlio si smarrisce. L'ha raccontata per mettere in risalto ciò che Dio è disposto a fare per riportare a casa un peccatore e la gioia che prova quando può di nuovo stringerlo fra le sue braccia.

Fin dai primi secoli della chiesa, questa parabola — una delle più note — ha ispirato gli artisti che l'hanno riprodotta in dipinti, sculture e mosaici. Nessuna immagine di Gesù è mai stata tanto cara ai cristiani quanto quella del buon pastore con la pecorella sulle spalle. Alcuni dettagli del racconto appaiono poco realistici e, chiaramente, sono stati introdotti da Gesù proprio perché paradossali.

Osserviamo il comportamento del pastore. È illogico: abbandona novantanove pecore nel deserto per andare in cerca di quella perduta.

Ci chiediamo: non sa che in quel luogo desolato il gregge è a rischio? Ci sono i predoni, i lupi e gli sciacalli, i sentieri scoscesi, i burroni.

A uno come lui che conosce tutti i segreti del deserto e che fin da bambino ha imparato a cavarsela nelle circostanze più difficili, non si può certo insegnare qualcosa.

Se si comporta cosi è perché l'amore e la preoccupazione per la sua pecora in pericolo gli hanno fatto perdere la testa. È guidato dal cuore, non più dalla ragione.

Immagine stupenda del coinvolgimento di Dio nel dramma dell'uomo che - a volte per propria colpa, il più delle volte no - viene irretito nei lacci del peccato e non è più in grado di liberarsi. Aspira a una vita diversa, vorrebbe riabilitarsi, ricuperare la propria dignità, essere amato e accolto, in una parola, ricongiungersi con il Pastore che "fa adagiare in verdi prati e conduce verso sorgenti tranquille" (Sl 23,2), ma non ci vede, non trova il modo di risalire dal baratro in cui è precipitato.

Dio ha un cuore attento e sensibile. In Gesù lo abbiamo visto apprezzare coloro che spiritualmente godevano ottima salute, ma le sue attenzioni sono state rivolte ai malati. A chi lo accusava di mangiare e bere in compagnia dei pubblicani e dei peccatori, ha risposto: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare giusti, ma peccatori" (Mc 2,17).

La seconda parte della parabola è tutta dedicata alla gioia e alla festa.

Inizia con il gesto del pastore che, contento, si carica in spalla la pecora che ha ritrovato.

Riferito a Dio è commovente.

Alcuni custodi — irascibili e noncuranti, mercenari che fuggivano all'apparire del lupo - spezzavano una gamba alla pecora che aveva l'abitudine di allontanarsi dal gregge.

Dio ha un cuore di pastore, non di mercenario, un cuore capace solo di amare e di fare del bene. È un pastore che "dona se stesso per le pecore" (Gv 10,11). Non rimprovera, non punisce chi ha sbagliato, non condanna chi, allettato da miraggi, ha perso di vista il proprio Pastore ed è caduto nell'abisso del peccato. Non aggiunge altro male a quello che, allontanandosi da lui, l'uomo si è già fatto.

Nel giudaismo si insegnava che il Signore concede il suo perdono a chi è sinceramente contrito, a chi, con digiuni, penitenze, vestiti laceri, prostrazioni manifesta la ferma volontà di emendarsi. Il Dio di Gesù prende fra le braccia chi si è smarrito senza verificare se prima c'è stato almeno un gesto di buona volontà o di pentimento da parte di costui. Il recupero è tutto opera sua.

La descrizione della festa non è molto realistica, è eccessiva. Per un incidente in fondo piuttosto banale, il pastore corre di casa in casa, chiama amici e vicini e organizza una festa il cui racconto occupa più di metà della parabola.

È l'immagine della gioia infinita che il cuore di Dio prova quando riesce a ricuperare un suo figlio.

I rabbini insegnavano: il Signore si rallegra per la risurrezione dei giusti e gode per la rovina degli empi. Gesù rifiuta questa catechesi ufficiale e annuncia quali sono i veri sentimenti di Dio. Il Padre si rallegra non per il castigo, ma per la risurrezione dei malvagi: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione". La donna che ha perso la dramma "dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduto" (Lc 15,9); il padre del figlio prodigo ordina: "Portate il vitello grasso, ammazzatelo e facciamo festa" (Lc 15,23).

Dio ama la festa, organizza la festa: "Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto"

(Is 25,6-8). "il Regno dei cieli è simile a un re che fece il banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati" (Mt 22,2-3). Il simbolo della festa attraversa tutta la Bibbia. La storia dell'umanità si concluderà con un banchetto di nozze (Ap 19,9).

Chi sono gli invitati?

La dottrina della giusta retribuzione era un punto fermo della teologia rabbinica.

Gesù la contraddice apertamente mostrando che le tenerezze e le sollecitudini di Dio sono rivolte non a chi le merita, ma, gratuitamente, a chi ne ha bisogno.

Qualcuno, fin dai primi tempi della Chiesa, ha dedotto da questi testi l'invito a commettere peccati, nella certezza di venire comunque soccorso.

 

Nella lettera ai Romani, dopo aver parlato della salvezza offerta gratuitamente da Dio agli uomini, Paolo continua: "Dobbiamo commettere peccati perché non siamo più sotto la legge, ma sotto la grazia? È assurdo!" (Rm 6,15). Qualche anno più tardi un'altra personalità eminente della Chiesa - si presenta con il nome di Giuda, seno di Gesù Cristo e fratello di Giacomo - mette in guardia i cristiani da alcuni individui empi che si sono infiltrati nelle comunità e che "trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio" (Gd 4).

E’ un'insensatezza che deriva, come tutti i peccati, dall'aver assimilato un'immagine falsa di Dio, concepito come il despota che esige un'obbedienza ingiustificata e si impone con minacce di castighi.

Siccome nessuno può presentarsi davanti a lui con i conti in regola, si pensa all'assicurazione sulla vita, alla garanzia d'immunità, al colpo di spugna che cancelli tutti i debiti.

Il peccato non è una macchia da cancellare, ma una ferita da curare; è una perdita non un guadagno, una ricerca di felicità illusoria che non fa crescere, ma distrugge, un allontanarsi dalla casa paterna dove si è attesi per la festa.

Per aiutare il peccatore a lasciarsi trovare, per essere al più presto ricondotto alla vita e alla gioia, è controproducente e sleale - perché è una menzogna e una bestemmia - far leva sulla paura di Dio. È necessario annunciargli - come fa Gesù - la verità su Dio, bisogna fargli capire che egli non è il giudice da temere, ma l'amico che ama e vuole accompagnare alla festa. Ogni istante passato lontano da lui è un attimo d'amore e un momento di gioia persi, per il peccatore... e anche per Dio.

La conclusione della parabola è sorprendente, non viene detto più nulla delle novantanove pecore che sono rimaste nel deserto. Pare che soltanto quella smarrita sia giunta a casa, trasportata sulle spalle dal pastore.

Il padre del figliol prodigo non è rimasto nella sala del banchetto mentre il fratello maggiore era fuori, è uscito a prenderlo. Il pastore non potrà certo fare festa finché non avrà riportato all'ovile anche le altre novantanove pecore, fino all'ultima.

La perdita anche di uno solo dei suoi figli sarebbe insopportabile per il cuore di Dio. Se in cielo ne mancasse anche uno solo, Dio uscirebbe a cercarlo. Ma prima egli comincia col mettere al sicuro quelli che più hanno peccato, quelli che hanno più bisogno delle sue tenerezze perché sono quelli che hanno goduto meno del suo amore.

 

Fernando Armellini

10月26日

Festa di tutti i Santi

 

(1 novembre)

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Solennità, Feste e Triduo pasquale

Ed. Messaggero, Padova, pp. 138-154

 

 

La festa della nostra famiglia

 

In passato i santi hanno goduto di una enorme popolarità: le chiese erano piene delle loro statue e a loro si ricorreva forse più che a Dio. C’era il santo dei camionisti, quello degli studenti, quello che faceva ritrovare gli oggetti smarriti, quello per le malattie degli occhi, quello per il mal di gola... Erano considerati una specie di intermediari che avevano la funzione di “ammorbidire” l’impatto con un Dio considerato troppo grande e lontano, un po’ inavvicinabile e piuttosto estraneo ai nostri problemi.

Oggi la tendenza di ricorrere al santo per chiedergli che presenti a Dio una raccomandazione si va affievolendo. Ci si rivolge sempre di più al Signore, direttamente, con la fiducia dei figli. I santi – anche Maria – vengono giustamente considerati sorelle e fratelli che, con la loro vita, indicano un cammino per seguire Cristo e invitano a pregare in ogni momento, insieme con loro, l’unico Padre.

Il termine santo indica la presenza nelle persone di una forza divina e benefica che permette di distinguersi, di distanziarsi da ciò che è imperfetto, debole, effimero.

Fra gli uomini apparsi in questo mondo, solo Cristo ha posseduto in pienezza questa forza di bene e solo lui può essere proclamato santo, come cantiamo nel Gloria: “Tu solo sei santo”.

Anche noi però possiamo elevarci verso di lui e divenire partecipi della sua santità.

Egli è venuto nel mondo per accompagnarci verso la santità di Dio, verso quella meta irraggiungibile che ci ha indicato: “Siate perfetti come il Padre vostro che sta nei cieli” (Mt 5,48).

I primi suoi discepoli sono stati identificati con vari nomi. Sono stati chiamati “galilei”, “nazareni” e, ad Antiochia, “cristiani”. Si trattava di designazioni spregiative: “galilei” era sinonimo di “rivoltosi”; “nazareni” si riferiva al villaggio disprezzato da cui proveniva il loro Maestro; “cristiani” significa “unti”, cioè seguaci di un sedicente “unto del Signore” finito sul patibolo.

Non erano questi i titoli che impiegavano fra di loro. Essi si qualificavano come “i fratelli”, “i credenti”, “i discepoli del Signore”, “i perfetti”, “gli uomini della via” e… “i santi”.

Paolo indirizzava le sue lettere “a tutti i santi che vivono nella città di Filippi...” (Fil 1,1); “ai santi che sono in Efeso...” (Ef 1,1); “ai santi e fedeli fratelli in Cristo che abitano in Colossi...” (Col 1,2); “a tutti i santi dell’intera Acaia” (2 Cor 1,1); “a tutti voi prediletti di Dio che siete in Roma e che siete chiamati santi...” (Rm 1,7). Non scriveva ai santi del cielo, ma a persone concrete che abitavano a Filippi, Efeso, Corinto, Colossi, Roma. Erano loro i santi.

Santo è ogni discepolo: sia che si trovi già in cielo con Cristo o che viva ancora pellegrino su questa terra.

Nei templi ortodossi i santi che sono in cielo sono dipinti lungo le pareti, ad altezza d’uomo, in piedi, come i risorti di cui parla il veggente dell’Apocalisse (Ap 7,9). È il modo con cui si vuole rammentare a tutti i partecipanti alla celebrazione che i santi del cielo, benché possano essere contemplati solo con lo sguardo della fede, continuano a vivere accanto ai santi della terra. Sono parte della comunità convocata per rendere grazie al Signore.

 

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:

Santa è la tua famiglia, Signore, nei cieli e sulla terra.

Festa di tutti i Santi

Prima lettura (Ap 7,2-4.9-14)

 

2 Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: 3“Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”.

 4 Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele.

9 Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. 10 E gridavano a gran voce:

 “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.

 11 Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo:

 12 “Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”.

 13 Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”.

14 Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”.

E lui: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello.

 

Quanti dolori, quante lacrime, quante amarezze nella vita dell’uomo! Perché tanti soprusi, violenze e ingiustizie nel mondo?

Quattro capitoli dell’Apocalisse sono dedicati a questo angosciante problema (Ap 5-8). È la sezione dei sette sigilli.

In mano al Signore assiso in trono – racconta il veggente – si trova il libro in cui è registrata la storia dell’umanità, con tutti i drammi che da sempre la affliggono. Vi è contenuta anche la risposta agli inquietanti enigmi del male e del dolore; ma purtroppo il libro è “sigillato con sette sigilli” che nessuno è in grado di spezzare.

Rimarranno dunque sempre velati i misteriosi disegni di Dio?

Al veggente dell’Apocalisse che piange inconsolabile, un vegliardo si accosta e gli dice: “Smetti di piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide. Egli aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.

Ecco infatti l’Agnello immolato spezzare, uno ad uno, i sigilli e svelare gli enigmi.

Il nostro brano narra ciò che accade dopo la rottura del sesto sigillo.

Quattro spiriti celesti, posti ai quattro angoli del mondo, stanno per liberare i venti che devasteranno la terra e il mare, quando un angelo, con in mano il sigillo del Dio vivente, sale dall’oriente e ordina di fermarsi. Non tutti devono perire. Coloro sui quali egli avrà impresso il marchio dei servi del Signore saranno risparmiati. (Ap 7,1-4).

Gli eletti, i salvati sono centoquarantaquattromila.

Si tratta di un numero simbolico. Risulta da 12x12x1000 e non indica – come qualcuno erroneamente ritiene – i santi del paradiso, ma tutto il popolo di Dio che vive su questa terra, i cristiani che, per il sigillo del Battesimo, sono annoverati nella schiera degli eletti.

Essi non sono dei privilegiati; non sono loro risparmiate le prove e le tribolazioni che affliggono gli altri uomini. Sono però sottratti al potere dell’abisso, appartengono al Signore e si trovano in una condizione nuova, quella di chi è partecipe della santità di Dio.

Avendo compreso i disegni del Signore sul mondo, contemplano da una prospettiva diversa ciò che accade sulla terra; osservano dall’alto, dal cielo tutti gli eventi e li leggono con gli occhi di Dio.

Sono turbati, sì, come tutti, dalle dure prove attraverso le quali devono passare, ma non sono sconvolti. La malattia, il dolore, i tradimenti per loro non sono sconfitte e assurdità, ma momenti di maturazione e di crescita e la morte non è una beffa, ma una nascita che segna l’inizio della seconda parte della vita, la migliore.

È l’Agnello immolato che, con la sua vita stroncata dall’odio, ma donata per amore, ha rivelato loro che Dio fa rientrare nel suo progetto di salvezza anche gli eventi più assurdi.

Dopo questa prima visione in cui è presentata la comunità dei santi che, su questa terra, è segno della città celeste, ecco apparire una moltitudine immensa che nessuno può contare, gente di ogni razza, lingua, popolo e nazione. Stanno in piedi di fronte al trono dell’Agnello, indossano vesti bianche e hanno palme nelle mani (v. 9).

Il vestito bianco è il simbolo della gioia e della vita nuova che in loro si rivela in pienezza, senza più macchia di peccato; le palme sono il segno della vittoria che hanno conseguito con la loro fedeltà a Cristo. Chi sono?

Questa è la comunità dei santi del cielo, costituita da coloro che hanno concluso il pellegrinaggio sulla terra e sono entrati nella condizione dei beati.

Hanno sopportato tribolazioni e persecuzioni e, come l’Agnello, hanno donato la vita per amore. Dagli uomini sono stati ritenuti degli sconfitti, ma Dio li ha proclamati vincitori e ha consegnato loro la palma (v. 14).

I versetti che seguono e che non sono riportati nella nostra lettura descrivono la sorte che li attende: non avranno più fame, né sete, non li colpirà il sole né arsura di sorta, perché l’Agnello... sarà il loro pastore... e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi (vv. 16-17).

Cristo – l’Agnello immolato – li riconoscerà come agnelli del suo gregge perché si sono fidati di lui, lo hanno seguito nel dono della vita.

Questa pagina è stata scritta per infondere coraggio nei cristiani delle comunità dell’Asia Minore che, alla fine del I secolo, erano tentati di rinnegare il loro Maestro a causa delle persecuzioni.

La prospettiva di condividere con lui la beatitudine del cielo doveva incitarli a mantenere salda la loro fede e a continuare a seguire, con pazienza e perseveranza, l’Agnello immolato.

 

Seconda lettura (1 Gv 3,1-3)

 

1 Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui.

2 Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

3 Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

 

La vita di Dio che il cristiano riceve nel battesimo è una realtà spirituale, misteriosa.

Per descriverla, Gesù, parlando con Nicodemo, impiega un paragone. È come il vento – dice – non lo si vede, non si sa donde venga né dove vada; eppure sappiamo che esiste, lo si sente, ne notiamo gli effetti.

La vita divina nell’uomo non può essere verificata con i sensi, tuttavia i segni della sua presenza sono inequivocabili. Chi l’ha accolta diviene un uomo nuovo, guidato da uno spirito che non è più quello di questo mondo.

Il brano della lettera di Giovanni inizia con un’esclamazione di gioia: Quale grande amore ci ha donato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (v. 1).

Nella mentalità semitica, i figli non solo davano continuità alla vita biologica del padre, ma si riteneva che lo rendessero realmente presente. Per questo ci si attendeva che in loro fosse riconoscibile il genitore: per le sembianze esteriori e i tratti del viso, certo, ma soprattutto per l’integrità morale, per la fedeltà a Dio, per gli aspetti più significativi del suo carattere.

Il cristiano autentico è, nel mondo, la presenza del divino e, come ogni figlio, riproduce le sembianze del Padre che sta nei cieli.

La conseguenza – spiega Giovanni – è che chi non conosce Dio, non può neppure riconoscere i figli che da lui sono stati generati (v. l). Questi fanno scelte in sintonia con i pensieri e i sentimenti del Padre, gli assomigliano, sono diversi dagli altri, sono “santi”. Non deve sorprendere quindi che non siano capiti da coloro che ripiegano i loro sguardi unicamente sulle realtà della terra.

Questa verità è richiamata anche da Paolo ai cristiani di Corinto. I discepoli del Signore – dichiara – possiedono una sapienza, un modo di valutare questo mondo che è incompatibile con i criteri di giudizio degli uomini. Si tratta di “una sapienza divina, misteriosa che nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscere… L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle” (1 Cor 2,6-14).

Dopo aver richiamato ai cristiani la dignità della loro figliolanza divina – Già fin d’ora noi siamo figli di Dio – l’autore della lettera li invita a contemplare il destino radioso che li attende: Ciò che saremo non è ancora stato rivelato (v. 2).

La condizione attuale non è definitiva. Un velo, costituito dalla nostra realtà mortale legata alla terra, impedisce di renderci conto di ciò che realmente siamo. Un giorno questo velo sarà tolto e allora contempleremo Dio così come egli è e capiremo ciò che già oggi siamo.

Nel grembo materno, il figlio riceve alimento e vita dalla madre, eppure, pur dipendendo completamente da lei, non è in grado di vedere il suo volto. Solo dopo la nascita può guardare e abbracciare teneramente colei che l’ha generato.

In questo mondo l’uomo vive la gestazione nell’attesa del momento del parto. Si trova  nel grembo di Dio che è padre e madre. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” – ricorda Paolo agli ateniesi (At 17,28), ma non possiamo vedere il suo volto. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (v. 2).

Festa di tutti i Santi

Vangelo (Mt 5,1-12)

 

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

 3 “Beati i poveri in spirito,

 perché di essi è il regno dei cieli.

 4 Beati gli afflitti,

 perché saranno consolati.

 5 Beati i miti,

 perché erediteranno la terra.

 6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

 perché saranno saziati.

 7 Beati i misericordiosi,

 perché troveranno misericordia.

 8 Beati i puri di cuore,

 perché vedranno Dio.

 9 Beati gli operatori di pace,

 perché saranno chiamati figli di Dio.

 10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,

 perché di essi è il regno dei cieli.

 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

 

L’uomo ha sempre coltivato il desiderio di incontrare Dio, di interrogarlo, di conoscere i suoi pensieri, di scoprire i suoi disegni.

Come trovarlo? Dove fissare un appuntamento con lui?

Nei tempi antichi si riteneva che il luogo ideale fossero le vette dei monti. Tutti i popoli avevano la loro montagna sacra – luogo d’incontro fra cielo e terra, dimora degli dèi e meta dell’ascesa umana – i greci l’Olimpo, gli abitanti dell’alta Mesopotamia l’Ararat, a Ugarit lo Tzaphòn.

Anche Israele condivideva questa convinzione. Abramo, Mosè ed Elia hanno fatto le loro esperienze spirituali più forti sui monti, sul Moria, sull’Oreb, sul Carmelo.

Matteo colloca il primo discorso di Gesù sul monte.

La devozione cristiana ha identificato questo luogo con la collina che domina Cafarnao. Le suore che la custodiscono l’hanno trasformata in un’oasi di pace, di raccoglimento e di preghiera. Passeggiando sotto gli alberi maestosi, accolti dal fruscio delle foglie mosse dalla brezza che scende dalle vette innevate del Libano, contemplando dall’alto il lago che tante volte è stato solcato dalla barca di Gesù e dei discepoli, ci si sente quasi naturalmente indotti ad elevare lo sguardo al cielo e il pensiero a Dio.

Per quanto possa essere suggestiva questa esperienza, il monte cui fa riferimento Matteo non va inteso in senso geografico, ma nel suo significato teologico.

Più che un luogo reale, “il monte” nella Bibbia indica qualunque luogo o momento in cui ci si dispone ad incontrare il Signore e ad accogliere sua parola.

Possiamo visualizzare la scena. Gesù si stacca dalla pianura, simbolo della società dove – per dirla con il Qoelet – “ogni fatica e tutta l’abilità messe in atto non sono altro che invidia e competizione dell’uno con l’altro” (Qo 4,4). Sale sul monte dove i criteri di giudizio e i modelli di vita proposti sono radicalmente diversi: sono quelli di Dio.

La scala di valori stabilita in pianura è, a grandi linee, la seguente: al primo posto la salute, poi la famiglia, il successo professionale, il conto in banca, gli amici. Anche Dio e i santi – certo – sono collocati in graduatoria, ma piuttosto in basso, come utili supporti dei valori precedenti che sono quelli che stanno realmente a cuore.

Sarà un uomo riuscito colui che imposta la propria vita secondo questi ideali? Cosa ne pensa Dio?

Per non correre il rischio di puntare su obbiettivi deludenti e sprecare la propria esistenza è necessario confrontarsi con il suo giudizio.

Quale scala di valori è proposta sul monte?

Oggi la liturgia ci fa riflettere sulle proposte di beatitudine formulate da Gesù. Sono quelle che i santi del cielo hanno messo in pratica e che i santi della terra, stimolati dal loro esempio, sono incoraggiati a seguire.

 

Beati i poveri in spirito

 

Difficile dire in quanti modi è stata interpretata questa beatitudine.

Qualcuno l’ha riferita ai miserabili, ai mendicanti, agli sfruttati, quasi fossero loro le persone di cui Dio si compiace e che quindi andrebbero lasciate nella loro condizione, anzi, bisognerebbe far sì che tutti diventassero come loro.

Si tratta, evidentemente, di un’interpretazione assurda, deviante. L’umanità sognata da Dio non è quella in cui i suoi figli sono indigenti, ma quella in cui “nessuno è povero” (At 4,34).

Altri ritengono che i “poveri in spirito” siano coloro che, pur mantenendo il possesso dei loro beni, non vi legano il cuore e sono generosi nell’elargire offerte a chi è meno fortunato.

Ma l’elemosina – pur raccomandata in alcuni (rari) testi biblici – non introduce nel mondo la “nuova giustizia”, non risolve alla radice il problema dell’equa spartizione dei beni perché ritiene legittimo che sulla terra esistano ricchi e poveri.

Il principio “a ciascuno il suo” che fonda la nostra giustizia sembra saggio e sensato, invece nasce da una premessa falsa, deriva dal presupposto che qualcosa appartenga all’uomo, mentre tutto è di Dio: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti” (Sl 24,1). L’uomo è solo un amministratore di beni non suoi e di questa amministrazione sarà chiamato un giorno rendere conto.

È dal rapporto falso con i beni di questo mondo, dall’istinto maligno di impossessarsene, accumularli, impiegarli per sé che derivano tutti i mali: le guerre, le violenze, i dissidi, le gelosie (1 Tm 6,10) e il mondo disumano che geme nel dolore e implora di essere rinnovato e redento (Rm 8,19-25).

Tutti gli aggettivi possessivi che usiamo esprimono una concezione erronea della realtà: se tutto è di Dio, non ha senso parlare di mio, di tuo e neppure di nostro perché tutto è del Creatore.

L’immagine biblica del mondo è quella della sala del banchetto cui il Signore invita ogni suo figlio dal momento in cui lo chiama alla vita.

L’uomo è un commensale che gioisce con i fratelli dei doni che gratuitamente il Padre mette a disposizione di tutti; chi li gestisce come sua proprietà commette un furto. La stessa vita non appartiene all’uomo, è di Dio, è un dono che deve essere offerto per amore.

Nei confronti dei beni Gesù non ha mai assunto l’atteggiamento di disprezzo che ha caratterizzato i filosofi cinici. Per lui anche la “ricchezza disonesta” diviene buona quando è distribuita ai poveri (Lc 16,19). Tuttavia, benché non l’abbia mai condannata, l’ha considerata un pericolo, un ostacolo – insormontabile per molti – ad entrare nel regno dei cieli (Mt 19,23). Più una persona è favorita, più beni ha a disposizione, più è tentata di legarvi il cuore, trattenerli per sé e impiegarli egoisticamente.

A chi lo vuole seguire – a chi vuole essere santo – Gesù chiede il distacco totale: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).

 È nel contesto di questa esigenza irrinunciabile alla condivisione di tutto ciò che ci è messo a disposizione da Dio che va letta la beatitudine.

Gesù non esalta la povertà in quanto tale. Aggiungendo la specificazione in spirito, chiarisce che non tutti i poveri sono beati. Devono considerarsi tali solo coloro che, per libera scelta, si spogliano di tutto, gestiscono i beni secondo il disegno di Dio.

Poveri in spirito sono coloro che decidono di non possedere nulla per sé e mettono a disposizione degli altri tutto ciò che hanno ricevuto.

Si badi bene: povero secondo il vangelo non è colui che non possiede nulla, ma colui che non trattiene nulla per sé.

Chi ha avuto di più, chi è stato favorito è ricco se diviene altezzoso, umilia i meno dotati, impiega le proprie capacità per primeggiare. Se invece si spende per gli altri, si mette a servizio di chi ha bisogno di lui è povero in spirito.

Anche chi è miserabile può non essere “povero in spirito”. Non lo è se maledice se stesso e gli altri, se tenta di migliorare la propria condizione con la violenza e con l’inganno, se pensa di liberarsi da solo disinteressandosi degli altri, se coltiva il sogno di conquistare un giorno la posizione prestigiosa dei ricchi.

La povertà volontaria, la rinuncia all’uso egoistico di tutti i beni che si possiedono non è qualcosa di facoltativo, non è un consiglio riservato ad alcuni che vogliono essere eroici o più perfetti degli altri. È ciò che contraddistingue il santo, cioè il cristiano.

La promessa che accompagna la beatitudine non rimanda a un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata: di essi è il regno dei cieli. Dal momento in cui si fa la scelta di essere e di rimanere poveri, si entra nel “regno dei cieli”, si appartiene alla famiglia dei santi.

Questa beatitudine non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza: nessuno più sarà bisognoso quando tutti diverranno “poveri in spirito”, quando metteranno i doni che hanno ricevuto da Dio a servizio dei fratelli, come fa Dio, il Santo che, pur possedendo tutto, è infinitamente povero: non trattiene nulla, dona tutto, anche suo Figlio.

Festa di tutti i Santi

Beati coloro che soffrono

 

Per secoli nella chiesa è stato predicato un’ascesi che esaltato il dolore come mezzo per unirsi più strettamente ai patimenti di Cristo. Ha suscitato schiere di santi e risvegliato preziose energie spirituali, ma ha anche diffuso l’erronea convinzione che la sofferenza sia gradita a Dio.

Non è così. Il dolore disumanizza e il Signore non può compiacersi di un’offerta che sfigura il volto dei suoi figli. Gesù – citando il profeta Osea – ha ricordato che Dio desidera l’amore, non il sacrificio (Mt 9,13).

Che intende dire allora quando proclama beati gli “afflitti”?

Il termine che impiega è ben noto a chi conosce la Bibbia.

Gli “afflitti” di cui si parla nel libro del profeta Isaia sono coloro che non hanno una casa in cui abitare, non hanno campi da coltivare perché l’eredità dei loro padri è stata usurpata da estranei, si devono mettere a servizio di proprietari terrieri senza scrupoli, subiscono ingiustizie, soprusi, malversazioni, umiliazioni (Is 61,7).

A queste persone che hanno il cuore affranto, che siedono nella cenere e che vestono l’abito da lutto (Is 61,3) il profeta rivolge un messaggio di speranza. Dio – assicura – sta per intervenire, capovolgerà la situazione ed eliminare le cause del lutto: “Allieterà gli afflitti di Sion, darà loro una corona invece della cenere, l’olio di letizia invece dell’abito di lutto, il canto di lode invece di un cuore mesto” (Is 61,3).

Nella sinagoga di Nazareth Gesù ha applicato a sé questo oracolo. Ha proclamato di essere venuto per dare compimento a questa promessa di Dio (Lc 4,21).

Gli “afflitti” che il Cielo considera beati sono coloro che sono attenti e sensibili all’immenso grido di dolore che sale dal mondo. “Piangono con coloro che piangono” (Rm 12,15), ma non si rassegnano di fronte al male e alle sofferenze e si attendono da Dio e dalla sua parola la salvezza.

Saranno consolati: nel regno di Dio – di cui Gesù, il Santo, ha posto le fondamenta e che i santi collaborano a costruire – tutte le situazioni che sono causa di dolore e di lacrime saranno eliminate.

 

Beati i miti

 

L’aggettivo “mite” richiama l’idea della persona rassegnata che non reagisce alle provocazioni, che accetta passivamente e senza lamentarsi le ingiustizie.

È quest’uomo che rifugge da ogni conflitto (ma che forse rivela anche una personalità debole) che viene proclamato beato?

Il termine “mite” usato da Gesù è ripreso dall’Antico Testamento e, più precisamente, dal Salmo 37 dove sono chiamati “miti” coloro che sono stati privati dei loro diritti, della loro libertà, dei loro beni. Sono poveri perché i potenti hanno sottratto loro il campo, la casa e prefino i figli e le figlie. Sono costretti a subire ingiustizie senza nemmeno poter protestare.

Non si rassegnano, ma si rifiutano di ricorrere alla violenza per ristabilire la giustizia. Non si lasciano guidare dall’ira, non alimentano il rancore e il desiderio di vendetta. Confidano in Dio e attendono la venuta del suo regno.

La loro non è però un’attesa passiva come quella di chi aspetta l’autobus; è operosa, si traduce in impegno concreto.

Modello dell’autentica mitezza è Gesù (Mt 11,29; 21,5) che non è stato certo un debole, un timido, un pusillanime. Ha vissuto conflitti drammatici, ma li ha affrontati con le disposizioni di cuore che caratterizzano i “miti”. Ha ripudiato la violenza, ha amato chi lo avversava; paziente e tollerante si è fatto servo di tutti.

Santi sono coloro che coltivano i sogni di Dio sul mondo e, con Gesù – il Santo – si impegnano a realizzarli, dando prova, nei confronti di chi si oppone loro, della stessa “mitezza” del Maestro.

La promessa: erediteranno la terra. Riceveranno da Dio una terra nuova, costruiranno con lui un mondo nuovo, realmente umano.

Un sogno?

Sì, ma di Dio e i santi non si lasciano persuadere dal maligno che tenta di convincere che le promesse del Signore non si avvereranno mai. Non si rassegnano di fronte alla realtà spesso desolante in cui sono chiamati a operare e mantengono ferma quella speranza che Paolo qualifica con il termine greco hupomoné, la caratteristica delle pietre dure che resistono a qualunque pressione (1 Ts 1,3).

 

Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia

 

La fame e la sete sono i bisogni biologici più impellenti. È con la stessa passione – raccomanda Gesù – che i suoi discepoli devono bramare “la giustizia”.

Di che giustizia si tratta?

Quella degli uomini stabilisce che tutti siano trattati secondo ciò che meritano: i buoni vanno premiati, i colpevoli puniti, gli innocenti rilasciati. “Giustiziare” è addirittura sinonimo di mandare al patibolo.

È forse questa la giustizia di cui si deve aver fame e sete?

L’aggettivo “giusto” può essere applicato a Dio, ma con molta cautela, perché si corre il rischio di trasformare il Signore in un esecutore di sentenze e nel garante della moralità con promesse di premi e minacce di castighi.

La Bibbia parla spesso della giustizia di Dio, ma sempre e solo come sinonimo di benevolenza, mai nel senso della nostra giustizia distributiva.

Dio è giusto, non perché retribuisce secondo i meriti, ma perché, con il suo amore, rende giusti coloro che sono malvagi. È giusto perché “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4).

Per noi giustizia è fatta significa che il colpevole è stato punito. Per Dio giustizia è fatta quando è riuscito a rendere giusto chi era empio, quando ha ricuperato un peccatore dall’abisso della colpa.

Nessuno come Gesù ha bramato tanto che nel mondo si instaurasse questa giustizia.

Ai discepoli che lo invitavano a mangiare ha risposto: “Mio cibo è portare a compimento l’opera di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34). Solo la giustizia di Dio poteva saziare la sua fame.

Annunciava la parola che rendeva giusti ed erano tante le persone bisognose di udirla che non gli rimaneva più il tempo neanche per mangiare (Mc 6,31).

Santi sono coloro che condividono con Gesù la sua stessa fame e sete per la salvezza dei fratelli.

La promessa: saranno saziati. Sperimenteranno – già su questa terra – la gioia di Dio e degli angeli del cielo che fanno più festa per un peccatore che è reso giusto che per novantanove che non hanno bisogno di conversione (Lc 15,7).

Festa di tutti i Santi

 Beati coloro che compiono opere di misericordia

 

Questa beatitudine sembra inserirsi nella contrapposizione fra magnanimità e desiderio di punire i colpevoli. Pare un invito a far prevalere sempre la compassione e il perdono.

Questo è certamente uno degli aspetti della “misericordia” e si accorda bene con la raccomandazione di Gesù: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,36-37). Ma non esaurisce la ricchezza di questo termine biblico.

Nella Bibbia la “misericordia”, più che un sentimento di pietà, è un’azione in favore di chi ha bisogno di aiuto. L’esempio più chiaro è quello del samaritano che – dice il testo greco – ha compiuto la misericordia nei confronti dell’uomo aggredito dai banditi (Lc 10,37).

I rabbini del tempo di Gesù insegnavano che Dio è misericordioso perché compie opere di misericordia e specificavano: “Dio vestì gli ignudi – quando ricoprì con foglie Adamo ed Eva; Gn 3,21 – così voi dovete vestire gli ignudi. Egli visitò i malati – difatti andò a trovare Abramo quando soffriva per la circoncisione e visitò la sterile Sara; Gn 18,1 – così voi dovete visitare i malati. Egli confortò coloro che erano in lutto – quando consolò Isacco dopo la morte del padre; Gn 25,11 – così voi dovete confortare coloro che sono in lutto. Egli seppellì i morti – fu lui che seppellì Mosè; Dt 34,6 – così voi dovete seppellire i morti”.

Misericordiosi sono i santi che, di fronte ai bisogni dell’uomo, provano l’emozione del cuore di Dio e intervengono compiendo opere di misericordia, come ha fatto Dio.

La promessa: troveranno misericordia. Nel mondo nuovo, nel regno di Dio, anch’essi, quando avranno bisogno di aiuto, incontreranno sempre fratelli disposti a tendere loro la mano, anzi, a consegnare la loro vita per soccorrerli.

 

Beati i puri di cuore

 

La purità era una delle caratteristiche più marcate della religiosità giudaica. Qualunque contatto con i culti pagani, con ciò che in qualche modo richiamava la morte, con ciò che era immondo doveva essere evitato.

Da questa esigenza di purità nascevano i divieti, le minuziose disposizioni dei rabbini che obbligavano a tenersi lontani da ciò che era percepito come contrario alla santità di Dio. Siccome però le trasgressioni erano inevitabili, era necessario ricorrere ossessivamente a riti purificatori, abluzioni, sacrifici (Mc 7,3-4).

Non sono queste pratiche che interessano a Gesù. È la purità di cuore quella che egli esige. Non c’è nulla di esterno all’uomo che lo contamini. È solo ciò che esce dal cuore che può rendere immondi (Mt 15,17-20).

I puri di cuore sono coloro che hanno il cuore indiviso, coloro che non amano contemporaneamente Dio e gli idoli.

Non ha il cuore puro colui che serve due padroni, colui che ha una condotta che non si accorda con la fede che professa, colui che ama Dio, ma mantiene nel cuore il rancore verso il fratello, colui che non commette l’azione cattiva, ma è adultero nel proprio cuore (Mt 5,28).

La promessa: vedranno Dio. Solo a loro è dato di fare l’esperienza beata dell’abbandono fiducioso fra le braccia di Dio.

 

Beati coloro che si impegnano per la pace

 

Fra le opere di misericordia raccomandate dai rabbini del tempo di Gesù, la più meritoria era mettere pace, ricostruire l’armonia fra le persone. Ogni azione tesa a riportare la pace – si diceva – attira le benedizioni di Dio.

Beato è certamente colui che, senza ricorrere alla violenza, impegna tutte le sue energie a porre fine alle guerre e ai conflitti; beato è chi si frappone fra i contendenti e tenta di convincerli al dialogo, alla concordia, alla pace.

Ma nella Bibbia la parola “pace” (shalom) non significa solo assenza di guerre. Indica il benessere totale, implica l’armonia con Dio, con gli altri e con se stessi, la prosperità, la giustizia, la salute, la gioia.

“Operatori di pace” sono tutti coloro che si impegnano affinché questa vita colma di ogni bene sia possibile per ogni uomo.

A questi santi viene riservata la più bella delle promesse: Dio li considera suoi figli.

 

Beati i perseguitati per la giustizia

 

Ci sono sciagure che colpiscono in modo imprevisto: fatalità, malattie e disgrazie possono capitare a chiunque. Altre sofferenze sono invece la conseguenza di comportamenti dissennati o immorali e queste ce le andiamo a cercare.

C’è un terzo tipo di tribolazioni: quelle che non vorremmo, ma che dobbiamo mettere in conto – perché sono un prezzo inevitabile da pagare – se scegliamo di seguire Cristo.

Gesù non ha illuso i suoi discepoli; non ha promesso onori e successi, non ha assicurato l’approvazione e il consenso degli uomini, ha ripetuto con insistenza e con chiarezza che l’adesione a lui comporta persecuzioni: “Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,25). E ancora: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome” (Lc 21,12); “Quando vi perseguiteranno in una città fuggite in un’altra” (Mt 10,23); “La sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti ed apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo” (Lc 11,49-50).

La persecuzione è la divisa che contraddistingue il discepolo. Paolo è molto esplicito: “Tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2 Tm 3,12).

Come mai? Ci aspetteremmo che il cristiano – messaggero di pace e di speranza – debba essere accolto a braccia aperte, con gioia e gratitudine.

Invece l’annuncio del vangelo crea conflitti. La ragione è che mondo antico è incompatibile con il regno di Dio e non si arrende in modo pacifico, reagisce aggredendo coloro che lo vogliono far scomparire.

Cristo ha pagato con la vita la fedeltà alla sua missione e i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento diverso: “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20).

Della persecuzione dei giusti si parla spesso anche nell’Antico Testamento. Nei Salmi il giusto chiede a Dio: “Liberami dalla stretta dei miei persecutori” (Sl 7,2); “Quando farai giustizia dei miei persecutori? A torto mi perseguitano: vieni in mio aiuto” (Sl 119,84.86). Geremia è osteggiato, calunniato, rinchiuso in una cisterna.

Nell’Antico Testamento però la persecuzione è considerata un male e l’uomo che la subisce non può essere felice finché Dio non interviene per porvi fine.

Nel Nuovo Testamento la prospettiva cambia. Colui che soffre per la sua fedeltà al Signore è proclamato beato nel momento e per il fatto stesso di essere perseguitato.

La persecuzione non è il segno del fallimento, ma del successo. È un motivo di gioia perché costituisce la prova che si sta portando avanti la scelta giusta, quella secondo la “sapienza di Dio”.

 È inevitabile che coloro che propongono una società fondata sui principi insegnati “sul monte” siano perseguitati. Essi introducono nel mondo gli anticorpi del servizio che attaccano i virus del potere. A questi virus, anche se mimetizzati o nascosti sotto sacri paludamenti, non danno scampo.

Chi sente la propria posizione e il proprio prestigio minacciati dalla venuta del regno di Dio reagisce, con violenza se è necessario.

I santi non hanno mai avuto vita facile: il loro destino è stato segnato dal momento in cui hanno accettato di comportarsi da agnelli.

Sottoposti a persecuzione, non hanno ceduto alla tentazione di comportarsi da lupi e non si sono allontanati dal comportamento suggerito dal Maestro: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44) e da Paolo: “Benedite coloro che vi perseguitano” (Rm 12,14).
10月22日

Creato dalla Parola, servo della Parola

LA VITA (DELL'APOSTOLO) COME PAROLA DI DIO

Creato dalla Parola, servo della Parola

 

«Se quando mettiamo le mani nella bacinella,

se quando allineiamo interminabili colonne di numeri al tavolo della contabilità,

se quando, bruciati dal sole, affondiamo nel fango delle risaie,

se quando rimaniamo davanti al forno del fonditore

non realizziamo esattamente la stessa vita religiosa

come se fossimo in preghiera in un monastero,

il mondo non si salverà»

(M. Gandhi).

 

 

In un incontro con i provinciali dell'Europa, a Loyola, il P. Kolvenbach si domandava come era possibile che non di rado compagni di Gesù diventano "bruciati" (burnt out), mentre svolgono la missione affidata loro dallo stesso Gesù, come spiegarsi cioè che un vita di apostolato svuoti l'anima dell'apostolo, perché la missione diventa spesso ostacolo per la esperienza di Dio.[1] Azzarderei rispondere: per mancata contemplazione.[2]

 

1. L'attuale (sonoro) silenzio di Dio

Severa com'è, non per questo pare meno certa questa diagnosi: oggi noi credenti stiamo vivendo un periodo in cui ciò che più rileviamo è l'assenza di Dio e quel che più percepiamo è il suo silenzio. Un pensatore certamente non sospetto come M. Heidegger riconosceva che nessun Dio era ormai capace di abbracciare, in forma visibile e chiara, gli uomini e le cose: la realtà non era già dimora di Dio. Il filosofo tedesco giunse ad affermare che vi era qualcosa peggiore ancora di questa mancanza di Dio che impoverisce il nostro tempo; la povertà estrema dei nostri giorni risiederebbe nella sua manifesta incapacità di riconoscere come povertà questa mancanza di Dio.[3]

Quel che mezzo secolo fa - la citazione è del 1950 - si diagnosticò come situazione epocale oggi è realtà ecclesiale. La situazione spirituale che stiamo attraversando non si caratterizza tanto per una ostinata negazione dell'esistenza di Dio, quanto per l'apparente diniego a parlare di sé in cui si mantiene Dio. Non è che si parli poco di Dio, se ne parla, certo, ma pare che Dio abbia scelto il silenzio. Sono pochi, infatti, i credenti che possono dire che ascoltano abitualmente Dio e meno ancora sono - purtroppo - quelli che rimangono volontariamente in ascolto di Lui.

Questa scarsità di "ascoltatori" di Dio nella comunità ecclesiale più scioccante in quanto, probabilmente come in nessun'altra. epoca della sua storia, la Chiesa si sta sforzando di ascoltare e di accogliere la voce degli uomini, per dare voce a coloro che non l'hanno. Il fenomeno fa pensare: una maggior sensibilità verso i problemi attuali coincide con una minor capacità di ascolto di Dio. Avviene come se la maggiore attenzione che prestano i credenti alle urgenze del loro mondo avesse come risultato di essere meno ascoltati dal loro Dio.

Diventa difficile pensare che un Dio che ha scelto il Verbo come mezzo per stare tra gli uomini, si chiuda ora nel silenzio. Ciò supporrebbe non solo, né principalmente, condannare gli uomini ad una ricerca inutile di Dio ma equivarrebbe in pratica alla sua morte reale: un Dio muto, che non dice nulla, che non ha nulla da dire, che a mala pena dà qualche "segno di vita", può essere un buon idolo, ma non sarà mai il vero Dio.

 

2. Verso una spiritualità dell'ascolto

Noi salesiani abbiamo ereditato da Don Bosco un'esperienza concreta di vita interiore che privilegia l'azione pastorale: «noi non preghiamo per santificare il lavoro, come se la santità consistesse solo nella preghiera e non nel lavoro apostolico. Noi preghiamo e lavoriamo, siamo immersi nell'azione e contempliamo Dio perché ci muove dal di dentro una medesima carità pastorale che è l'anima della preghiera e, dell'azione apostolica. La nostra santità non si identifica con la preghiera; ogni santità si identifica con l'amore. E l'amore della nostra santità è quello della carità pastorale. Ecco, quindi, il centro della nostra vita interiore, il luogo teologico in cui dobbiamo esercitarci, il materiale strategico su cui dobbiamo fare le nostre verifiche, i nostri esami, le ricerche, i progetti, le correzioni, i propositi».[4]

Ebbene, è questo, tipo di spiritualità che raggiunge l'esperienza di Dio nel lavoro apostolico e per mezzo di esso affonda le radici nel concetto biblico di Dio, come Parola per l'uomo e dell'uomo - sua immagine creata - come ,parola di Dio.

 

2.1 Dio Parola

Infatti, il tratto che meglio definisce il Dio biblico è la sua volontà di dialogo, la sua capacità di manifestarsi sempre attraverso la parola (Eb 1,1-2): uscì dall'anonimato facendo udire la sua voce ad un popolo senza voce (Es 3,4-22; 6,2-8). E lungo la storia ha rotto continuamente il silenzio per cercare degli interlocutori e degli amici (Gn 3,8; Es 33,11; Gv 15,14-15). Diversamente dai falsi dei, che hanno bocca e non parlano, dalla cui gola non esce voce (Sl 115,5.7), l'unico Dio dispone di una voce potente, magnifica, sovrana (Sl 29,3-8). Di fronte agli idoli muti che ammutoliscono i loro servitori (1 Cor 12,2), Dio fa diventare profeti coloro .che gli prestano attenzione (Am 3,8; 7,15; cf. Ger 1,6.9; 15,19; Is 6,5-7; Ez 2,1-8).

La Parola è la teofania più riuscita di Dio, la sua manifestazione storica più personale; è quella parte della divinità che non è accessibile nella nostra situazione attuale, l'unica cosa di Dio che possiamo raggiungere fino a che, un bel giorno, riusciamo a vederlo faccia a faccia (cf. 1 Cor 13,12): la Parola di Dio è il suo volto, la sua migliore definizione. Il credente biblico conosce Dio perché gli ha parlato; la Parola che Dio ha pronunciato svela non solo la sua esistenza ma soprattutto la sua stessa essenza: il suo essere consiste nel suo Verbo, la Parola è Figlio Unigenito (Gv 1,1-4.14).

 

2.2 La realtà, parola di Dio

Ma il Dio biblico non solo si pronuncia dichiarandoci la sua esistenza; si è pronunciato a favore della realtà dandole l'esistenza. Nella Bibbia i rapporti esistenti tra il Dio creatore e la realtà creata sono colti come un pronunciamento divino: il mondo è la sua parola ripetuta (Gn 1,3-25); l'uomo è nato da un colloquio divino (Gn 1,26); pensato nell'intimità di Dio e voluto in essa, è sorto dal nulla sapendo di essere fatto a immagine del Dio che parla (Sap 2,33); il popolo è realizzazione di una parola data, promessa mantenuta (Gn 12,2; 15,4-5; 17,4-6; 22,15-18; Es 3,6-10).

 

1l mondo, dichiarazione divina

Il "dirsi" di Dio è il suo stesso fare: quel che Dio nomina, lo dichiara esistente; nominandolo, lo chiama riscattandolo dal silenzio e dal nulla (Gn 1,3-31; Sl 148,5). Tutto quel che ha vita è parola del Dio vivo (Rm 4,17; 2 Cor 4,6), poiché egli parlò, e la cosa fu; egli comandò e la cosa apparve (cf. Sl 33,9; Sap 9,11). Nella Bibbia i rapporti esistenti tra il Dio creatore e la realtà creata sono compresi come una dichiarazione divina: il mondo è la sua parola ripetuta (Gn 1,3-25), il popolo è la realizzazione di una promessa mantenuta (Gn 12,2; 15,4-5; 17,4-6; 22,15-18; Es 3,6-10), e l'uomo è nato da un colloquio divino (Gn 1,26).

La realtà, compreso l'uomo, più che parlare di Dio è, dato che esiste, Dio stesso che ha parlato; essendo parola sua, quel che esiste è anche rivelazione; rompendo il suo silenzio, Dio liberò la vita dal nulla (2 Mac 7,28); e sul nulla si mantiene la vita perché Dio continua a pronunciarsi a suo favore (Sap 11,25) sia che si tratti di astri (Is 40,26), di acque dell'abisso (Is 44,27), di fenomeni della natura (Sl 107,25; Gb 37,5-13) o dell'uomo stesso (Sap 16,26; Dt 8,3).

 

L'uomo come creatura della parola di Dio

Il Dio biblico non solo pronuncia se stesso dichiarando la sua esistenza; si è pronunciato a nostro favore dandoci la vita. Pensato nell'intimità di Dio e voluto in essa, l'uomo è sorto dal nulla sapendosi a immagine del Dio che parla (Sap 2,33).

"Poiché è stato chiamato da Dio alla vita, il credente riconosce che la sua presenza nel mondo non obbedisce ad una decisione propria: non vive chi vuole, chi lo ha desiderato, ma colui che è stato desiderato e voluto. (...) Proprio perché la vita è effetto del volere divino, non si può vivere fuori dell'ambito della sua volontà: colui che non esiste perché lo ha voluto, non dovrà esistere come gli pare e piace; la vita concessa ha dei limiti che occorre rispettare (Gn 2,16-17) e con dei compiti da svolgere (Gn 1,28-31). L'uomo biblico, per il solo fatto che vive, si riconosce chiamato da Dio e responsabile di fronte a Lui: vive perché Dio lo ha voluto e per vivere come Dio vuole. (...); sa di essere vivo perché è stato invocato da Dio; sa che vivrà se si mantiene fedele a quella vocazione (Gn 3,17-1))".[5]

La vita, la sua stessa esistenza, è per lui parola del suo Dio e, allo stesso tempo, la risposta dovuta al suo Dio; invocandolo, Dio lo ha chiamato all'esistenza; invocato, è obbligato a rispondergli: con la vita concessa Dio ci ha richiesto il dialogo; essendo immagine di un Dio che ci ha pensato dialogando con se stesso, potremo vivere solo dialogando con quel Dio. Avendo Dio aperto il dialogo che ha originato la nostra vita, non ci rimane altra soluzione se non continuarlo se vogliamo rimanere in vita: la vita è una dichiarazione di Dio a nostro favore ed esige, per ciò stesso, una dichiarazione dell'uomo a suo favore; non per nulla siamo sorti dal nulla in un dialogo divino; chi ci ha invocato per primo ci ha obbligato ad invocarlo.[6] Colui che ci ha dato la vita, quando ci chiamò dal nulla, attende che gli rispondiamo con la vita; chi ci ha immaginato dialogando con se stesso, ha potuto considerarci sua immagine perché possiamo dialogare come Lui e con Lui. La creatura che non conversa col suo Creatore fugge da Lui e perde se stessa (Gn 3,9).

 

2.3 L'uomo come servitore della Parola

Per il fatto stesso di esistere, l'uomo deve rendersi responsabile (cf. Gn 3 e 4); essendo l'unico vivente che riflette la natura dialogica di Dio (Gn 1,26) dovrà responsabilizzarsi del creato/prendere consapevolezza delle proprie responsabilità (Gn 1,3-25), responsabilizzarsi della procreazione (Gn 1,27-30; Sl 8,6-9; Sir 17,1-10) e responsabilizzarsi di colui che è suo fratello (Gn 4,9). Tale responsabilità, da cui dipende il suo rapporto con Dio e che si realizza nella custodia del mondo e della vita, è un debito permanente dell'uomo e lo salda nella misura in cui, custodendo il creato a nome di Dio e al suo posto, si mantiene in dialogo con Dio.

 

La vita come preghiera

L'uomo biblico, quindi, è orante in quanto vivente; la sua vita è dialogo con quel Dio che lo ha voluto e che volle mettere nelle sue mani il mondo e la vita degli altri.[7] Tutto quel che la vita ci offre può essere motivo di preghiera; tutto può esser detto davanti a quel Dio che, chiamandoci alla sua presenza, ci ha esposti alla gioia ed alle amarezze di una vita che è parola sua; non esiste alcuna situazione umana indegna di essere commentata, dialogata, comunicata con Dio. Chi ha dato inizio, infatti, alla nostra vita con la sua parola aspetta da noi una risposta viva, una parola pronunciata con la vita di cui gli siamo debitori. Si può giungere a perdergli il rispetto, pur di non perder Lui del tutto, come fece Giobbe (Gb 3,1-4; 2,6); si può anche morire gettandogli in faccia il suo abbandono, come fece il Figlio (cf. Mc 15,34.39), ma non si deve tacere: chi deve la propria vita ad una Parola di Dio, non può rimanere in silenzio alla sua presenza. L'orante che tace davanti a Dio ha cessato di esistere per Dio; Egli ci ha immaginato parlando e siamo immagini sue se non perdiamo la parola: solo i morti non possono ricordarlo né raccontare le sue meraviglie, solo essi non lo lodano (cf. Sl 6,6; 88,11-13; Is 38,18).

Ma per pregare bene non è sufficiente poter dire a Dio tutto quel che salta in mente né tutto quel che si vive; non è la libertà circa i temi, né la loro molteplicità, quel che migliorerà il nostro dialogto con Dio, bensì la veracità di quel che diciamo; se realmente viviamo quello di cui parliamo, se facciamo con le mani quel che è oggetto della nostra preghiera, se facciamo diventare preghiera quel che prima è stato vissuto, la nostra parola vissuta sarà la dovuta risposta all'interrogazione di Dio; libereremmo la nostra preghiera da quel vuoto che la contraddistingue, dal senso di inutilità con cui la affrontiamo, se riuscissimo a far sì che sia preghiera l'opera delle nostre mani. La preghiera migliore, la prima e più radicale forma di pregare, è vivere la propria vita come parola che diciamo a Dio; da Lui non possiamo aspettarci parole migliori di quelle che ci ha detto facendoci né possiamo inventare risposta migliore di quella che sgorga dalla vita che conduciamo. Dire a Dio la nostra vita e vivere alla sua presenza quel che diciamo farà di tutta la nostra vita una preghiera, solo e sempre preghiera.

 

La missione apostolica come risposta

Il credente biblico, sapendo che la sua vita è la conseguenza di una dichiarazione di Dio a suo favore, può escludere da essa il caso e la fortuna, buona o cattiva: essendoci una Persona che a un certo momento lo volle/amò positivamente ed in quel momento lo creò vivente, non cesserà di sentirsi voluto/amato finché vive; non sarà mai preda del destino né in balia dell'imprevisto. Ma allo stesso tempo, non avendo dato a se stesso l'esistenza, nemmeno può programmarsela da sé; non è padrone di se stesso: è rimasto nelle mani di colui che lo volle/amò tanto da volerlo vivo e simile a lui. La sua stessa vita gli manifesta, quindi, un progetto divino da realizzare; la sua esistenza personale è la prova della pre-esistenza di un piano divino su di lui: la vita è sempre missione, essendo stata previamente un dono; è incarico e grazia giacché non è stata eredità automatica né salario dovuto.

Dio può benissimo disporre della vita di un uomo, poiché è stato Lui a dargliela. I racconti di vocazione, significativamente numerosi nella Bibbia, mostrano in modo esemplare questo tratto caratteristico del Dio vivo: scopre al chiamato che conta su di lui, a volte suo malgrado ed altre volte anche contrariamente a lui; per quante obbiezioni metta insieme il chiamato, non potrà sfuggire alla chiamata. A meno che Dio revochi il suo invio, il suo inviato sarà sempre tale; nemmeno fuggendo da Dio ci si libera da Lui e dalla sua volontà, come dovette imparare Giona (Gi 1,1-3,3). E, quel che è più grave ancora, il chiamato sentirà che gli hanno rubato la vita, gliel'hanno sequestrata con violenza, imponendogli una missione che non entrava nei suoi calcoli né entrerà del tutto nelle sue capacità; non potrà mai riconoscere come propria una missione che non ha scelto perché è stato scelto per essa (Is 49,1; Gr 1,5; Gal 1,15).

Non è un caso che proprio mediante un dialogo è il modo abituale con cui Dio abitualmente prende contatto coi suoi chiamati; il Dio che chiama parlando, converte in interlocutore la persona scelta; dirigendosi a lui ha un piano tutto suo, gli impone l'ascolto e da lui si aspetta solo ubbidienza. Manifestando al chiamato un programma voluto da Lui fa sì che il chiamato si scopra amato/voluto da Dio, essendo parte integrante del progetto; attraverso di esso intravede il cuore del suo Dio, ma non arriva fino alle sue ragioni ultime: la sua scelta costituirà sempre per lui un mistero. Orbene, l'unico sapere su Dio e su se stesso che il chiamato acquista assumendo la chiamata di Dio, consiste nel sapersi destinato agli altri; il Dio biblico, quando chiama, non vuole il chiamato per sé ma per il popolo; proprio in questo consiste la sorpresa del chiamato: la risposta che deve a Dio per la sua vocazione deve darla rispondendo di coloro che gli sono stati affidati; Dio chiama per inviare: la missione è il modo di vivere l'elezione; ne è la conseguenza e la prova.

L'unica risposta che il Dio del chiamato considera valida è quella che realizza la sua chiamata, cioè quella che si dà quando la persona si dedica a coloro a cui Dio ci ha destinato quando ci ha chiamato per nome. La nostra migliore preghiera è, allora, una vita di obbedienza all'incarico ricevuto, un servizio esclusivo ed escludente alla gioventù è la risposta che Dio si attende da noi. Non a caso perdiamo la consapevolezza dei nostri doveri nei confronti della gioventù quando stiamo perdendo il gusto e la voglia di pregare; né dobbiamo meravigliarci se ogni tentativo di liberarci dalla missione salesiana impoverisce e ostacola la nostra preghiera comunitaria. Non è che Dio si allontani da noi e ci impedisca di sentirlo vicino; siamo noi che ci stiamo allontanando dalla gioventù e non riusciamo a star dietro ai loro problemi. Ci crediamo abbandonati da Dio perché, e quando, abbandoniamo "la patria della nostra missione (...), la gioventù bisognosa".[8] Senza lavoro entusiasta e creativo, senza vicinanza ai giovani, non saremo mai veri uomini di preghiera: "Immerso nel mondo e nelle preoccupazioni della vita pastorale, il salesiano impara a incontrare Dio attraverso quelli a cui è mandato" (C 95).[9]

Per incontrarsi con Dio non c'è bisogno, quindi, di uscire dalla vita che si sta portando avanti, se essa è la risposta alla propria vocazione: la missione apostolica è il motivo, la ragione e il contenuto della nostra preghiera. Dio non si aspetta da noi che gli rispondiamo in altro modo se non parlandogli di coloro di cui Egli ci ha parlato quando ci ha chiamato personalmente. Ecco perché non si deve identificare precipitosamente lavoro apostolico e preghiera, preghiera nella vita e vita di preghiera: quando manca la consapevolezza di stare facendo davanti a Dio ciò di cui ci ha incaricato o quando ci presentiamo davanti a Lui solo per non dover stare tra quelli cui ci ha destinato, il nostro lavoro o la nostra preghiera non corrispondono alle attese del nostro Dio né ai diritti dei giovani nei nostri confronti: non c'è vita di preghiera dove non c'è vita apostolica;[10] ma la vita apostolica non è automaticamente vita di preghiera, "deve diventare prima oggetto di incontro con Dio, espressione della nostra unione con Dio”.[11]

Solo la vicinanza di Dio, voluta e sentita nella preghiera o di cui ne sente la mancanza e la brama, ci rende prossimi e ci affratella. Invano cerchiamo di basare la nostra vita comune -una vita che nessuno di noi ha scelto realmente ma che ci è stata imposta con la chiamata (cf. C 50) - su motivazioni ascetiche o psicologiche o su motivi di efficienza: quella preghiera che è la nostra vita apostolica sarà la base migliore e la prima fonte della nostra vita comune.

È Dio che ci ha fatto prossimi e sarà in dialogo con Lui che sapremo accogliere il vicino come fratello.[12]

Come meravigliarci, allora, se, normalmente, le crisi della vita comune vanno unite a quelle nella dedizione apostolica? Qualsiasi azione diretta a rispondere di coloro che Dio ci ha affidato è vita di preghiera, anche se non si esprime per mezzo di parole né raggiunge il livello di un buon sentimento; la migliore vita comune si basa sulla vita di preghiera che condividono quanti, rispondendo alla medesima vocazione, si dedicano agli stessi destinatari (cf. C 85): "siamo tra i giovani perché vi ci ha invitai Dio, e scrutiamo la loro condizione giovanile in tutta la sua problematica perché, attraverso essa, è Cristo stesso che ci interpella".[13] Per la comunità salesiana "mai, nemmeno nei momenti più contemplativi, può scomparire dal suo orizzonte la visione dei giovani da salvare. (...) Pregare, per un salesiano, è prendere sempre nuova coscienza di essere mandato ai giovani dal Signore stesso".[14]

La chiamata di Dio, presentandoci i giovani come contenuto della nostra risposta vocazionale, ci ha obbligato a vivere un determinato tipo di spiritualità: così come la nostra esperienza di Dio non è comprensibile sena riferimento ai giovani a cui Dio ci ha destinati, così pure la nostra vita di preghiera non si potrà realizzare senza una vita di azione a loro favore. Sono i giovani di oggi, che "in generale sono un po' scettici nei confronti delle verità metasensibili. Credono a quello che vedono, ma non molto oltre quello",[15] ci esigono un certo modo di pregare, che rende preghiera quel che fanno le mani, l'unico modo che oggi ha un futuro,[16] quello che Don Bosco ci ha trasmesso: "santo dell'azione, egli non mette di certo il silenziatore sulla preghiera, ma sa fare dell'azione il 'luogo abituale' del suo incontro con Dio".[17]

Il dialogo con Dio che il salesiano deve mantenere in quanto 'missionario dei giovani"[18] non si sostiene, né esclusivamente né principalmente, a base di pratiche di pietà che, pur essendo le uniche a cui si sente costituzionalmente obbligato, rimangono oggettivamente scarse di numero e per nulla eccezionali. Il salesiano sa che il luogo privilegiato e il motivo centrale del suo dialogo con Dio è costituito dalla sua vita apostolica: "tutti gli impegni concreti della vita e dell'azione del salesiano sono destinati a 'sbocciare' nella preghiera e 'diventare' anch'essi comunione profonda con Dio".[19] In questo segue l'esempio personale ed il mandato espresso di Don Bosco e, magari senza rendersene conto, realizza l'ideale biblico di preghiera.


[1] "Chi non sa. che l'apostolato, mentre può e dev'essere mezzo di santificazione, diventa invece, per chi si /ascia sopraffare dall'attività esteriore, una causa di snervamento spirituale? Don Bosco non aveva bisogno di chi gli segnalasse un pericolo così evidente" (E. CERTA, Don Bosco con Dio [Roma 1988] 235).

[2] "Come spiegare [1a] carenza d'interiorità? Mi sono andato convincendo che essa proviene da una mancanza di applicazione alla 'preghiera personale', ossia alla dimensione contemplativa che sta alla radice di ogni cuore religioso" (E. VIGANO, 'Relazione del Rettor Maggiore', CG2 2 284).

[3] M. HEIDEGGER, Sentieri interrotti (Firenze 1968) 247-249.

[4] E. VIGANO, La vida interior de Don Bosco. Comentario del Aguinaldo de 1981 (Madrid 1981) 17.

[5] JUAN J. BARTOLOMÉ, 'La Hamada de Dios. Una reflexión biblica sobre la vocación", Misión Joven 131 (1987) 6.

[6] "L'uomo è, nel profondo della sua essenza - mai in modo statico, sempre legato al tempo e trascendendolo - preghiera, cioè, accettazione del proprio essere stato creato" (K. RAHNER, `Oración', en Sacrarnentum Mundi, Vol. V [Barcelona 1972] 10).

[7] 'La preghiera è un colloquio con Dio dalle profondità del nostro essere e dalle profondità del nostro compito in questa vita" (K. RAHNER, Von der Not und dem Segen des Gebets (Freiburg 1960] 72).

[8] E. VIGANO, `Confirma fratres tuos', ACS 295 (1980) 26. "Nel capitolo delle Costituzioni dove si parla dei destinatari si insiste con chiarezza nei giovani poveri. pio sia benedetto, perché lì è la patria della nostra missione! (E. VIGANÒ, Consagración apostólica y novedad cultural [Madrid 1986] 165).

[9] "Nella preghiera il salesiano coltiva, alimenta e celebra la capacità di incontrare Dio nella trita e nel lavoro educativo con i giovani e la gioia di contemplare Gesù Buon Pastore, Dio Padre come padre dei suoi giovani, e lo Spirito che agisce in loro... Il rapporto con Dio e l'interiorità apostolica costituiscono il cuore della sua esperienza e permeano tutto il suo essere, prima ancora di tradursi in attività o in pratiche di pietà" (FSDB 99).

[10] Scriveva T. DE CHARDIN, El medio divino. Ensayo de vida interior (Madrid 1981) 39, che per una maggioranza dei cristiani il lavoro è un' impedimento per la vita spirituale; Dio però non distoglie la nostra attenzione da un lavoro che Lui ci ha imposto, ma si presente come grazia accessibile in questo lavoro.

[11] J. AUBRY, Consagrados a Dios para los jóvenes (Madrid 1987) 160. Cf. L. RICCERI, 'La oración, problema vital', ACS 269 (1973) 46.

[12] "Quanto più si diffonda in Congregazione una certa atmosfera intrisa di ateismo pratico, tanto minor capacità di vera bontà esisterà tra i confratelli" (VIGANÒ, 'Conferma' 29).

[13] VIGANÒ, 'Conferma' 26.

[14] A.A. Vv., Il Progetto di vita dei salesiani di Don Bosco. Guida alla lettura delle Costituzioni salesiane (Roma1986) 617-618

[15] ANGEL Card. SUQUIA, `Discurso de Inauguración. XLIV Asamblea Plenaria de la CEE', Ecclesia 2.399 (1988) 23.

[16] "Potranno sopravvivere soltanto spiritualità che prendano sul serio la responsabilità dell'uomo, che diano valore all'esistenza materiale, al mondo tecnico e, in genere, alla storia... Penso che le forme di spiritualità che non siano capaci di avere in conto la dimensione storica dell'uomo soccomberanno sotto la pressione della civiltà tecnica" (P. RICOEUR, Tà.ches de l'éducateur politique', Esprit (1965) 92).

[17] P. BROCARDO, Don Bosco. Profondamente uomo, profondamente santo (Roma 42001) 17. "Don Bosco è all'origine, non solo di una numerosa posterità spirituale, ma anche di una vera e propria 'corrente spirituale' nella Chiesa, che sta permeando il mondo e di una 'scuola di spiritualità'... Una spiritualità apostolica però, o come si può dire, dell'azione informata dalla pienezza della carità pastorale onnipresente" {Mi 15).

[18] GIOVANNI PAOLO II, CG23 13.

[19] AA. VV., Progetto 610.

reato dalla Parola, servo della Parola

2.4 Ascoltare Dio per non immaginarselo

La irresponsabilità è la tentazione del credente moderno, la fuga verso il silenzio, la ricerca della solitudine; e il suo peccato è l'impegno ostinato di ridurre al silenzio quel Dio che si prende il disturbo di darsi a conoscere, dando a conoscere il proprio volere. Il peccato più originale, il primo e più caratteristico del credente d'oggi consiste nell'illudersi di essere libero di fronte a Dio e non essere responsabile di nulla e di nessuno di fronte a Lui.

Non dovrebbe sorprendere più di tanto il fatto che oggi siano così scarse le persone che ascoltano Dio. Immersi come siamo in una cultura dell'immagine, predomina la visione delle cose come mezzo di comunicazione e come strumento di conoscenza: abbiamo bisogno di vedere per sapere e dialogare; consideriamo sconosciuto quanto non viene visto e quel che non conosciamo lo consideriamo imprevedibile. Vedere la realtà fa sì che ci risulti meno affascinante, più familiare e manipolabile. La parola è rimasta relegata ad una funzione subordinata, non esprime più l'essere delle cose, né il nome definisce più la persona; stiamo perdendo sensibilità verso la parola, orale o scritta. Contrariamente alla visione, che è un avvenimento concluso in se stesso, l'ascolto è un'esperienza aperta che tende alla realizzazione di quanto ascoltato: la visione è possessiva, cerca il piacere del vedente e in generale riposa in esso; l'ascolto è reattivo, richiede attenzione dall'ascoltatore e lo provoca all'azione.

Il Dio biblico ha escluso la visione come mezzo di rivelazione: non si è manifestato a nessuno lasciandosi vedere, si è sempre dato a conoscere mediante la parola. Mosè, l'uomo che osò chiedere di vedere Dio faccia a faccia (Es 33,11), non riuscì a vedere il volto di Dio, ma solo le spalle (Es 33,20.23; cf. Es 24,10; Is 6,1). Israele, che non ha mai visto Dio, e non ha nemmeno desiderato vederlo perché voleva vivere (Es 19,21; Dt 4,12), non potrà nemmeno immaginarselo (Es 20,4; Dt 5,8): le è tassativamente proibito rappresentare divinità, che sarebbero pur sempre opera delle proprie mani, concepite a misura dei propri bisogni (Dt 4,16-20.23-29). Il Dio Alleato, che è sempre a favore dei suoi, non ha bisogno di nessuna figura per farsi sentire: non si impone con la sua presenza ma con la sua voce (Dt 4,12.15).

Probabilmente le nostre difficoltà a sentire Dio prescindendo dalla sua voce nascono dalle resistenze, non sempre culturali, che provengono dal non lasciarsi guidare solo da parole, perché non ci fidiamo più di promesse, anche se esse vengono dal nostro Dio. Continuiamo, come Maria presso il sepolcro, a voler vedere e trattenere il Risorto per uscire dal dubbio se è Lui che ci parla o un estraneo (Gv 20,10-17). Ci riesce insopportabile una vita di fede che implica lo star sempre in ascolto di un Dio invisibile e, pertanto, imprevedibile, minaccioso. Un Dio che non possiamo raggiungere con gli occhi né toccare con le mani non sarà mai opera nostra né manipolabile dal nostro cuore. Un Dio che si deve sempre ascoltare è un Dio con cui è difficile convivere; ma non ce n'è un altro. E questo comporta delle conseguenze.

 

 

3. Tre compiti per l'ascoltatore di Dio, oggi

Da creatura della Parola, il credente, individuo o comunità che sia, deve convertirsi in servo suo: chi lo ha costituito, gli ha dato l'essere ed imposto il modo di esserlo. Tale compito, da cui dipende il suo rapporto con Dio e che si realizza nella custodia del mondo e del fratello, è un debito permanente dell'uomo, che lo salda nella misura in cui, custodendo il creato a nome di Dio e al suo posto, si mantiene in dialogo con Dio.

 

3.1 Silenzio e contemplazione di Dio

Il silenzio davanti a Dio non è tempo inutile, vuoto di occupazioni e di senso, purché derivi dallo stupore e dal rispetto che Dio si merita e suscita; è la miglior provocazione alla nostra portata per farlo parlare.

Nella situazione attuale, però, non è solo il credente che rimane in silenzio; è Dio che vi si è rifugiato. Vi sono indizi sufficienti a far sospettare che Dio si sia ritirato un po' da questo nostro mondo per costringerci ad uscirne per cercarlo; mediante la pedagogia del silenzio Dio può stare cercando di sottometterci alla sovranità della sua parola. Finché sentiamo la mancanza della sua voce vicina, gli rimane ancora qualche speranza che non l'abbiamo dimenticato del tutto. Rammaricarci del suo silenzio prova che ne apprezziamo la conversazione; facendoci soffrire con la sua parola negata vivremo rimpiangendola, immaginandola, scoprendola in mezzo a tanto rumore e così ci troverà meglio preparati quando si degnerà di dirigercela. Il Maestro, dice Agostino, insegna dentro la persona stessa, rendendo inutili le voci che vengono dal di fuori.

Ne consegue che potremmo benissimo convertire la solitudine che viviamo in un preannuncio della sua presenza rinnovata; osservando con rispetto il silenzio che Dio vuole imporci, ci stiamo disponendo a ricevere con gioia qualunque parola sua e possiamo indovinare meglio anche il suo più piccolo gesto, come fa il servo che vive facendo attenzione a qualsiasi movimento della mano del suo signore (Sl 123,2). Ricorrendo al silenzio, il Dio che è Parola si propone di educarci ad un maggior rispetto delle sue parole e di metterci in un atteggiamento più permanente di ascolto: rimanendo in silenzio Dio può imporci la contemplazione, una vita di preghiera che fa della vita preghiera, come cammino di andata verso di Lui, e l'obbedienza come modo di incontrarlo.

L'uomo biblico, per il solo fatto di esistere, diventa orante. La sua vita è un dialogo con quel Dio che lo ha voluto e che ha voluto mettere nelle sue mani il mondo e la vita degli altri. Tutto quel che la vita gli offre può essere motivo di preghiera, perché è soggetto a responsabilità: non esiste alcuna situazione umana che non sia degna di venire comunicata, commentata, dialogata con Dio. Perché Colui che ha dato inizio alla nostra vita con la sua parola attende da noi una risposta viva, una parola pronunciata con la vita che gli dobbiamo.

Si può arrivare a perdergli il rispetto, pur di non perdere del tutto Lui, come fece Giobbe (Gb 3,1-42,6); si può morire gettandogli in faccia il suo abbandono, come fece suo Figlio (cf. Mc 15,34.39), ma non bisogna tacere: chi deve la sua vita a una Parola di Dio, non può rimanere in silenzio alla sua presenza. Chi tace davanti a Dio, ha smesso di esistere per Dio; Egli ci ha immaginati parlando e siamo immagini sue se, davanti a Lui, non perdiamo la parola; solo i morti non possono ricordarlo né narrare le sue meraviglie, solo i vivi lo lodano (cf. Sl 6,6; 88,11-13; Is 38,18).

 

3.2 La vita comune, un luogo per l'ascolto

Dio quando parla, convoca (Sl 49,1-4); riunisce in assemblea il suo uditorio. Il Dio biblico parla sempre per il popolo, anche quando dialoga con un solo individuo. Quando parla, la voce del Signore, ascoltata, congrega i suoi ascoltatori: l'ascolto della Parola è all'origine della vita comune.

Sicuramente è il Deuteronomio il libro biblico che con maggior insistenza ha presentato l'ascolto di Dio come norma e sicurezza di vita per il suo popolo (Dt 4,1; 5,3; 6,3; 8,1; 12,1 .. e di morte!, cf.Dt 8,19-20; 30,19-20). Nella sua redazione attuale si presenta come un lungo discorso con cui Mosè si congeda da Israele, prima che questi cominci il suo ingresso nella terra della promessa (Dt 1,1-5). In realtà, il libro suppone la permanenza secolare in quella terra ed una esperienza di infedeltà nei confronti di Dio: i beni che si promettono sono doni persi e le pene che si prevedono sono realtà già sofferta. Il redattore si è valso di questo artificio per far sì che la sua opera sia accettata e - quel che più importa - si prenda sul serio il suo reiterato imperativo: ascolta, Israele (Dt 4,1; 5,1; 6,4; 9,1).

Il fatto è che questo popolo che si sente continuamente richiamato a ricordare il proprio dovere di ascoltare Dio è un popolo che lo ha dimenticato e che ha pagato la sua dimenticanza con la divisione nazionale, l'idolatria e la disuguaglianza sociale: ha perso la terra, la pace e i fratelli ed è sul punto di perdere Dio e se stesso. Il richiamo di Dio all'ascolto è, quindi, più che un ordine, un invito a ricuperare la fedeltà e la garanzia della sopravvivenza: il popolo che nasce dalla parola di Dio ha solo il Dio della parola; nell'ascolto di Lui è sicuro il suo avvenire.

La perdita di senso di appartenenza alla comunità credente, i tentativi di andare in proprio, privatamente verso Dio o l'inutile sforzo di dialogare con Lui in privato e sul privato, ci stanno rendendo impossibile l'incontro con la Parola che è Dio. Eppure è solo nella comunità, che è nata dall'ascolto di Dio ed in esso rinasce, dove vi è certezza di ascoltare Dio: solo quando si trova nell'assemblea il credente oggi confessa che la scrittura letta è Parola proclamata del suo Dio.

 

3.3 Prendersi cura del fratello, la risposta dovuta

"La Bibbia ci insegna che non vi è nessun peccato di cui Dio abbia paura". È significativo che il racconto della Bibbia cominci presentando la creazione dell'uomo come parola di Dio e lo continui descrivendo il ripetuto tentativo di sfuggire alla presenza di Dio per liberarsi dall'obbligo di rispondergli (Gn 3,9; 4,9). Colpisce, per la gravità dell'analisi non meno che per la sua giustezza, il fatto che Dio abbia identificato il primo omicida nel fratello che cercava di disimpegnarsi di suo fratello non volendo render conto di lui. Non dovremmo dimenticarlo: chi con ha voluto rispondere davanti a Dio (Gn 3,8-9) una volta scoperta la sua disobbedienza non ha potuto garantire la vita e la responsabilità nella propria famiglia (Gn 3,19; 4,8): il padre irresponsabile generò figli fratricidi.

Colui che non trovò dei motivi per continuare il dialogo che aveva tutti i giorni col suo Dio, si è trovato a non poter continuare il dialogo coi suoi figli: la fuga da Dio genera irresponsabilità; rifiutarsi di rispondere del proprio fratello svela l'assassino in presenza di Dio (Gn 4,9-11); in seguito alla pretesa liberazione da ogni responsabilità nei confronti di Abele, Dio poté intuirne l'assassinio già consumato da Caino (Gn 4,9-10). Caino pensò che il suo rifiuto di rispondere a Dio sul luogo dove si trovava il fratello lo avrebbe liberato dal rispondere alla domanda divina; invece mise in evidenza il suo crimine: rifiutarsi a sapere qualcosa del fratello svelò il fratricidio appena commesso.

Chi ha messo a tacere il suo prossimo in vita, cerca il silenzio davanti a Dio. Chi non si sentisse chiamato ad essere guardiano del proprio fratello, non è degno di essere riconosciuto da Dio come figlio; chi non trova nel suo prossimo il fratello da custodire, non troverà parole con cui dirigersi al suo Dio.

Dandoci dei prossimi, Dio ci ha affidato la loro custodia come compito; rifuggendo dalla nostra responsabilità non copriremo il nostro peccato; rifiutandoci di parlare con Dio, che vuole parlarci dei nostri fratelli, non ci libereremo né del nostro peccato né di Dio. E la condanna è evidente: come il primo omicida, colui che non custodisce suo fratello dal male diventa uno straniero in questa terra (Gn 4,14); il primo omicida fu esiliato - e da Dio -perché non merita focolare né riposo chi non si responsabilizza della vita del fratello.

Solo prestando attenzione a Dio non priveremo il prossimo delle nostre attenzioni: è l'obbedienza al Padre quel che ci affratella; nessuno che abbia contemplato Dio tralascia di prestare attenzione al fratello.

 

4. Don Bosco, modello di una vita dove si esperimenta Dio

Ci risulta così familiare la nota obbiezione circa la vita di preghiera di Don Bosco che viene in mente a chi considera l'attività che ne ha riempito la vita, che poche volte abbiamo osato presentarcelo come modello di preghiera. C'è anche il fatto che così ci riusciva più comodo ricorrere a lui per giustificare le nostre fughe dalla preghiera, comunitaria o personale, come una imitazione della sua dedizione apostolica: "la sua intimità con Dio restò spessissimo, come in altri santi piemontesi, anzi di regola, un segreto impenetrabile".[1]

In ogni caso, non mancano le ragioni a chi, osservandolo dall'esterno o per la prima volta, si domanda non già come pregava Don Bosco, bensì se poteva pregare a sufficienza. Ed effettivamente "la sua causa di Beatificazione ha urtato contro la difficoltà della troppo esigua presenza della preghiera nella sua vita (... ) La 'preghiera-pregata' reclama la sospensione di ogni attività esteriore, concentrazione, raccoglimento, luogo e tempo adatti; tutte cose che in una vita dominata e come divorata dall'azione, come quella di Don Bosco, sembravano impossibili".[2]

Eppure della vita di Don Bosco si è potuto dire che fu "una preghiera continua, una ininterrotta unione con Dio".[3] Poiché in lui "la contemplazione illuminava e dirigeva l'azione", "la sua laboriosità senza pari fu accoppiata sempre a un'interiorità perfetta, facendo di lui un Santo al tutto singolare": "tutto quello che faceva era preghiera".[4] Secondo la testimonianza di quelli più vicini a lui, "Don Bosco pregava sempre, perché tutto quello che faceva era diretto alla gloria di Dio e lo faceva alla Sua presenza. Quindi per lui era preghiera anche il lavoro continuo, santo, incredibile; univa con stupenda perfezione la vita contemplativa con la attiva"; tutta la sua vita "si può definire vita di preghiera".[5] Bisognava stargli molto vicino, conoscerlo da molto prima, condividere la sua azione apostolica e sentire la sua stessa passione peri giovani, per intuire che "Don Bosco infatti non concepiva barriere tra preghiera e vita",[6] che visse l'esperienza di una preghiera che in modo spontaneo si intrecciava con la vita (cf. C 86).

Più che accumulare testimonianze di quelli che, avendo vissuto con lui, furono testimoni della sua vita di intimità con Dio, importa affacciarsi alla chiave di questa sua "arte di "trasformare in preghiera le opere delle sue mani".[7] Seguendo il modello biblico suesposto, sono fondamentalmente due le convinzioni di fede che originarono e mantennero viva quella grazia di unità tra l'essere e l'operare, tra amor di Dio e amor del prossimo, tra preghiera e lavoro, tra azione e contemplazione, di cui Don Bosco fu "un modello concreto".[8]

 

4.1 Senso di Dio

"Don Bosco riuscì a identificare perfettamente la sua attività esterna, infaticabile, osservante, amplissima, piena di responsabilità, con una vita interiore che ebbe le sue origini nel senso della presenza di Dio (oh! la potenza del 'Dio ti vede' di Mamma Margherita!) e che poco a poco divenne attuale, permanente e così viva da convertirsi in perfetta unione con Dio".[9] In modo naturale, senza stridenze ma con realismo e grazie all'esempio di sua madre e all'ambiente che respirò ai Becchi, Don Bosco imparò fin da piccolo a vedere, a fianco delle altre persone del suo piccolo mondo "un'altra persona, Dio. Una persona grande, invisibile, ma presente ovunque: in cielo, nei campi, nel volto dei poveri, nella voce della coscienza (...) Il Signore era uno di casa nella famiglia Bosco".[10]

Fu questo senso del Dio vivo e onnipresente, questa consapevolezza di essere costantemente davanti a Lui che faceva sì che per lui fosse logico convertire tutta la sua vita quotidiana in preghiera costante. "Questa, infatti, era una delle più belle caratteristiche di lui, quella cioè di essere presente a tutto, affaccendato in una ressa continua, assillante di affanni, tra una folla di richieste e consultazioni, e avere lo spirito sempre altrove, sempre in alto, dove il sereno era imperturbato sempre, dove la calma era sempre dominatrice e sovrana, così che in lui il lavoro era proprio preghiera effettiva".[11]

Il Dio di Don Bosco è il Dio personale che è dietro alle cose, di cui è origine e fondamento ed a cui si arriva attraverso la storia umana, di cui è motore e meta; è un Dio a cui si arriva coi fatti, di cui si deve parlare raccontando avvenimenti, che si può scoprire nella realtà

quotidiana e cui si deve servire servendo esplicitamente e permanentemente la società e specialmente coloro che in essa hanno maggior bisogno di essere aiutati.[12]

Di conseguenza, è un Dio con cui si deve dialogare mentre si dialoga col prossimo, un Dio che non è da trascurare per occuparsi del suo mondo, un Dio che possiamo contemplare col cuore mentre lavoriamo col sudore della nostra fronte, un Dio con cui si deve parlare con le mani occupate nell'instaurazione del suo regno. "Mi immagino che la fantasia di Don Bosco orante fosse piena di Dio, ma proprio per questo fosse anche piena dei suoi figli, di persone, dei problemi che aveva. Bisogna anche affermare l'inverso: ossia che il lavoro, i dialoghi, le discussioni, i giochi, le passeggiate, la scuola, lo stare coi giovani, lo scrivere, l'impegnarsi in tante imprese, l'affaticarsi di Don Bosco dovesse essere sempre un'estasi della sua contemplazione".[13] Don Bosco aveva così vicino il suo Dio da non potere perderlo, per quanto fosse occupato nel suo mondo particolare, il mondo dei giovani.

 

4.2 Consapevolezza di essere inviato

E' di questo Dio, così reale come il suo mondo o quello dei suoi giovani, che Don Bosco sapeva di essere un inviato. "Vedo ogni volta con maggiore chiarezza che la migliore sintesi dell'interiorità caratteristica di Don Bosco rimane indiscutibilmente il motto Da mihi animas, coetera tolle', come distintivo dell'energia interiore di carità pastorale che lo fece santo e apostolo".[14] Effettivamente, il 'da mihi animas' propone già. il modo in cui Don Bosco si collocava di fronte a Dio e di fronte al mondo: Don Bosco si sentiva sollecitato da Dio; "la sua tendenza all'azione, il suo agire dominato frequentemente dalle urgenze del momento, era prodotto da questo atteggiamento di fede che caratterizza il servo biblico, dalla consapevolezza di essere 'strumento del Signore' per una missione singolare".[15]

"Non fu lui a cercare l'attività tra i giovani come compito della sua vita, ma gli fu affidata ed egli l'accolse come una missione. Bisogna sottolineare con forza che Don Bosco fu un uomo con una missione da compiere, giacché può essere compreso solo partendo dalla sua missione. Essa lo trasse fuori dal circolo dei suoi confratelli sacerdoti e lo collocò nella fila dei santi. Questa missione preservò Don Bosco dall'essere un sacerdote con un hobby, con una passione che finisce per schiavizzarlo (...) Inequivocabilmente Dio gli aveva affidato un incarico; gli era stata diretta una chiamata, un mandato dall'alto. Ed egli si mise a completa disposizione":[16] in risposta a Dio si fece servo dei giovani.[17]

In questo modo, rispondendo dei suoi giovani seppe rispondere al suo Dio; sviluppò il suo dialogo vocazionale interessandosi di coloro la cui esistenza e bisogno aveva scoperto quando Dio gli si scoprì come Signore.[18] La vita di preghiera di Don Bosco fu possibile "non tanto grazie ad un modo astratto di pregare, quanto per un impegno concreto di carità pastorale"; e posto che riuscì "a stare con Dio non solo attraverso alle 'pratiche di pietà', ma anche attraverso le 'pratiche di carità"',[19] volle liberare i suoi figli da lunghi esercizi di preghiera in comune per dedicarli al comune compito della salvezza della gioventù:[20] "l'azione non impedì a Don Bosco l'orazione (...) Qui è la differenza specifica della pietà salesiana, nel saper fare del lavoro preghiera; e non un lavoro misurato e quasi ritmico, come quello benedettino, ma un lavoro quasi sempre febbrile".[21]

 

Juan J. Bartolomé, sdb

Torino, 17 ottobre 2007



[1] BROCARDO, Don Bosco 20.

[2] BROCARDO, Don Bosco 166. L'autore cita un censore: "Come si può dire eroico uno che è stato così carente nella pratica dell'orazione vocale?" Cibi 167).

[3] P. ALBERA, Lettere circolari (Torino 1965) 37, il quale afferma che la vita di preghiera era "la nota caratteristica di Don Bosco" (Ibi, 36).

[4] CERIA, Don Bosco 300.237. "La vita di don Bosco è veramente attraversata dalla preghiera - nelle sue diverse espressioni - come il letto del fiume dalle sue acque". L'attività, sia sacra che quotidiana o feriale lui l'avrebbe saputo vivere "come il luogo del suo abituale incontro con Dio" (BROCARDO, Don Bosco 1771.

[5] Testimonianze del Card. Cagliero e di don Barberis, citate da P. RICALDONE, La Piedad (Montevideo 1959) 39.44, che scrisse pure "la caratteristica del nostro Padre non è stato il lavoro in quanto tale ma il lavoro santificato dalla pietà".

[6] AA. Vv., Progetto 612.

[7] CERIA, Don Bosco 33.

[8] BROCARDO, Don Bosco 16. Continua: "In lui nessuna dicotomia o lacerazione interiore, ma una perfetta 'grazia di unità'... Santo dell'azione, egli non mette di certo il silenziatore sulla preghiera, ma sa fare dell'azione il 'luogo abituale' del suo incontro con Dio".

[9] Don Rinaldi, citato da VIGANÒ, Vida 25. Questo senso acuto di Dio ha le radici nell'educazione di mamma Margherita, cf. P. STELLA, Don Bosco nella Storia della Religiosità Cattolica. I: Vita e Opere (Roma 1979) 27-28.

[10] T. Bosco, Ejercicios Espirituales con don Bosco (Madrid 1983) 13.15.

[11] Pio XI, citato da BROCARDO, Don Bosco 175. Cf. MB IX 986; VI 530.

[12] CG2O 134.534.

[13] VIGANO, Vida 17. Questa modo di condurre Ia vita di preghiera - 'una atmosfera che circonda la azione senza interrompere il ritmo dell'attività' (BOSCO, Ejercicios 113) è il patrimonio che ha lasciato ai suoi figli (E. CERTA, Annali della Società Salesiana. I [Torino 19451 730: "nei nostri ambienti, se sono ordinati bene, le cose procedono in modo che la pietà si respira senza interruzione da mane a sera come l'aria". Si veda la testimonianza di un contemporaneo, Mons. Ferré, en MB XIII 889.

[14] VIGANò, Vida 14.

[15] STELLA, Don Bosco II 14-16.

[16] W. NIGG, Don Bosco. Un santo de ayer coma futuro (Barcelona 1981) 42.

[17] MB XIV 284

[18] "Il concetto animatore di tutta la sua vita era di lavorare per le anime fino alla totale immolazione di se medesimo, e così voleva che facessero i suoi figli. Ma questo lavoro egli lo adempiva sempre tranquillo..., perché dal giorno in cui fu chiamato all'apostolato, si era gettato tutto in braccio a Dio! Se lavorare sempre fino alla morte è il primo articolo del codice salesiano da lui scritto più coll'esempio che colla penna, gettarsi in braccio a Dio e non allontanarsene più fu l'atto più perfetto" (ALBERA, Lettere 367).

[19] VIGANO, Vida 22.18

[20] Nella prima redazione delle Costituzioni, verso il 1859, don Bosco iniziò il capitolo sulle pratiche di pietà affermando che "la vita attiva cui tende la nostra Congregazione fa che i suoi membri non possano aver comodità di fare molte pratiche in comune; procureranno di supplire col vicendevole buon esempio e col perfetto adempimento dei doveri generali del cristiano" (Archivio 022 [1] 15. Cf. F. DESRAMAUT, Capitolo delle Pratiche di pietà' nelle Costituzioni salesiane', en AA. Vv., La vita di preghiera del religioso salesiano [Torino-Leumann 1969] 57-58). Questo testo programmatico, rimasto inalterato fino all'anno 1974, definisce bene il concetto di preghiera voluta da don Bosco: "nel 1878 don Bosco cosi si esprime: "La vera pietà religiosa consiste nel compiere tutti i doveri a tempo e luogo e solo per amore di Dio". Non dice nello star volentieri in chiesa e pregar tutto il giorno, ma dice nel compier tutti i doveri per amor di Dio" (A. CAVIGLIA, Conferenze sullo Spirito salesiano [Torino 1952] 71).

[21] CERIA, Annali I 729. Secondo J. AUBRY, Consagración y Misión. I (Madrid 1981) 138, Don Bosco avrebbe voluto fondare 'coscientemente' un nuovo tipo di religioso, non monaco né frate, ma uno che si caratterizzasse per un lavoro intenso e la sua prossimità al popolo.

10月19日

XXX DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 547-556

 

 

Abbandona il mantello per guadagnare la vista

 

Omero ci vedeva, ma è raffigurato cieco. Era il simbolo degli uomini ispirati, di coloro che, per penetrare nelle verità profonde, celate ai comuni mortali, devono chiudere gli occhi sulla realtà di questo mondo. Nell’antica Grecia, anche i vati, gli indovini, i rapsodi erano ritenuti ciechi: dovevano astrarre dalle apparenze ingannevoli, ignorare i bagliori terreni, per cogliere la luce e i pensieri degli dèi.

Lodevole la loro appassionata ricerca del vero e il loro impegno a educare alla saggezza, ma, di fronte ai grandi enigmi dell’universo e dell’uomo, dovevano arrendersi, brancolavano nel buio, rimanevano ciechi.

I peripatetici, indossando il mantello, simbolo di chi coltivava l’amore per la sapienza, dissertavano sulla verità mentre passeggiavano attorno all’acropoli di Atene; gli accademici, gli epicurei e gli stoici riflettevano sul dolore, sulla felicità, sul piacere e sul senso della vita. Ad Atene, definita da Cicerone “la lampada di tutta la Grecia”, tutti, come ciechi, volgevano gli occhi anelando alla luce. Ma non era da quella città che sarebbe venuta la luce del mondo.

A Roma regnava Tiberio quando, fra le montagne della Galilea, un falegname di Nazaret cominciò ad annunziare la buona novella. Fu allora che “il popolo immerso nelle tenebre vide una grande luce” (Mt 4,16). Per gli antichi filosofi era giunto il momento di deporre i loro mantelli e sollevare lo sguardo: dall’alto era venuto a visitare gli uomini “un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” e indicare ai ciechi la via della pace (Lc 1,78-79).

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Le proposte del mondo mi avvolgono nella tenebra, quelle evangeliche sono luce”.

 

 

Prima Lettura (Ger 31,7-9)

 

7 Così dice il Signore:

 “Innalzate canti di gioia per Giacobbe,

 esultate per la prima delle nazioni,

 fate udire la vostra lode e dite:

 Il Signore ha salvato il suo popolo,

 un resto di Israele”.

 8 Ecco li riconduco dal paese del settentrione

 e li raduno all’estremità della terra;

 fra di essi sono il cieco e lo zoppo,

 la donna incinta e la partoriente;

 ritorneranno qui in gran folla.

 9 Essi erano partiti nel pianto,

 io li riporterò tra le consolazioni;

 li condurrò a fiumi d’acqua

 per una strada dritta in cui non inciamperanno;

 perché io sono un padre per Israele,

 Efraim è il mio primogenito.

 

Nel dizionario, alla voce geremiade troviamo: discorso lungo e lamentoso. Geremia è il profeta celebre per i suoi annunci di sventura e per le continue minacce di catastrofi. Eppure, ci fu un periodo della sua vita in cui anch’egli si sciolse in previsioni incoraggianti e pronunciò oracoli lieti. Accadde quando il pio re Giosia diede inizio a una profonda riforma religiosa e intraprese la riconquista della Samaria, sottratta a Israele cent’anni prima dagli assiri. Questi oracoli, riuniti in quattro capitoli detti dai biblisti Libro della consolazione (cc. 30-33), sono un susseguirsi di inviti alla gioia e alla festa, perché il Signore ama ancora Israele (Ger 31,3.15-20) e sta per compiere un intervento prodigioso in suo favore: ricondurrà nella loro patria gli esuli deportati a Ninive.

La lettura di oggi è tratta da questa sezione del libro di Geremia.

Dopo l’invito a lodare il Signore, a inneggiare al suo nome e a esultare (v. 7), al profeta pare già di contemplare il gruppo degli esiliati che ritornano nella loro terra. Li osserva e scorge ciechi, zoppi, donne incinte e donne partorienti (v. 8).

Una comitiva davvero singolare. Nessuno se la sentirebbe di scommettere sulla riuscita del viaggio: con gente simile non si va lontano, non si cammina spediti. La loro condizione è disperata: sono ciechi incapaci di orientarsi, zoppi che non riescono a muoversi, donne appesantite dalla gravidanza o afflitte dai dolori del parto. Solo un miracolo del Signore può condurre alla meta un gruppo così mal assortito.

Eppure sono proprio le persone ridotte in questo stato che attirano lo sguardo del Signore e lo muovono a compassione. Egli ama ogni uomo, ma ha premure e attenzioni particolari per chi è in difficoltà. È su chi è come gli esiliati a Ninive che egli si china per portarli alla vita.

Questi salvati dalla deportazione, chiamati a ripercorrere a ritroso il cammino che li ha condotti lontano dalla patria, raffigurano coloro che, dopo essersi allontanati dal Signore, sono divenuti prigionieri dei vizi, delle cattive abitudini, del peccato, non hanno più la forza di tornare a Dio e forse neppure lo desiderano.

Se la liberazione dipendesse solo da loro, se dovessero contare solo sulle loro forze morali, avrebbero tutte le ragioni per rassegnarsi alla schiavitù.

Anche i deportati si ritenevano un resto di falliti, invece fu da loro che Dio fece ripartire la storia di Israele.

Nell’ultima parte del brano (v. 9) Geremia descrive, ricorrendo alle immagini dell’esodo dall’Egitto, il ritorno di questi deportati. Attraversano il deserto senza incontrare alcuna difficoltà, non patiscono né fame né sete, come invece era accaduto ai loro padri in fuga dalla schiavitù del faraone. Il Signore fa loro incontrare fiumi d’acqua e traccia una strada diritta e comoda sulla quale non possono inciampare.

Le parole consolanti del profeta vengono riproposte oggi per ricordare che la storia di questi esiliati è la nostra. Chi si allontana dal Signore fa l’esperienza del “pianto” (v. 9), ma il cammino del ritorno, pur impegnativo e difficoltoso, è anche disseminato di soddisfazioni che, come tante sorgenti d’acqua zampillante nel deserto, il Signore si impegna a farci incontrare.

 

 

Seconda Lettura (Eb 5,1-6)

 

1 Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2 In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza; 3 proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo.

 4 Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. 5 Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse:

 “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”.

 6 Come in un altro passo dice:

 “Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchìsedek”.

 

La Lettera agli ebrei è stata scritta per cristiani di origine giudaica che avevano sì creduto in Cristo, ma continuavano a provare nostalgia per il tempio di Gerusalemme e per le solenni cerimonie che ivi si svolgevano. Su di loro incombeva la tentazione di ritornare alle pratiche rassicuranti dell’antica religione.

L’autore della lettera – un cristiano molto istruito nelle Scritture e nelle tradizioni del popolo d’Israele – chiarisce questa difficoltà spiegando ai suoi fratelli di fede che Cristo è un sacerdote infinitamente superiore a quelli dell’antica Alleanza.

Nel brano di oggi egli richiama anzitutto le caratteristiche dei sacerdoti che offrivano i sacrifici nel tempio. Essi dovevano essere scelti da Dio; non potevano attribuirsi questo onore senza essere stati chiamati dal Signore, come Aronne. Poi dovevano essere uomini, non angeli, infatti solo chi sperimenta nella propria carne la debolezza umana è in grado di comprendere la fragilità e i peccati dei fratelli e sa essere solidale con loro (vv. 1-4).

Gesù possiede ambedue queste caratteristiche.

Non si è attribuito la gloria di essere sommo sacerdote, ma gli è stata conferita dal Padre (vv. 5-6). Poi è pienamente uomo: ha fatto l’esperienza del dolore e della tentazione e, dunque, è in grado di compatire i nostri errori (vv. 7-10).

Questa lettura ha un messaggio consolante non solo per gli ebrei nostalgici della loro religione, ma anche per alcuni cristiani di oggi che forse ancora rimpiangono gli antichi riti, le tradizioni, i vecchi catechismi così chiari e precisi, le devozioni così rassicuranti. Oggi la chiesa consegna loro Cristo nelle Scritture e nel pane eucaristico e questo duplice alimento è immensamente più gustoso e solido di qualunque altro cibo del passato.

 

 

Vangelo (Mc 10,46-52)

 

46 Mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.

48 Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”.

 49 Allora Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. E chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. 50 Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 Allora Gesù gli disse: “Che vuoi che io ti faccia?”. E il cieco a lui: “Rabbunì, che io riabbia la vista!”. 52 E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”.

E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

 

Con questo brano si chiude la parte centrale del vangelo di Marco nella quale Gesù ha chiarito qual è la meta del suo viaggio e ha esposto le esigenze morali cui si deve adeguare chi vuole seguire i suoi passi: amore gratuito, senza riserve e senza limiti, rinuncia ai beni e a ogni ambizione, servizio disinteressato ai fratelli.

Gesù ha già percorso buona parte del suo cammino: è partito dalla Galilea, è sceso lungo il Giordano e ora si trova a Gerico. Mancano solo 27 chilometri per raggiungere la meta. Sta per iniziare la salita verso la città santa e con lui ci sono i discepoli e molta folla (v. 46).

Dal punto di vista storico la presenza di una grande folla accanto a Gesù è verosimile perché, in occasione della pasqua, le carovane di pellegrini si recavano a Gerusalemme numerose, ma dal punto di vista teologico è sorprendente. Non si comprende come sia possibile che tanta gente segua ancora Gesù dopo che, con chiarezza, egli ha annunciato il destino che lo attende, il calice amaro che deve bere, le acque impetuose dell’odio, della persecuzione e del martirio nelle quali si deve immergere (Mc 10,38).

C’è una sola spiegazione: chi lo accompagna non ha capito o non ha voluto capire il significato delle sue parole. Nemmeno i discepoli si sono ancora liberati dall’idea distorta di messia che hanno in mente. Nel loro intimo, continuano ad illudersi, a sperare che le fosche previsioni da lui fatte siano state pronunciate in un momento di amarezza e di sconforto e sono convinti che alla fine tutto si concluderà con un trionfo.

La loro condizione spirituale è simile a quella dei ciechi, hanno occhi impenetrabili a qualunque fascio di luce, insensibili di fronte ai colori più intensi. Il Maestro li ha prima rimproverati, inutilmente: “Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete?” (Mc 8,17-18), poi ha cominciato a curare la loro cecità, con fatica, intervenendo più volte, come ha fatto con il cieco di Betsàida (Mc 8,22-26). La parte centrale del vangelo di Marco è tutta dedicata a questi suoi tentativi.

Ora è a Gerico e, prima di iniziare la salita verso Gerusalemme, compie un ultimo segno: guarisce un altro cieco.

In occasione della pasqua, i giudei si mostravano particolarmente generosi nell’elargizione delle elemosine: si sentivano in dovere di coinvolgere anche le persone meno favorite nella gioia della festa. Per i mendicanti l’uscita della città di Gerico, là dove la strada comincia a inerpicarsi verso Gerusalemme, era il luogo ideale per piazzarsi e implorare un aiuto dai pellegrini ben disposti.

Fra questi mendicanti seduti ai margini della strada, c’era, al momento del passaggio di Gesù con il gruppo dei discepoli, un cieco, identificato con il cognome, Bartimeo.

Il resoconto del suo incontro con Gesù, riferitoci da tutti e tre i sinottici, è ben più di una pagina di cronaca. Nell’intenzione dell’evangelista Marco è anche una parabola, un’allegoria dell’uomo illuminato da Cristo.

Bartimeo è l’immagine del discepolo che finalmente apre gli occhi alla luce del Maestro e si decide a seguirlo lungo la via.

Consideriamo le tappe che lo hanno portato alla guarigione.

La prima inquadratura ce lo mostra seduto lungo la via (v. 46).

Vivere è muoversi, progettare, costruire, coltivare ideali. Bartimeo invece, più che vivere, sopravvive, è immobile, ripete come un automa gli stessi gesti e le stesse parole, si fa accompagnare ogni giorno negli stessi ambienti; pare rassegnato alla condizione infelice che un infausto destino gli ha assegnato.

Rappresenta l’uomo che non è stato ancora illuminato dal vangelo e dalla luce della Pasqua: non cammina verso una meta, brancola, coinvolto nel perenne e misterioso succedersi del nascere, vivere e morire.

Chiede l’elemosina (v. 46). Non è autosufficiente, deve mendicare tutto, anche gli affetti, dipende dagli altri, dalle cose, dagli avvenimenti.

Il primo passo che compie verso la guarigione è la presa di coscienza della sua situazione (v. 47).

Solo chi si rende conto che sta conducendo una vita senza senso, inaccettabile, si decide a cercare una via d’uscita. C’è anche chi si adatta alla propria condizione, chi si affeziona alla malattia che gli consente di vivere pigramente di elemosine, chi si compiace del proprio stato. Bartimeo non si rassegna alla tenebra nella quale è immerso.

Un giorno si rende conto che qualcosa sta per cambiare. Sente parlare di Gesù (vv. 47-48) e capisce che gli si sta per presentare l’occasione della vita: può incontrare il “Figlio di Davide”, ascoltare la sua voce risanante, aprire gli occhi. Supera le esitazioni e le paure, l’imbarazzo e la vergogna. Grida, chiede aiuto, non vuole più rimanere nel suo stato.

Anche la guarigione dalla cecità spirituale inizia da una profonda inquietudine interiore, dal rifiuto di una vita priva di valori e di ideali, da un’intima insoddisfazione che stimola a cercare proposte alternative, rende attenti ai discorsi nuovi, a modelli di vita diversi da quelli che la società e la morale corrente propongono.

L’incontro con coloro che seguono il Maestro è il primo passo verso la luce (v. 47). Prima di raggiungere Cristo ci si imbatte nei discepoli e ci sono delle difficoltà da superare.

Chi riflette e comincia a chiedersi se ciò che sta facendo abbia un senso, si rende presto conto di muoversi contromano, si sente subito contrastato nel proprio sforzo di incontrare la luce del cielo. I colleghi di bisbocce, i soci in affari ambigui e anche gli amici, magari in buona fede, frappongono ostacoli, invitano a tacere, suggeriscono di lasciar perdere i temi evanescenti della fede, sorridono dei tormenti dell’anima, obiettano che si tratta di preoccupazioni di gente psicologicamente labile.

Di fronte a questa opposizione il cieco non si scoraggia, continua a invocare la luce, non si vergogna della sua condizione, non nasconde la sua angoscia; grida, chiede aiuto a chi può aprirgli gli occhi.

Anche coloro che accompagnano Gesù possono costituire un impedimento per chi cerca di accostarsi alla luce del vangelo. Pare impossibile che chi ha seguito il Maestro dalla Galilea, ha ascoltato la sua parola e appartiene al gruppo dei discepoli possa essere ancora spiritualmente cieco (Mc 8,18) e costituire un intralcio per chi vuole incontrare Cristo.

Eppure è accaduto a Gerico, dove “molti sgridavano Bartimeo per farlo tacere”, e continua ad accadere oggi.

Verificare se si è stati realmente illuminati da Cristo o se lo si segue solo materialmente è abbastanza semplice. Lo rivela la sensibilità che si ha al grido del povero che chiede aiuto. Chi ne rimane infastidito, chi finge di ignorarlo o cerca di metterlo a tacere, chi è occupato in progetti più elevati, più devoti, più sublimi e non ha tempo di prendersi cura di chi brancola nel buio, chi crede che ci sia qualcosa di più importante che fermarsi ad ascoltare, a capire, ad aiutare chi desidera incontrare il Signore, costui, anche se adempie in modo impeccabile tutte le pratiche religiose, è ancora cieco.

Gesù ode il grido di Bartimeo (v. 49) ed esige che gli sia condotto dinanzi.

La sua chiamata non giunge direttamente al cieco, c’è qualcuno incaricato di trasmetterla.

Questi mediatori rappresentano gli autentici seguaci di Cristo, sensibili al grido di chi cerca la luce. Sono coloro che dedicano gran parte del loro tempo all’ascolto dei problemi dei fratelli in difficoltà, che hanno sempre parole di incoraggiamento, che indicano ai ciechi il cammino che conduce al Maestro.

Nelle parole che rivolgono a chi ha trascorso una vita nelle tenebre dell’errore non c’è alcun rimprovero, ma solo inviti alla gioia e alla speranza: “Coraggio! Alzati, ti chiama” (v. 49).

Siamo così giunti all’ultima tappa. Il cieco balza in piedi, getta via il mantello e corre incontro a colui che gli può dare la vista (v. 50).

Sono gesti davvero improbabili, non è così che un cieco normalmente si comporta. Sarebbe più logico attendersi che, sistematosi il mantello sulle spalle e movendosi con passo incerto, egli si facesse accompagnare da Gesù. Invece getta via tutto, balza in piedi e corre spedito.

Così come si presenta, la scena non può che avere un valore simbolico e un messaggio teologico da comunicare.

In Israele il mantello era considerato l’unico bene posseduto dal povero: “È la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; senza di esso come potrebbe coprirsi quando dorme?” (Es 22,26). Come ogni mendicante, Bartimeo se l’è collocato sulle proprie ginocchia e se ne serve per raccogliervi le elemosine. Il gesto di abbandonarlo, insieme ai pochi spiccioli che qualche passante benevolo vi ha collocato, indica il distacco completo, deciso, radicale dalla condizione in cui è vissuto. La vita condotta fino a quel momento non gli interessa più.

Il suo gesto richiama quello che i catecumeni delle comunità di Marco compivano nel giorno del loro battesimo: gettavano via il vestito vecchio, rifiutavano ciò che impediva loro di correre dietro al Maestro. Era il segno della rinuncia alla vita antica, alle abitudini, ai comportamenti incompatibili con le scelte di chi è stato illuminato da Cristo.

Il racconto si conclude con il dialogo fra Gesù ed il cieco (vv. 51-52).

Il Maestro chiede a ogni uomo che cerca la luce di fare la sua professione di fede, di credere in colui che può aprirgli gli occhi.

L’incontro con Cristo e con la sua luce colloca in una condizione non facile.

Bartimeo prima era seduto, ora deve mettersi a camminare; prima aveva una sua “professione” che, bene o male, gli dava da mangiare, ora deve inventarsi una vita completamente nuova; prima aveva un luogo dove abitare, viveva fra persone conosciute e amiche, ora deve partire per un’avventura che si presenta impegnativa e rischiosa.

Chi si avvicina a Cristo non deve illudersi di andare incontro a una vita comoda e senza problemi. L’esperienza di Bartimeo insegna che è molto arduo il cammino che attende chi ha accolto la luce; essa obbliga a rivedere abitudini, comportamenti, amicizie, esige che vengano gestiti in modo radicalmente nuovo la vita, il tempo, i beni.

Chi vuole essere illuminato da Cristo deve scegliere fra il vecchio mantello e la luce.

10月13日

XXIX DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 539-546

 

 

Quale corona, quale diadema sceglie Dio?

 

Il primo scisma nella chiesa è avvenuto sotto gli occhi di Gesù: due discepoli contro dieci e dieci contro due (Mc 10,35-41). Il motivo del contendere: non una discussione teologica o il rifiuto di qualche dogma, ma la smania per il potere, la competizione per i primi posti. Fu l’inizio di una dolorosa storia di divisioni e conflitti ecclesiali, sempre determinati da rivalità meschine.

Quando qualcuno vuole prevalere sugli altri il gruppo si sgretola. Ma nemmeno il sistema democratico elimina i litigi, perché non li cura alla radice, è solo un gioco di equilibri, un tentativo di conciliare opposti egoismi.

Gesù ha costituito i Dodici perché nel mondo fossero il segno di una società nuova in cui fosse abolita ogni pretesa di dominio e si coltivasse un’unica ambizione: il servizio del più povero. Impresa ardua. La mentalità di questo mondo si è infiltrata, fin dall’inizio, anche nella chiesa e lungo i secoli sono riemersi i criteri di questo mondo: il dominio, il possesso, l’asservimento dell’altro.

La tiara, il celebre copricapo del papa, era il simbolo dell’autorità e della giurisdizione universale del vescovo di Roma. Resta incerta la sua origine, ma nel secolo XIII era costituita da una sola corona, nel secolo seguente da due e, pochi decenni dopo, da tre corone sovrapposte, simboli dei tre regni su cui il papa estendeva il suo potere: il cielo, la terra e sottoterra. Eletto papa, Paolo VI compì un gesto storico: se la pose sul capo e subito se la tolse, questa volta per sempre. Il triregno era un simbolo troppo equivoco, troppo compromesso, incompatibile con l’unico diadema glorioso che aveva ornato il capo del Maestro, la corona di spine.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Grande è colui che serve”

 

 

Prima Lettura (Is 53,2a.3a.10-11)

 

Il Servo del Signore 2 è cresciuto come un virgulto davanti a lui

 e come una radice in terra arida.

 3 Disprezzato e reietto dagli uomini,

 uomo dei dolori che ben conosce il patire.

10 Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

 Quando offrirà se stesso in espiazione,

 vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

 si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

 11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

 e si sazierà della sua conoscenza;

 il giusto mio servo giustificherà molti,

 egli si addosserà la loro iniquità.

 

Gli uomini vogliono vincere, non perdere; cercano di dominare, non di servire. Dio la pensa in modo opposto e, per educare il suo popolo ad accettare la logica del dono della propria vita, fin dall’Antico Testamento ha indicato un modello: il suo Servo fedele.

Ci siamo già imbattuti più volte in questo personaggio misterioso, oggi ci viene ripresentato per prepararci a comprendere e ad accogliere il messaggio impegnativo del vangelo.

Nella prima parte del brano (vv. 2-3) è descritto l’aspetto umile di questo Servo: spunta come un piccolo arbusto del deserto, cresce in una terra priva d’acqua, non ha nessuna delle caratteristiche che attirano l’attenzione degli uomini: la bellezza, la forza, la ricchezza; al contrario, è debole, disprezzato, sconfitto.

La seconda parte del brano (vv. 10-11) evidenzia il giudizio opposto di Dio. Ciò che gli uomini considerano un fallimento, per il Signore è un successo.

È attraverso il sacrificio, la sofferenza, il dono di sé che Dio attua i suoi progetti di salvezza. Proprio perché vittima dell’odio, dell’ingiustizia, della violenza, il Servo libera i suoi stessi persecutori dalle loro iniquità.

Costituisce l’immagine perfetta di Gesù che ha salvato gli uomini non dominandoli, ma umiliandosi, inginocchiandosi davanti a loro per servirli, donando la propria vita.

 

 

Seconda Lettura (Eb 4,14-16)

 

14 Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede.

15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.

 

I vangeli sinottici riferiscono che Gesù, all’inizio della vita pubblica, è stato sottoposto alle tentazioni del diavolo. In seguito gli evangelisti non riprendono più l’argomento. Solo Luca lascia intendere che queste tentazioni sono continuate anche dopo; riferisce, infatti, che “il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato” (Lc 4,13).

Il brano della Lettera agli ebrei che ci viene proposto oggi affronta con chiarezza questo tema.

Cristo è in grado di capire le nostre debolezze perché egli stesso è stato tentato in tutto come noi. L’unica differenza è che, mentre noi spesso siamo infedeli a Dio, egli non cedette mai al peccato.

Questa affermazione è motivo di grande consolazione. Ci mostra un Gesù molto vicino, sensibile ai nostri problemi. Egli non ha fatto finta di essere uomo, lo è stato realmente; è passato attraverso tutte le difficoltà che noi dobbiamo affrontare e sa quanto è difficile e costi mantenersi fedeli a Dio, specialmente quando si è provati dal dolore.

Un po’ più avanti nella stessa lettera, l’autore, tornando sull’argomento, aggiunge: benché egli fosse figlio di Dio, imparò da quello che soffrì quanto sia duro per l’uomo obbedire e accettare la volontà di Dio (Eb 5,8).

 

 

Vangelo (Mc 10,35-45)

 

35 Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. 36 Egli disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: 37 “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. 38 Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. 39 E Gesù disse: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40 Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”.

41 All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. 42 Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43 Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45 Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

 

Gesù è in cammino verso Gerusalemme; precede i suoi discepoli con passo spedito ed essi lo seguono timorosi perché, per ben due volte, ha già spiegato loro quale sia la meta del viaggio.

Nei versetti immediatamente precedenti al brano di oggi, il Maestro, per la terza volta, annuncia il suo destino: verrà insultato, condannato a morte, flagellato e ucciso (vv. 32-34).

Come reazione ci aspetteremmo, da parte dei discepoli, un tentativo di dissuaderlo a proseguire il viaggio, il suggerimento di fermarsi un momento in attesa di tempi migliori. Nulla di tutto questo.

Eppure è impossibile che, dopo avere udito parole tanto chiare sul destino di Gesù, essi continuino a illudersi che egli salga a Gerusalemme per dare inizio al tempo messianico, inteso come regno di questo mondo.

Sanno benissimo che il loro maestro deve passare attraverso l’umiliazione e la morte, ma hanno anche già cominciato a pensare a ciò che accadrà dopo.

A questo punto la loro insensatezza raggiunge il culmine. I loro sogni di gloria non si arrestano nemmeno di fronte alla morte, riescono a superare anche questa prospettiva, data ormai per scontata. Questo rivela quanto siano radicate nell’uomo la smania del potere e l’aspirazione a occupare i posti d’onore.

Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo, si presentano a Gesù e, di fronte a tutti, senza un minimo di discrezione, gli dicono: “Noi vogliamo che tu faccia ciò che ti chiederemo!” (v. 35). Non domandano “per favore”, ma esigono, come chi reclama un diritto.

Ricordano che, dopo il primo annuncio della passione (Mc 8,31), Gesù ha parlato del giorno in cui “verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” (Mc 8,38). Hanno rimosso tutto il resto del discorso del Maestro, ma questo termine gloria, impiegato da Gesù una sola volta, non l’hanno più dimenticato e lo hanno collegato all’insegnamento dei rabbini che, riferendosi al messia, assicurano che egli “siederà sul trono della gloria” per giudicare e che al suo fianco si assideranno i giusti.

Giacomo e Giovanni pretendono esplicitamente di essere elevati fino al cielo, di poter comandare anche là. È la più sfacciata e la più cieca delle arroganze, mostra dove può condurre la volontà di emergere, insita nel cuore umano.

Quando Marco scrive questo brano, le cose sono radicalmente cambiate: Giacomo ha già dato la vita per Cristo, è morto martire a Gerusalemme (At 12,2) e Giovanni sta dedicandosi generosamente alla causa del vangelo. Alla fine hanno dunque dato prova di aver capito l’insegnamento del Maestro e la comunità primitiva nutre per loro un’immensa venerazione. Ecco la ragione per cui Luca evita di riferire l’episodio e Matteo lo modifica, garantendo che è stata la loro madre a farsi avanti, e pone sulle labbra della donna parole più educate (Mt 20,20-24). La vicenda però si è svolta come l’ha raccontata Marco.

I due fratelli non erano semplici discepoli, ma due figure eminenti della chiesa primitiva, eppure, di fronte alla proposta centrale del messaggio cristiano, per molto tempo hanno manifestato anch’essi un’incomprensione totale. Si sono adeguati, anche se con una certa difficoltà e dopo aver sollevato obiezioni, ad alcune delle esigenze morali del Maestro, quella del matrimonio indissolubile per esempio; hanno abbandonato tutto per seguirlo, ma quando egli ha parlato di rinuncia al dominio, al potere... non sono proprio riusciti a capirlo.

L’obiettivo di Marco è far riflettere i cristiani delle sue comunità. Persino dopo una persecuzione violenta come quella di Nerone riemergeva fra loro la competizione per i primi posti.

I cristiani più esemplari, più impegnati, più disponibili al servizio dei fratelli, coloro che collaborano attivamente a tutte le iniziative comunitarie sono spesso i più tentati di imporsi agli altri e la loro ingenua volontà di primeggiare finisce sempre per creare dissapori. Non ci si deve stupire che si manifestino queste debolezze; anche i più eminenti fra gli apostoli ne sono stati vittime.

Quando fra i suoi discepoli riemergevano le pretese di onori, di privilegi, di primi posti, Gesù non si mostrava tenero (Mc 8,33; 9,33-36) perché ogni ambizione, anche quella che può apparire innocente, mette in causa il punto centrale della sua proposta. Con Giacomo e Giovanni è stato duro e severo: “Voi non sapete quello che chiedete”. Poi, per aiutarli a comprendere, ha introdotto due immagini: quella del calice e quella del battesimo.

 La prima si rifà a una pratica ben nota in Israele: il padre o colui che occupava il primo posto a mensa, come gesto di stima e di affetto, era solito offrire da bere dal suo stesso calice alla persona che prediligeva. Questa immagine è ripresa spesso nella Bibbia, qualche volta in senso positivo: “Il Signore è parte della mia eredità e mio calice” (Sl 16,5), il più delle volte in senso negativo: “Gerusalemme, hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira” (Is 51,17).

Il calice indica il destino, buono o cattivo, di una persona. Gesù sa che lo attende un calice di dolore, un calice dal quale vorrebbe essere risparmiato (Mc 14,36), ma che deve essere bevuto, per entrare nella gloria.

L’immagine del battesimo ha lo stesso significato: indica il passaggio attraverso le acque della morte. Le sofferenze e gli affanni ai quali è sottoposto il giusto sono spesso paragonati dalla Bibbia a un’immersione in acque profonde o allo scroscio di acque impetuose (Sl 69,2-3; 42,8).

Sono pronti, Giacomo e Giovanni, a bere il calice del Maestro? Sono disposti a seguirlo sulla via del dono della vita? Se la sentono di immergersi con lui nelle acque della sofferenza e della morte?

Essi hanno capito e, pur di raggiungere il loro obiettivo, sono decisi anche a patire.

Gesù rispetta la loro lentezza nel comprendere i disegni di Dio. Annuncia che, un giorno, anch’essi condivideranno il suo destino di sofferenza e di morte, berranno al suo stesso calice, daranno la vita.

Poi risponde alla loro richiesta: il posto nella gloria è un dono gratuito del Padre, non è qualcosa che può essere conquistato presentando dei meriti. Essi commettono l’errore di immaginare il regno di Dio sul modello dei regni di questo mondo dove c’è la scalata ai primi posti. Non riescono a capire che, davanti a Dio, non si possono avanzare pretese basate sulle buone opere: da lui si riceve tutto in dono (v. 40).

 

La reazione indignata degli altri dieci mostra come anch’essi siano ben lontani dall’aver assimilato il pensiero del Maestro ed ecco lo scisma all’interno del gruppo.

Nella comunità dei discepoli si riproduce ciò che era accaduto a Israele dopo la morte del re Salomone. La frenesia del potere di Roboamo aveva causato la divisione del regno: due tribù si erano schierate contro dieci e dieci contro due (1 Re 12). La storia del loro popolo avrebbe dovuto insegnare qualcosa ai discepoli.

Gesù prende di nuovo la parola per chiarire il tema delle gerarchie e dell’esercizio del potere all’interno della sua comunità (vv. 41-45). Lo fa dopo aver chiamato a sé i discepoli, espressione che in Marco serve a concentrare l’attenzione su un messaggio particolarmente significativo.

“Voi sapete – spiega Gesù – che coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere” (v. 42).

Dall’espressione “coloro che sono ritenuti capi” traspare la sottile ironia del Maestro nei confronti dei detentori del potere, ironia che diviene più esplicita nel passo parallelo di Luca dove Gesù parla di coloro che “esercitano il completo dominio” sugli altri e, per giunta… “pretendono di essere chiamati benefattori” (Lc 22,25).

L’analisi del modo come questi capi adempiono il loro compito serve a Gesù per definire il modo in cui va svolto il ministero della presidenza all’interno della comunità cristiana.

I discepoli hanno sotto gli occhi vari modelli di autorità. Conoscono i capi politici e quelli religiosi, i rabbini, gli scribi, i sacerdoti del tempio. Tutti esercitano il potere allo stesso modo: danno ordini, pretendono privilegi, esigono di essere riveriti come prescrive il cerimoniale; davanti a loro bisogna inginocchiarsi, baciare la mano, dosare attentamente i titoli scegliendo quelli convenienti e adeguati alla posizione e al prestigio di ognuno.

È a queste autorità che i discepoli si devono ispirare?

Non devono sussistere dubbi o perplessità su questo punto. Ai suoi discepoli Gesù dà un ordine chiaro e tassativo: “Fra di voi non così!” (v. 43). Nessuno di questi tipi di autorità può essere preso a esempio.

Il modello da imitare – spiega – è lo schiavo, colui che occupa il livello più basso nella società, colui al quale tutti sono in diritto di dare ordini. Come il servo è sempre attento, giorno e notte, ai desideri del suo padrone, così chi svolge il ministero della presidenza nella comunità cristiana deve considerare tutti come suoi superiori, deve sentirsi l’ultimo e il servo di tutti.

I discepoli dei rabbini seguivano il maestro e apprendevano i suoi insegnamenti, obbedivano a ogni suo ordine, andavano a piedi mentre egli cavalcava un asino, si mantenevano a debita distanza e si prestavano a compiere tutti i servizi, anche i più umili, come pulirgli la casa e lavargli i piedi. Erano disposti ad abbassarsi pur di divenire un giorno essi stessi dei rabbini e aver diritto agli stessi privilegi e alla stessa posizione sociale elevata del maestro.

Gesù rifiuta questa logica, non vuole che qualcuno lo serva. Si colloca in mezzo ai suoi come colui che serve e ricorda a tutti che “il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (v. 45). Non esige che gli lavino i piedi, è egli stesso che si china per lavarli ai discepoli.

Per completare il quadro possiamo ricordare altri atteggiamenti che sono stati duramente condannati da Gesù, atteggiamenti di fronte ai quali il cristiano deve provare un’istintiva repulsione: dare spettacolo, farsi notare (Mt 23,5), andare vestiti con divise, con abiti speciali, per distinguersi dagli altri (Mc 12,38); pretendere i posti d’onore nelle feste, i primi seggi nelle sinagoghe; esigere di essere chiamati “rabbi”, “maestro”, “padre” (Mt 23,6-10).

Il severo messaggio del Maestro è rivolto a coloro che nella chiesa sono investiti di autorità, ma non solo. Chiunque vuole seguire il Maestro deve considerarsi il “servo” di tutti.

10月11日

CELEBRARE IL MATRIMONIO - Gianfranco Venturi

1. SPOSARSI: PERCHE’

 

Due giovani si incontrano, scoprono di volersi bene. Cominciano a domandarsi il senso di ciò che sta av­venendo. Si chiedono: che cosa vuol dire amarsi uomo e donna?

Scoperto che amarsi come amici è diverso da amarsi come uomo e donna, si domandano: «Ci sposiamo oppure no?». Oggi, alcuni pensano che il rapporto tra un uomo e una donna sia un affare privato che non riguarda né la società né la Chie­sa e perciò rifiutano di passare attraverso dei riti sociali.

Se scoprono l'importanza del celebrare il loro amore, allora decidono di sposarsi. Ma si affaccia un'altra domanda: spo­sarsi in Chiesa o in comune?

Coloro che hanno deciso di celebrare non stipulano semplice­mente un contratto, anche se questo gesto ha molti aspetti che riguardano i diritti e i doveri reciproci. Non festeggiano una semplice amicizia, ma l'amore nuziale, in tutte le sue di­mensioni e implicanze: spirituali, corporali, sociali.

Nel rito nuziale ciascuno degli sposi dice all'altro: «lo prendo te... come mia/o sposa/o

e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita».

Queste parole, semplici ma ricche di significato, sono una ve­ra e solenne dichiarazione di amore, di culto («onorarti») e di fedeltà all'altro in ogni circostanza della vita (sempre: «in tutti i giorni»). Possono essere pronunciate da qualsiasi persona che si sposa, anche non credente.

 

Sposarsi “davanti alla Chiesa”

 

Coloro che scelgono di sposarsi in Chiesa scoprono, nel loro gesto, un ulteriore significato, quello sacramentale: la partico­lare presenza e azione del Signore risorto.

Il giorno del Matrimonio essi escono dalle rispettive case con i parenti e si recano là dove di solito si riuniscono i cristiani, la domenica. Un giorno il Signore li ha fatti incontrare nel mon­do; ora essi, rispondendo a quella chiamata, vanno al grande «Incontro». L'appuntamento avviene certamente tra loro, ma anche con la Chiesa, con Cristo, per celebrare un Amore che li supera.

2. LITURGIA DELLA PAROLA

 

Gli sposi, che si incontrano nella Chiesa, sono come Mo­sè e il popolo d'Israele al monte Sinai: ascoltano Dio che si rivela e vuole entrare in relazione più stretta con loro, non individualmente, ma come «coppia». Sigillano un'al­leanza tra loro e con Dio. Si tratta di un progetto antico come l'uomo, raccontato nelle pagine della Bibbia e vissuto nella celebrazione.

 

I due rispondono ad una chiamata….

 

All'inizio di ogni sposalizio ci sta sempre un'iniziativa di Dio, una vocazione. Le prime pagine della Bibbia ci dicono che Dio chiama l'uomo a lasciare la sua casa e a unirsi alla sua donna, per formare una sola carne in modo indissolubile (Gn 2,18-24; Mc 10,6-9; Mt 19,3-6). L'incontro tra un uomo e una donna non è un caso. Come è avvenuto agli inizi, ogni uomo si trova davanti la sua donna, e la donna il suo uomo. Insieme scopro­no, sotto la guida dello Spirito, di essere donati l'uno all'altra.

CELEBRARE IL MATRIMONIO - Gianfranco Venturi

…entrano in un’alleanza

 

Sposandosi, in coppia fa un'alleanza. Quando i due decidono di sposarsi «nel Signore» (Tb 8,5-10), allora il patto nuziale è simbolo, cioè rimanda e rende presente l'alleanza di Dio con il suo popolo (Ger 31,31-32.33-34), di Cristo con la sua Chiesa. Gli sposi sono introdotti nel «grande evento» del patto di amore di Dio con il suo popolo (Ef 5,2.21-33) e sono chiamati a rivelarlo.

 

…e in una storia d’amore

 

Questa Nuova alleanza ha, come l'Antica, la sua legge, che è quella dell'amore (Mt 22,35-40) e delle Beatitudini (Mt 5,1­12). La celebrazione introduce o inizia gli sposi allo stato del­l'amore nuziale, attingendo alla sorgente dell'Amore. Così i due sono abilitati ad amare come Dio ama (1Gv 4,7-12) e co­me Cristo ha amato (Ef 5,2.21-33; Gv 15,9-12; 15,12-16). Ri­mangono nel suo amore, fedeli in tutte le prove (Rm 8,31­35.37-39), fino alla morte (Cant 2,8-10.14.16; 8,6-7).

 

…di cui sono vivente memoria

 

Come ogni celebrazione cristiana, anche il Matrimonio è un memoriale: rende presente l'amore di Dio per il suo popolo, di Cristo per la Chiesa. Quando Dio vuole rivelare il suo amore ricorre sempre all'immagine dell'amore nuziale, non sempli­cemente per usare un paragone, ma per dire che nell'amore di una coppia egli è presente e porta a compimento il suo pro­getto di amore per tutta l'umanità.

La storia umana si apre (Gn 1,26-28.31) e si chiude (Ap 19,1.5-9) con una celebrazione di nozze. La vita pubblica di Gesù inizia con il «primo segno» del banchetto nuziale di Ca­na (Gv 2,1-12); nel mezzo, lungo tutta la storia della salvezza, stanno tutte le diverse realizzazioni dell'amore e le difficoltà derivanti dal peccato.

Con il matrimonio uomo e donna accolgono quella benedizio­ne che Dio diede alla prima coppia (Gn 1,26-28.31) e continua incessantemente lungo la storia (Eb 7,9-10.11-17). Non si tratta di un semplice augurio: con la sua benedizione, Dio at­testa di essere presente nella loro vita. Egli fa in modo che l'a­more di coppia non si esaurisca in un rapporto a due, ma di­venti creativo, come l'amore trinitario che si effonde su tutte le creature e dà origine a tutto (Gn 1,26-28.31; Tb 8,5-10; Sal 127). I figli sono il frutto della benedizione divina.

Sposandosi, la coppia fonda la sua vita sulla Parola che, di giorno in giorno, svela le linee del progetto di Dio (Mt 7,21.24­29). Ha la missione di «lavorare» per attuare questo progetto (Gn 1,26-28.31) e divenire cosi luce e sale della terra (Mt 5,13-16).

 

…diventano segno

Sposandosi, i due vengono introdotti nell'amore di Cristo per la Chiesa e ricevono la missione di farlo conoscere e rendere presente nella storia umana. Innanzitutto ciascuno rivela al­l'altro (è Sacramento) come Dio ama. Ciascuno conosce Dio nell'altro che gli è posto davanti come «ossa delle sue ossa» e insieme «immagine di Dio-amore». Entrambi partecipano dell'amore creativo di Dio e sono capaci di dare la vita. En­trambi, con la loro vita, rivelano ai figli e al mondo (sono Sa­cramento) che Dio è amore.

Sono resi «segno e primizia» della carità di Dio, che «incessantemente sospinge a una vocazione di amore, verso la gioia di una comunione senza fine» (Prefazio III).

 

3. LITURGIA EUCARISTICA

 

I progetto di Dio, rivelato nella liturgia della Parola, trova la sua realizzazione nelle parole e nei gesti che compiono gli sposi e la Chiesa tutta.

Dopo l'ascolto delle letture, inizia un dialogo tra il sacerdote e gli sposi, in cui questi ultimi manifestano il loro «sì» al proget­to di Dio. È un dialogo tra Dio e gli sposi in cui essi dichiarano: la loro libera e consapevole volontà di sposarsi, la disponibilità a percorrere la via del matrimonio, amandosi e onorandosi l'un l'altro per tutta la vita, la volontà di accogliere responsa­bilmente e con amore i figli, quale dono di Dio ed educarli se­condo il Vangelo.

CELEBRARE IL MATRIMONIO - Gianfranco Venturi

Gli sposi si danno la mano

All'invito del sacerdote, gli sposi si danno la mano. È un gesto antichissimo per indicare lo sposalizio. Nel libro di Tobia noi leggiamo che «Raguele prese la mano destra di sua figlia, la mise in quella di Tobia e disse: – Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe sia con voi; egli vi unisca e adempia in voi la sua benedizione –» (Tb 7,13).

Le mani che si uniscono e le parole che le accompagnano co­stituiscono il gesto fondamentale del Matrimonio e stanno a significare:

    l'alleanza che gli sposi stringono tra loro e la pace che in­tendono porre a fondamento della loro vita;

il donarsi l'uno all'altra, fino a lasciarsi «prendere» per tutti i giorni della vita, il consegnarsi e accettarsi reciprocamente;

    il congiungersi dei corpi e della vita nell'amore;

    la volontà di vivere insieme, di aiutarsi, «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia».

Questo gesto umano, che anche i non credenti possono fare, acquista per gli sposi cristiani un più profondo significato. È un gesto cultuale: ciascuno offre tutto se stesso all'altro, come in un «sacrificio». Scopre nell'altro qualcosa di Dio e lo «onora». In questo clima, il patto che viene espresso a parole immette in una dimensione di un più grande amore, quello umano e divino di Cristo.

Grazie agli occhi della fede, gli sposi vedono che, nel gesto che essi compiono, si rende presente quello di Gesù quando, nell'ultima cena, disse ai discepoli di «prendere» il «pane» del suo corpo). Ciascuno degli sposi «prende» nelle sue mani la vita e il corpo dell'altro, come qualcosa di prezioso.

 

Si scambiano gli anelli

 

Ciascuno degli sposi mette al dito dell'altro l'anello come «se­gno del suo amore e della sua fedeltà» sigillata » nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». È un gesto rega­le. Le mani, cioè le persone, vengono incoronate nel nome della Trinità. Ognuno dice all'altro: «Ricevi questo anello»; ognuno porterà come una corona l'amore e la fedeltà dell'al­tro. E’ un gesto impegnativo: consegnando l'anello, ciascuno si fa suddito dell'altro e gli promette davanti a Dio, come nei grandi rituali delle incoronazioni, fedeltà e amore.

L'anello al dito è un memoriale: non solo ricorda il giorno del Matrimonio, ma indica che chi lo porta sta vivendo ciò che in quel giorno è stato solennemente promesso all'altro. In que­sto modo egli rende presente nella storia l'amore di Cristo per la Chiesa. L'anello è un segno ecclesiale.

 

…benedicono Dio…

Gli sposi preparano la mensa e presentano le offerte. Con questo gesto diventano segno di Gesù che invita al banchetto e si mette a servire i suoi. Tale gesto continuerà nella vita fa­miliare quotidiana. Unendosi a Cristo, per mezzo del sacerdo­te, essi ringraziano Dio per l'avvenimento nuziale, in cui si ri­flette la lunga storia d'amore tra Dio e l'umanità. Fanno me­moria della Nuova alleanza che Gesù ha fatto con la sua Pa­squa; di questa alleanza essi si sentono ora partecipi.

 

…sono da lui benedetti…

L'amore ha spesso molti nemici; «il male è accovacciato alla porta di casa» (Gen 4,7). Ostacoli, tentazioni, incomprensioni, morte si ergono attorno all'oasi dell'amore. Per questo esso è affidato alla grazia di Dio. Come fu per Sara e Tobia, «l'angelo del Signore si accampa accanto a quelli che lo temono e li sal­va da ogni pericolo» (Salmo 33,8). Appena i due hanno mani­festato il consenso, il sacerdote e tutta la comunità augurano agli sposi che Dio «li ricolmi di ogni benedizione» e niente possa «separare ciò che Dio ha unito».

Dopo la preghiera eucaristica in cui hanno benedetto Dio, do­mandano la benedizione degli sposi. Il sacerdote stende le mani verso gli sposi in segno di invocazione dello Spirito e pronuncia una solenne preghiera di benedizione.

 

Comunicano al Corpo e Sangue di Cristo

 

lAll'invito del sacerdote, gli sposi si scambiano il bacio della pace. Questo gesto, fatto molte volte durante la Messa, rive­ste per loro un significato particolare: non sono più antagoni­sti o estranei, ma in pace tra loro, in forza dell'alleanza fatta. Vale per loro la beatitudine di Gesù: «Beati gli operatori di pa­ce, perché saranno chiamati figli di Dio».

Al momento della Comunione, il sacerdote dona loro il Corpo di Cristo. Solitamente è una particola o piccolo pane spezzato in due, per indicare come i due «formano un corpo solo». Do­na poi il Calice della Nuova alleanza; gli sposi bevono da que­st'unico Calice per indicare la loro unità.

Comunicare al corpo di Cristo non è solo segno di unità. Poi­ché il «corpo di Cristo», secondo l'insegnamento di san Paolo e dei Padri, é anche la Chiesa, gli sposi ricevono e comunica­no con la Chiesa. Si ricevono mutuamente, comunicano tra di loro in Cristo e nella Chiesa; entrano nel suo mistero.

 

Iniziano un cammino di amore

 

Celebrando il matrimonio, gli sposi vengono introdotti da Dio in uno stato abituale di esistenza, abilitati ad uno stile di vita. Come è vero che si nasce in un istante, ma quell'istante avvia un processo inarrestabile, così il Sacramento attende di cre­scere, fiorire e portare frutto nella vita quotidiana. L'Eucaristia è il punto di riferimento, da cui gli sposi possono trarre ispira­zione e forza nella vita quotidiana.

CELEBRARE IL MATRIMONIO - Gianfranco Venturi

Prosegue il nostro percorso finalizzato a riscoprire i Sacramenti. Affrontiamo, con questa scheda, il Matrimonio.Lo vediamo intimamente legato all'Eucaristia. Ci fa da guida un quadro. Ne evidenziamo gli elementi. Ne facciamo emergere il senso.

 

Il quadro

 

Si percepiscono tre piani. Sono distinti, ma collegati tra loro.

Sullo sfondo sta una croce luminosa. Vi è appeso un uomo che ha il cuore aperto.

In secondo piano c'è una mensa. Su di essa sono posti un pane ed un calice.

In primissimo piano, uno a destra ed uno a sinistra, stanno due coniugi. Sono attorniati da tante persone che formano un mezzo cerchio.

 

Il messaggio

 

Tutto nasce, per la fede cristiana, dal cuore aperto di Cristo crocifisso e risorto. Egli è lo sposo che ama l'umanità, sino al dono della sua vita. La croce mostra ora la sua fecondità, il suo splendore.

La morte e risurrezione di Gesù sta li per tutti, come cibo e bevanda sopra un tavolo. Chiunque può accedere a questa mensa. Essa è l'Eucaristia.

È possibile ora, per un uomo e una donna, sposarsi nel Signore. Lo fanno quando essi guardano esplicitamente al Cristo crocefisso come ad una fonte zampillante, che regala lo Spirito (Gv 4,12).

In particolare, durante il rito, i due mangiano di quel Pane e bevono a quel Calice. Possono allora amarsi come Lui ci ha amati e riversare sul mondo le energie della Pasqua. Sono accolti, in questo nuovo ruolo, da una comunità.

 

10月6日

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Ed. Messaggero, Padova, pp. 529-538

 

 

Lascia i beni e avrai il Bene

 

Scelto come arbitro della gara musicale fra il flauto di Pan e la lira di Apollo, il re Mida aveva attribuito la vittoria al primo. Solo uno sprovveduto, uno con la sensibilità musicale di un asino poteva sbilanciarsi in un simile giudizio. Gli crebbero orecchie asinine e divenne il simbolo dell’uomo scriteriato. Un giorno Dioniso, riconoscente per un favore ricevuto, gli permise di manifestare un desiderio, promettendo di esaudirlo. Mida, senza riflettere e guidato dalla sua proverbiale stoltezza, chiese che ogni cosa da lui toccata si mutasse in oro e così avvenne, ma da quel momento non fu più in grado né di mangiare né di bere.

Di questi miti sorride solo chi non si rende conto che rispecchiano la nostra realtà e denunciano scelte insensate che sono le nostre.

Siamo noi che, fra il suono della lira apollinea, simbolo dell’armonia, dell’equilibrio delle passioni, della moderazione, e la melodia del flauto, strumento di seduzione e stimolo agli eccessi, preferiamo il secondo.

La bramosia insaziabile dell’oro, la cupidigia dei beni, l’idolatria del denaro sono causa di preoccupazione, inquietudine e affanno, tolgono il respiro e rendono impossibile la vita, ma continuano a essere ritenuti obiettivi per i quali vale la pena vivere. Tutto ciò che si tocca – la professione, la ricerca scientifica, le amicizie, la famiglia e, a volte, la stessa religione – è apprezzato… se produce oro. Questa è la follia.

“Uomo dalle orecchie d’asino” era considerato dai saggi dell’antichità, “pazzo” è stato definito da Gesù chi fa dell’accumulo dei beni lo scopo della propria esistenza (Lc 12,20).

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Non voglio puntare la vita sui beni, ma sul Bene”

 

 

Prima Lettura (Sap 7,7-11)

 

7 Pregai e mi fu elargita la prudenza;

 implorai e venne in me lo spirito della sapienza.

 8 La preferii a scettri e a troni,

 stimai un nulla la ricchezza al suo confronto;

 9 non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,

 perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia

 e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento.

 10 L’amai più della salute e della bellezza,

 preferii il suo possesso alla stessa luce,

 perché non tramonta lo splendore che ne promana.

 11 Insieme con essa mi sono venuti tutti i beni;

 nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

 

L’intelligenza, la capacità di scoprire i misteri della scienza e della tecnica, la ricchezza, la salute, la bellezza, il potere, possono essere ereditati dai propri genitori. La sapienza no. La saggezza che induce a fare scelte sensate e permette di ottenere la pienezza di vita, non viene dagli uomini, ma dal cielo, è dono di Dio.

Salomone racconta così la sua origine: “Sono un uomo mortale, come tutti, formato di carne nel seno di una madre, frutto del seme di un uomo e del piacere coniugale. Appena nato ho respirato l’aria comune, levando nel pianto, uguale a tutti, il mio primo grido” (Sap 7,1-3).

Era un bambino straordinario, fin da piccolo rivelò doti eccezionali, ma gli mancava la qualità più importante, quella che nessun uomo si può dare, la sapienza. La lettura di oggi spiega come la ottenne: “Pregai e mi fu elargita” (v. 7).

Il riferimento è al celebre sogno sul monte di Gàbaon dove il Signore apparve a Salomone in sogno, durante la notte, e gli disse: “Chiedimi ciò che io devo concederti”. Salomone rispose: “Io sono un ragazzo; non so come regolarmi. Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1 Re 3,4-15).

L’istruzione, la cultura, l’erudizione sono fornite dagli insegnanti e dai precettori, la capacità di discernere ciò che è bene e ciò che è male può essere ottenuta solo mediante la preghiera, attraverso l’incontro con Dio sul monte dove egli si rivela. Se si rimane in basso, se non si eleva il cuore a Dio nell’ascolto della sua parola, si è condizionati dai pensieri degli uomini, privi della prudenza (v. 7).

Nella seconda parte del brano (vv. 8-10) Salomone tesse l’elogio della sapienza divina concessagli dal cielo e, paragonandola alle creature più affascinanti, conclude: tutto ciò che gli uomini apprezzano, gemme, oro, argento, al confronto sono un nulla (v. 8), sono un pugno di sabbia, fango (v. 9); la salute, la bellezza fisica (cantata da un intero libro della Bibbia, il Cantico dei Cantici) il possesso di regni, scettri e troni non meritano di esserle paragonati (vv. 9-10). Neppure la luce, la più splendida delle creature, regge il confronto, perché la sapienza “è più bella del sole, supera ogni costellazione di astri, vince la luce del giorno” (Sap 7,29).

Ma davvero per scegliere la saggezza bisogna rinunciare a tutto ciò che è bello nel creato?

L’autore del libro della Sapienza non mostra alcun disprezzo per i beni temporali, egli è convinto che siano molto buoni e proprio per questo li paragona alla sapienza. Tutto ciò che Dio ha fatto è bello e buono, ma è per ottenere questi beni che è necessaria la sapienza.

Nell’ultima parte del brano (v. 11) Salomone riconosce che, proprio per aver scelto la sapienza, il Signore gli ha concesso tutti gli altri doni.

La sapienza è una sposa deliziosa. Chi si lega a lei per amore, chi non volge gli occhi ad altre sapienze, anche se seducenti, chi la introduce nella propria casa, farà una scoperta sorprendente: in dote lei porterà con sé ogni bene.

 Chi diviene saggio, chi impara a dare alle creature il loro giusto valore e fa scelte conformi al progetto di Dio non perde nulla, guadagna tutto: ottiene la vera gioia.

 

 

Seconda Lettura (Eb 4,12-13)

 

12 La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.

13 Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.

 

Le chiacchiere vuote non producono nulla, non trasformano il cuore dell’uomo. La parola di Dio è completamente diversa e l’autore del brano di oggi ne elenca le caratteristiche.

Essa è viva ed efficace. Una volta uscita dalla bocca del Signore produce sempre qualche effetto perché possiede in sé la vita e la forza di Dio. Il profeta Isaia la paragona alla pioggia che non cade mai inutilmente, non torna in cielo senza aver fecondato la terra (Is 55,10-11).

 Se le nostre comunità rimangono sempre le stesse, se la vita delle nostre famiglie non migliora, questo dipende dal fatto che la parola che predicatori, catechisti e genitori annunciano non è né viva né efficace, non è parola di Dio, ma solo sapienza di uomini.

 Poi è tagliente e penetrante più di una spada affilata; è dura e inflessibile, non si lascia piegare dai venti delle nuove dottrine e penetra inesorabile fin nell’intimo di chi l’ascolta. Non è una piuma che accarezza né una stampella cui ci si può appoggiare per tirare avanti anche in condizioni di paralisi spirituale.

Infine è giudice di ogni azione. La parola che lascia quieti e tranquilli, che non disturba, che permette di convivere con cattive abitudini, capricci, animosità, risentimenti, non è parola di Dio.

 

 

Vangelo (Mc 10,17-30)

 

17 Mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. 18 Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”.

 20 Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. 21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. 22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.

23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!”. 24 I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: “Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. 26 Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: “E chi mai si può salvare?”. 27 Ma Gesù, guardandoli, disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”.

28 Pietro allora gli disse: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. 29 Gesù gli rispose: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, 30 che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.

 

Marco ha inserito le richieste più impegnative della morale cristiana nella sezione centrale del suo vangelo, non prima, perché possono essere capite solo da chi ha fatto la scelta di seguire Cristo nel dono della vita. Domenica scorsa Gesù ha parlato dell’indissolubilità del matrimonio, oggi pone i discepoli di fronte alla necessità di rinunciare a tutti i beni per seguire lui.

Nella prima parte del brano (vv. 17-22) entra in scena, correndo, un giovane ricco che si getta in ginocchio di fronte a Gesù e gli chiede: “Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” (v. 17).

Il comportamento di quest’uomo è davvero singolare, pare un malato che si avvicina a Gesù per implorare la grazia della guarigione.

Dal seguito del racconto apprendiamo che è una persona retta e che è cosciente di aver condotto una vita irreprensibile. Eppure si percepisce che in lui è presente una profonda inquietudine, una pena intima e indefinita che lo fa soffrire quasi fosse un’infermità spirituale. Cerca Gesù perché ha intuito che solo da un maestro insigne come lui può venire la parola che comunica serenità e speranza.

È preparato anche dal punto di vista teologico: non parla di “conquistare, meritare, avere diritto”, ma di ereditare la vita eterna. L’eredità non è guadagnata, non la si riceve come premio, come salario di un lavoro, ma è data gratuitamente. Come ogni pio israelita, è cosciente che da Dio tutto si riceve in “eredità”: la terra (Sl 135,12), la legge (Sl 119,111), la benedizione, le promesse (Ebr 6,12), il regno di Dio (Mt 25,34), il Signore stesso, eredità d’Israele (Sl 16,5). Nulla è concesso come ricompensa per le buone azioni. Tutto è dono.

Malgrado abbia capito che la vita eterna è un’eredità, chiede a Gesù cosa deve ancora fare. Si rende conto che non deve solo attendere, ma che è necessario disporsi perché il Signore non forza nessuno ad accogliere il suo dono.

Com’erano soliti fare i rabbini, Gesù gli risponde con una controdomanda che può essere parafrasata così: Tu hai già un maestro insigne, Dio che ti istruisce attraverso le Scritture. Cosa pretendi di più? Non è forse scritto: “Tutti saranno ammaestrati da Dio” (Gv 6,45)? Poi, per aiutarlo nella sua ricerca, gli richiama i precetti che il Signore ha rivelato al suo popolo e che costituiscono la condizione minima per accedere alla vita. Cita il decalogo, ma in modo incompleto, tralascia i primi tre comandamenti, quelli che riguardano Dio. Per lui è sufficiente l’osservanza dei doveri nei confronti dell’uomo, infatti, l’unico modo per manifestare amore a Dio è condividere il suo progetto in favore dell’uomo, come ha ben compreso l’apostolo Giovanni: “Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1 Gv 4,11).

L’osservanza dei comandamenti non costituisce però un merito, è motivo di riconoscenza al Signore, l’unico maestro buono che ha consegnato al suo popolo la legge della vita. Rifletteva il salmista : “Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti” (Sl 112,1) e, con acutezza, i rabbini chiosavano: la gioia si trova “nei suoi comandamenti”, non nella ricompensa che riceverà chi li osserva. Il bene compiuto è premio a se stesso, come il male castiga chi lo commette.

La risposta del ricco è sorprendente. Dichiara, convinto, di aver osservato tutti i comandamenti fin dall’uso della ragione (v. 20).

Giovanni assicura che “chi sostiene di essere senza peccato è bugiardo” (1 Gv 1,8). Qualche dubbio sull’affermazione del giovane ricco pare dunque ragionevole.

Probabilmente non era proprio senza macchia, anch’egli doveva aver ceduto a qualche debolezza, eppure il suo giudizio sereno e pacato contiene un prezioso messaggio: è un invito a valutare con un certo ottimismo la propria vita. Davanti a Dio – esorta Giovanni – dobbiamo rassicurare il nostro cuore “qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1 Gv 3,19-20). La presenza di qualche manchevolezza non impedisce di considerare buona, nel suo complesso, una vita spesa per amore. Angosciarsi, sentirsi rifiutati da Dio, autopunirsi perché non si è perfetti non è segno di santità, ma di orgoglio. Non è lecito chiamare bene ciò che è male, ma non si può nemmeno essere crudeli con se stessi, altrimenti si finisce per diventarlo anche con gli altri.

I rabbini insegnavano che, per essere giusti, era sufficiente osservare i comandamenti. Gesù, udita l’affermazione del ricco, “lo fissò e lo amò” (v. 21).

Marco si compiace di ricordare gli sguardi di Gesù: quello indignato contro i farisei (Mc 3,5), quelli rivolti ai suoi ascoltatori (Mc 3,34), alla folla che lo circonda (Mc 5,32), ai discepoli (Mc 10,23), al disordine che regna nel tempio (Mc 11,11). Egli guarda l’uomo ricco con affetto, con compiacimento, perché lo vede preparato per fare il salto di qualità e allora butta lì la richiesta decisiva: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi” (v. 21).

I rabbini parlavano spesso dei forzieri del cielo in cui sono conservati i tesori accumulati dai giusti sulla terra. Insegnavano: “I giusti attendono con piacere la fine e lasciano questa vita senza paura. Infatti hanno presso Dio un tesoro di opere”. Gesù riprende questa immagine per mettere in risalto l’inconsistenza dei beni di questo mondo e per indicare il modo di impiegarli secondo Dio. Potremmo parafrasare così la sua proposta: “Spogliati di tutti i beni che hai, non buttarli via, ma regalali a chi è nel bisogno; rimarrai povero e Dio sarà il tuo tesoro”.

Non si tratta di un nuovo precetto, aggiunto a quelli del decalogo, ma dell’invito ad aderire a una logica completamente nuova. Chiede la rinuncia a qualunque impiego egoistico non solo del denaro, ma di tutti i beni, dell’intelligenza, della salute, della bellezza, del proprio tempo, di tutte la capacità ricevute da Dio. Non si può essere suoi discepoli se non si stacca il cuore da ciò che si possiede. Insensato è chi trattiene gelosamente per sé i beni fino a quando giungerà, ineluttabile, il momento dell’esproprio.

Anche i filosofi cinici avevano predicato il radicale distacco dalla proprietà. Cratete, discepolo di Diogene, si era sbarazzato delle sue considerevoli sostanze gettandole in mare. Di fronte ai beni di questo mondo, Gesù assume un atteggiamento completamente diverso. Non li disprezza, non invita a distruggerli, ma indica come valorizzarli: vanno donati ai poveri. Non chiede di dare qualcosa in elemosina, ma di rinunciare a tutto.

Come rendere praticabile questa esigenza?

È stata escogitata una soluzione ingegnosa. Si è spiegato che questa non è una condizione indispensabile per essere discepoli, si tratta di un consiglio riservato ad alcuni eroi. I cristiani sono stati così divisi in due classi: da una parte i “perfetti”, coloro che, facendo voto di povertà, si impegnano a praticare integralmente ciò che Gesù ha ordinato; dall’altra i “cristiani semplici”, che possono continuare a possedere i loro beni, rassegnandosi però a rimanere “imperfetti”.

Questa soluzione è un trucco maldestro per sfuggire alla richiesta che Gesù rivolge, non ad un gruppo ristretto di “perfetti”, ma a chiunque voglia essere suo discepolo.

L’ideale del cristiano non è la miseria, la fame, la nudità, ma la condivisione fraterna dei beni che Dio ha messo a disposizione di tutti. Peccato non è diventare ricchi, ma arricchire da soli. Nel Vangelo dei Nazareni, un libro apocrifo del II secolo d.C., l’episodio è riferito con l’aggiunta di alcuni particolari curiosi. Dopo la richiesta del Maestro, “il ricco incominciò a grattarsi il capo; non era contento. Allora il Signore gli fece osservare: molti dei tuoi fratelli, figli di Abramo, affondano nella sporcizia e muoiono di fame, mentre la tua casa è ricolma di ogni bene e nulla ne esce per loro”.

In Marco la vicenda si conclude in modo amaro: il ricco sceglie di rimanere con i suoi beni; non ha il coraggio di fidarsi della proposta di Gesù, non se la sente di rischiare, ha paura di perdere tutto e, triste, si allontana. È afflitto perché non è riuscito a staccarsi dai beni. Non si è reso conto che il cuore dell’uomo è fatto per l’amore infinito e fintanto che è schiavo delle cose non può che rimanere deluso e infelice.

Il chicco di grano, una volta seminato, germoglia, cresce e produce lo stelo e la spiga; questo processo non può essere diverso, perché asseconda la natura del seme. L’uomo è fatto ad immagine di Dio e nel suo cuore sente, incontenibile, il bisogno di infinito. Anche se represso, tacitato, dimenticato, questo desiderio riemerge e nessuna creatura è mai in grado di saziarlo.

Il racconto non è concluso, ma non è difficile ricostruire il seguito.

Il giovane ricco non era un inesperto, mosso dall’entusiasmo di un momento; era cresciuto alimentando profonde convinzioni religiose, perciò non è pensabile che, dopo l’incontro con Gesù, si sia abbandonato alle dissolutezze, abbia cominciato a trasgredire i comandamenti. Ha certamente continuato a essere giusto, pio e a condurre una vita impeccabile… ma non è diventato cristiano, non è riuscito a fare il salto di qualità.

 

La seconda parte del brano (vv. 23-27) riferisce la considerazione di Gesù sul pericolo della ricchezza. È lei l’impedimento più grave per chi vuole diventare discepolo. Possiede la forza seduttrice di un dio perché, ogni volta che si ricorre a lei, risponde concedendo ciò che le si chiede. Costituisce un ostacolo quasi insormontabile per chi vuole entrare nel regno dei cieli. “È più facile – assicura Gesù – che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

Qualcuno ha cercato di interpretare questa strana immagine spiegando che non si tratta di un cammello, ma di una gomena (le due parole in greco sono molto simili), oppure che la cruna d’ago fosse una piccola porta della città di Gerusalemme. Meglio mantenere l’immagine paradossale impiegata da Gesù che parla di una decisione impossibile (v. 27). Il distacco da tutto ciò che si possiede esige un atto di generosità tale che solo un miracolo di Dio può aiutare a compierlo.

I discepoli ai quali il Maestro si rivolge non sono ricchi, eppure rimangono sbigottiti di fronte alle sue parole. Hanno capito che anche chi è povero deve spogliarsi di tutto. Non si tratta di dare molto o poco, ma di offrire tutto ciò che si è e ciò che si ha, molto o poco che sia.

 

Nell’ultima parte (vv. 28-31) sono elencate le persone e le cose da cui il discepolo è chiamato a staccarsi. Riguardo a questa duplice lista, posta prima sulla bocca di Pietro poi su quella di Gesù, notiamo anzitutto l’inattesa presenza dei familiari fra i beni ai quali bisogna rinunciare.

È facile confondere l’amore con l’attaccamento morboso. C’è un egoismo personale, ma c’è anche un egoismo più subdolo, che può ammantarsi di virtù, ed è l’egoismo familiare. Chi pensa solo a sé, alla propria moglie e ai propri figli rimane un egoista, è incapace di guardare oltre la soglia della propria casa. Non può essere felice perché ha atrofizzato il proprio cuore, reprimendo l’amore universale per il quale è fatto.

Fra le persone cui si deve rinunciare non è compresa la moglie. La ragione è che Pietro e gli altri apostoli non hanno rinunciato alla propria sposa. Essi non hanno disgregato le loro famiglie; questo non sarebbe stato né giusto né umano. Quando, per ragioni apostoliche, hanno dovuto spostarsi e cambiare residenza, hanno sempre agito di comune accordo con le loro mogli che, generalmente, hanno accettato di accompagnarli (cf. 1 Cor 9,5). L’impegno per il vangelo non può essere posto in contrapposizione con i doveri nei confronti dei familiari.

È significativo infine che, fra le cose di cui il discepolo riceve il centuplo, non compaia il padre. Già in questo mondo l’amore generoso viene compensato con il centuplo in case, fratelli, sorelle, madri, figli e campi, ma non in “padri”. Nella comunità cristiana infatti non devono più esistere “padri” perché tutti sono fratelli; l’unico Padre è quello che sta nei cieli (Mt 23,9).

10月5日

@alleluia 3/C

«Genti tutte, lodate il Signore, popoli tutti, cantate la sua lode»

Salmo 117 (116)

Ecco il terzo CD-Rom della serie «@lleluia 3/C».

Esso completa il cammino di rinnovamento dei materiali a seguito della pubblicazione da parte della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dei Lezionari per le domeniche e le feste (2007) rinnovati secondo la nuova edizione della Bibbia (2008).

La struttura del CD-Rom non cambia. Quanti hanno utilizzato queste pubblicazioni si troveranno, dunque, a loro agio. Non sarà invece difficile addentrarsi in esso per i nuovi.

Relativamente alla «ricerca nei contenuti del CD-Rom» non viene installato nulla sul computer in uso, il «mini server» è gi à predisposto nello stesso Cd­Rom. Esso viene reso attivo in apertura del CD-Rom e ci ò pu ò richiedere qualche minuto di attesa. La ricerca ha la modalità simile a quella dei tradizionali motori di ricerca del web.

L'animazione liturgica si presenta ancora una volta ricca nelle indicazioni, varia, attenta alle molte necessità (e possibilità) in ambito parrocchiale. È una ricchezza che dovrebbe (o, pi ù semplicemente, potrebbe) «defluire» dai ministri fino alle famiglie e ai singoli. Il futuro della vita liturgica sarà dato dal «celebrare in famiglia». Ecco il motivo delle mille attenzioni per i pi ù piccoli o per i bambini/ragazzi. Se la famiglia «celebra», cioè vive intensamente la preparazione e la continuità del momento celebrativo domenicale, allora avrà futuro anche il celebrare ecclesiale. Nascerà una Chiesa calda, partecipe e viva.

Il digitale pu ò essere un aiuto anche in questo. I tanti allegati sono pensati non tanto e solo come degli approfondimenti culturali-teologici-biblici­pastorali..., ma nella prospettiva per piccole attività (o provocazioni!?!) da far giungere alla famiglia. La famiglia così stimolata, ritroverà poi nell'ambito ecclesiale tutto ci ò che le pu ò servire per crescere ed educare/rsi cristianamente. Oggi con la sempre maggiore diffusione delle comunicazioni della posta elettronica anche la parrocchia è chiamata a rendersi, attraverso alcuni laici disponibili, presente direttamente nelle caselle postali dei parrocchiani. Ecco che l'invio di un disegno da colorare da parte dei fanciulli pu ò essere l'occasione perché i genitori si accostino alla lettura della Parola di Dio, o ad una preghiera insieme...

Il copyright per i testi liturgici del «Lezionario delle Domeniche e Feste» (2007) è: «© Fondazione di religione Santi Francesco d'Assisi e Caterina da Siena, Roma» (Conferenza Episcopale Italiana). Gli stessi sono distribuiti in libreria dalla «Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano» che cura anche l'edizione del Messale Romano, cioè della parte ecologica-preghiera

della liturgia.

Le immagini dei tempi liturgici sono date in concessione alla Elledici e copyright: «© CSP Centro Salesiano de Pastoral – Quito / Ecuador» pubblicate con il titolo: «Afiches Litúrgicos de los Evangelios Dominacales. Ciclo B». La realizzazione è di Nelson Jácome V.

Tutte le altre immagini sono copyright: «© Archivio e laboratorio fotografico Elledici». I singoli autori sono segnalati all'apertura della pagina.

Per i testi dell'animazione liturgica c' è una collaborazione a più mani: suor Emanuela M. della Trinità (monaca carmelitana scalza del Monastero «Arca Pacis» di Moncalieri TO) ha redatto gran parte dei testi che sono stati completati (in particolare: celebrare, cantare, vivere, approfondire e adorare) e revisionati da Marino Gobbin. Anche i testi per i ragazzi sono stati curati in collaborazione complementare da Pietro Damu e Marino Gobbin.

Le indicazioni della sezione «cantare» seguono il repertorio in uso (Casa del Padre, Elledici) o altre pubblicazioni. La sezione non è stata ampliata perché si è in attesa dell'ormai annunciato, nuovo ed ufficiale per l'Italia, «Repertorio di canti per la Liturgia» che la Conferenza Episcopale Italiana ha redatto. Rielaborare tutto a partire da questo sussidio avrebbe creato difficoltà nella tempistica, ma non si poteva rinunciare al passato. Per ora sono indicazioni essenziali per un cammino. Ognuno saprà adattare alla propria conoscenza.

Un augurio... Tutti i materiali offerti in questo CD-Rom possano aiutare fedeli e ministri ad attuare concretamente presso ogni comunità ecclesiale l'invito del salmo 117 (116):

«Genti tutte, lodate il Signore,

popoli tutti, cantate la sua lode».

Marino Gobbin