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Su ali d'aquilaNovember 22 Riconciliazione - Il quadro
C'è una prospettiva che sempre più si allarga. Le figure sono contenute in un grande triangolo. In alto domina una croce. E spoglia. C'è una persona luminosa. Ha il cuore aperto che pare una fonte. Allarga le braccia quasi per stringere l'universo intero. Più in basso c'è un cerchio di persone. Tutte ripetono il gesto di allargare le braccia. Resta aperto uno spazio per chiunque voglia entrare. Le persone sembrano li pronte per iniziare una festa.
Il messaggio La parte alta del quadro rappresenta la scena narrata in Gv 20,19-29. Nel primo giorno della settimana viene Gesù. Si presenta ai suoi. Mostra le mani e il costato. Soffia su di loro. Dice «Pace!». Dalla sua morte, dalla sua risurrezione nasce una comunità di peccatori-perdonati. Stanno nel mondo con le braccia spalancate. Con l'annuncio dell'Evangelo, la celebrazione del Battesimo, della Riconciliazione, dell'Eucaristia fanno sperimentare ad ogni creatura la gioia che il Padre prova quando uno dei suoi figli «torna» a casa (Lc 15,11-32). Nella Confessione sono loro che «organizzano la festa», riabbracciano il «fratello», gli fanno gustare la «pace» dello Spirito Santo.
La Riconciliazione - G. VenturiLA RICONCILIAZIONE 1. RICONCILIARSI: PERCHE’ Esiste nella Chiesa un Sacramento detto della Riconciliazione o Penitenza; fino ad oggi lo si chiamava anche «Confessione». Perché questo Sacramento? Non è sufficiente, quando la frattura é avvenuta tra persone, riconciliarsi tra gli interessati? E se si tratta di offesa a Dio, perché ricorrere ad un sacerdote? Non basta rivolgersi a Dio direttamente senza la mediazione di un sacerdote? E poi è sempre utile perdonare?
2. LA LITURGIA DELLA PAROLA
Con i Sacramenti dell'iniziazione i cristiani si sono rivestiti di Cristo (Gal 3,27; Ef 4,1-32 ), sono divenuti «creature nuove» (2 Cor 5,17), «santi e immacolati» (Ef 1,4).
A noi battezzati…
Ma, nonostante il dono del Padre, siamo fragili e deboli, esposti continuamente al peccato, tanto che l'apostolo san Giovanni dice: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Gv 1,8). Per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo il Signore è sempre presente nella Chiesa, specialmente nel sacramento della Riconciliazione; in questo modo egli può raggiungere ogni uomo.
…la parola di Dio…
Con la sua parola - si legge nelle Premesse del nuovo Rito della Penitenza (RP n. 17 e 24) - Dio - illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, - lo chiama alla conversione, - gli infonde fiducia nella misericordia di Dio. Per questo è importante che ogni celebrazione - anche quella individuale - incominci con l'ascolto della parola di Dio.
…rivela il volto del Padre…
Nella celebre parabola del «Padre misericordioso» (Lc 15,11-32) e nelle altre della pecora e della dramma smarrita (Lc 15,
…ci fa riscoprire il peccato…
Davide scopre di avere peccato solo quando il profeta Natan, a nome di Dio, glielo rivela (2 Sam 12,1-13). Solo alla luce della parola di Dio e in particolare della sua misericordia noi scopriamo di essere peccatori. Il grande amore di Dio (ls 5,1-7; Os 11, 1-11; Ef 2, 1-10; 1 Gv 3,1-24; 4,16-21) ci rivela la pochezza del nostro. La presa di coscienza del suo meraviglioso progetto (Dt 30,15-30-, Ef 1,3-14) ci fa toccare con mano il nostro vuoto. La rivelazione della strada della vita che Dio ha tracciato per noi (Es 20,1.21; Dt 6.4-9; 30,15-20) ci guida a scoprire la strada della mole che stiamo percorrendo. La parola di Dio ci porta anche a renderci conto che il peccato è sempre contro Dio, anche quando noi compiamo dei gesti che sembrano non essere contro di lui, ma contro il prossimo. Chi uccide Abele – qualsiasi Abele – colpisce Dio.
…che solo Dio può perdonare
Poiché il peccato è sempre contro Dio, lui solo può perdonarci; da soli non possiamo salvarci. A. J. Heschel riporta la seguente parabola di Rabbi Nachman di Kossou: «Una cicogna era caduta nel fango e non riusciva più a liberare le zampe; le venne un'idea: utilizzare il suo lungo becco. Così ficcò il becco nel fango e, appoggiandosi tutta su di esso, riuscì a tirare fuori le zampe. Ma a che serviva? Le zampe erano fuori, ma il becco era rimasto conficcato. Allora la cicogna ebbe un'altra idea: conficcò le zampe nel fango e tirò fuori il becco. Ma a che serviva? Ora le gambe erano conficcate nel fango...». Questa cicogna, impossibilitata a liberarsi dal fango, è l'immagine eloquente della nostra incapacità a tirarci fuori dal male con le sole nostre forze. Lo sapevano bene i Farisei; quando essi sentirono che Gesù perdonava il paralitico, si domandarono: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7). San Paolo stesso, fedele a questa tradizione, dice guardando a se stesso: «Me sventurato! Chi mi libererà?» Rm 6,16-23). Ma per la sua nuova fede può dire con gioia: «Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!».
Ci chiama alla riconciliazione…
La parola dei profeti che risuona nell'assemblea Is 1,2-18; 5,1-7; 53,1-12; 55,1-11; Ger 2,1-13; Ez 3623-28) è un invito attuale a ritornare a Dio. Gesù, l'ultimo e il più grande dei profeti, che ha iniziato il suo ministero annunciando la riconciliazione, chiama alla conversione (Mt 3,1-12; 4,12-17); per questo infatti egli è venuto (Lc 19,1-10). Questo annuncio è il cuore del Vangelo; risuona continuamente per i singoli e per tutta la Chiesa. Con Gesù la riconciliazione è possibile. Egli lo afferma davanti al paralitico e ai farisei che gli stanno attorno: «Il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati» (Mc 2,10). Di fatto esercita questo potere divino più volte: «Ti sono rimessi i tuoi peccati!» dice al paralitico (Mc 2,1-12), alla peccatrice (Lc 7,36-50) e all'adultera (Gv 8,1-11). Per i contemporanei, questo suo potere e i gesti e le parole che lo accompagnavano era qualcosa di inaudito: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?» (Lc 7,50); «Non abbiamo mai visto nulla di simile!» (Mc 2,12).
…attraverso un Sacramento
Quelli che erano presenti allora e potevano incontrare Gesù, avevano la possibilità di essere riconciliati; ma per quelli che sono venuti dopo la sua vicenda terrena, quale possibilità ci sarebbe stata di ottenere il perdono da Dio? Perché tutti potessero essere partecipi del suo dono, il giorno di Pasqua Gesù dona ai suoi discepoli lo Spirito Santo e affida loro il ministero della riconciliazione: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi» (Gv 20,19-23).La RiconciliazioneLe due facce della riconciliazione
Cristo ha voluto che la sua Chiesa tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, sia il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione. Ha riassunto il suo pensiero nella preghiera che ha affidato ai discepoli e che siamo invitati a dire al termine della liturgia della Parola prima di accedere al rito della Riconciliazione: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». La Riconciliazione ha due momenti o facce, inscindibili tra loro: per la forza dello Spirito incomincia a tu per tu, tra i fratelli, e trova la sua espressione piena nella celebrazione sacramentale: la riconciliazione con Dio e con gli altri fratelli sono un unico evento (Mt 18,15-20.21-35). I gesti della riconciliazione quotidiana portano alla Riconciliazione sacramentale, e questa conduce e rimanda a quella (Mt 5,21-26).
3. LA LITURGIA DELLA RICONCILIAZIONE
Il nuovo Rito della Penitenza o Riconciliazione prevede tre forme di celebrazione: di singoli penitenti, di più penitenti con assoluzione individuale, di più penitenti con confessione e assoluzione generale. Noi fermiamo la nostra attenzione soprattutto sulla seconda forma.
Celebrare individualmente
La Riconciliazione di un singolo penitente evidenzia simbolicamente l'aspetto personalistico della Riconciliazione: - io sono accolto personalmente dal Signore - io sono responsabile del male che ho fatto e ho bisogno di essere perdonato - nella sua grande misericordia il Signore mi raggiunge, mi annuncia il suo perdono, mi rinnova interiormente.
Celebrare comunitariamente
Nella celebrazione comunitaria vengono resi simbolicamente, oltre che gli aspetti sopraccitati, anche quelli della solidarietà, che ci lega nel bene e nel male, e dell'aiuto reciproco che ci dobbiamo prestare per la riconciliazione. Nelle Premesse al rito leggiamo: «Per un arcano e misericordioso mistero della divina provvidenza, gli uomini sono uniti fra di loro da uno stretto rapporto soprannaturale, in forza del quale il peccato di uno solo reca danno a tutti, e a tutti porta beneficio la santità del singolo, e così la penitenza ha sempre come effetto la riconciliazione anche con i fratelli, che a causa del peccato sempre hanno subito un danno» (RP n. 5). La Riconciliazione avviene nella Chiesa - sia perché, per la presenza di Cristo, essa chiama, intercede, aiuta e induce al pentimento e diventa strumento di conversione e di assoluzione dei penitenti (RP n. 6) - sia perché è essa stessa che si presenta al Signore con il peso dei suoi peccati per essere riconciliata con lui (RP n. 3)
Viviamo questo cammino…
Il cammino della Riconciliazione può essere delineato in queste tappe:
Siamo accolti Iniziando la celebrazione della Riconciliazione, noi siamo consapevoli di essere stati cercati come la pecora smarrita, di essere attesi e accolti come il figlio prodigo (Lc 15). Siamo pure invitati a non crederci migliori (vedi il fratello maggiore della parabola) ed accogliere e gioire per la presenza degli altri. La parola di Dio ci raggiunge: quanto viene proclamato è rivolto a noi oggi e ci rivela quello che Dio vuole compiere e ci rende certi che la riconciliazione è possibile, in ogni situazione.
Scopriamo di essere peccatori La parola di Dio fa chiarezza dentro di noi, ci fa scoprire peccatori. Il ricordare quanto lui ha fatto nel passato e vuole compiere oggi suscita in noi il pentimento. Esprimiamo questo con l'esame di coscienza e il pentimento dei peccati.
Confessiamo insieme di essere peccatori All'invito di chi presiede confessiamo insieme davanti a Dio, ai fratelli e ai santi di essere peccatori “in pensieri, parole, opere e omissioni”. Chiediamo ai fratelli e ai santi di unirsi nella nostra preghiera. In una successiva preghiera litanica domandiamo perdono, richiamando alla memoria tutti i gesti di misericordia di Dio. La nostra preghiera culmina giustamente con il Padre nostro, modello di preghiera di ogni peccatore pentito. Tutto questo è espresso nella forma rituale della Confessione generale.
Manifestiamo individualmente i peccati Dopo questa presa di coscienza comune ci rechiamo singolarmente dal ministro e in ginocchio manifestiamo i nostri peccati. Ci affidiamo a Dio e ci lasciamo riconciliare da lui attraverso la mediazione del sacerdote. Da sottolineare – proprio per rispondere alle domande fatte all'inizio – che proprio la presenza simbolica di Cristo nel sacerdote rende possibile e attuale la nostra riconciliazione. In segno della nostra volontà di cambiare vita accettiamo di compiere alcune opere che manifestino il nuovo stile di vita (la penitenza o soddisfazione).
Accogliamo il perdono di Dio Il sacerdote impone le mani su ciascuno: in questo gesto noi vediamo il Padre, che accoglie il figlio che ritorna a lui, il Cristo che ci tocca e guarisce facendoci passare da morte a vita, lo Spirito di Pasqua che si posa su di noi e ci ricrea. Dio riprende in mano la nostra vita e ci rinnova, come avevamo chiesto nella preghiera con il salmo 50: «Crea in me uno spirito nuovo». Questo gesto fondamentale è accompagnato da una preghiera che invoca per noi, dalle Tre Persone divine, «il perdono e la pace» e dichiara la remissione dei peccati. Riceviamo l'assoluzione. In questo modo noi rientriamo in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, grazie alla croce di Cristo, simboleggiata dal segno di croce che il sacerdote fa e che noi tracciamo su noi stessi.
Ci rialziamo, lodiamo Dio come segno della nuova vita e del nostro risorgere, ci alziamo in piedi, accogliamo l'invito di Gesù al paralitico: «Alzati e cammina». Camminiamo rientrando nella comunità-Chiesa per lodare Dio per l'opera compiuta in noi. Ci incamminiamo verso il mondo, riconciliati e capaci dì riconciliazione. Nella festa di Cristo Re"Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te?". Testi di san Josemaría in occasione della festa di Cristo Re (23 novembre, ultima domenica dell’anno liturgico). November 21 Santa Maria Regina della PaceIn questo giorno così particolare, mentre ricordiamo nella preghiera le sorelle claustrali, eleviamo lo sguardo tenero e fiducioso a Maria SS certi di non essere messi da un lato ma presi in grande considerazione... Auguri per la conclusione dell'Anno Liturgico... Santa Maria! Regina della Pace! Madre misericordiosa! Madre degli uomini e dei popoli! Tu che conosci tutte le nostre sofferenze e le nostre speranze, tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al tuo Cuore. Abbraccia con amore di Madre e di serva del Signore, questo nostro mondo umano, che ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. Dona a tutti la Pace, la vera pace di Cristo. Ascoltaci, o Madre mediatrice di Pace. don Marino Gobbin November 18 Cristo ReSignore nostro Gesù Cristo, Tu sei il Re dell'Universo, il centro del cosmo e della storia. Tutto è stato creato per te. Tu sei il primogenito di tutta la creazione. Sei la perfetta rivelazione del Padre. Sei fratello e amico degli uomini. Tu sei la luce che illumina le tenebre. Sei la vita che trionfa della morte. Sei il nostro Redentore e il nostro Liberatore. Noi vogliamo che la tua Regalità d'amore risplenda nella Chiesa e nel mondo. Per questo ti promettiamo di essere fedeli alle promesse del Battesimo e all’impegno della testimonianza nel mondo. Amen. (O.R.)
A conclusione dell’anno liturgico l’abbraccio di Cristo re dell’universo G. Venturi November 16 XXXIV DOMENICA DEL TEMPO COMUNE
Testo preso dal libro del biblista Fernando Armellini Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità Anno B Ed. Messaggero, Padova, pp. 586-596
Il trionfo degli sconfitti
“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: Salve, re dei Giudei! E gli davano schiaffi” (Gv 19,1-3). Come mai Gesù non reagisce, come aveva fatto quando era stato colpito dal servo del sommo sacerdote (Gv 18,23)? L’intronizzazione di un re da burla era un gioco ben noto nell’antichità. Un prigioniero che dopo alcuni giorni doveva essere giustiziato veniva rivestito delle insegne regali e trattato da imperatore. Uno scherno crudele, messo in atto anche nei confronti di Gesù. Nella scena descritta da Giovanni compaiono tutti gli elementi che caratterizzano l’intronizzazione di un imperatore: la corona, il mantello di porpora, le acclamazioni. È la parodia della regalità e Gesù la accetta perché dimostra nel modo più esplicito qual è il suo giudizio sulle ostentazioni di potere e sulla ricerca della gloria di questo mondo. Ambire a sedersi su un trono per ricevere onori e inchini è per lui una farsa anche se, purtroppo, è la più comune e grottesca commedia recitata dagli uomini. Nella scena conclusiva del processo (Gv 19,12-16), Pilato conduce fuori Gesù e lo pone a sedere su una tribuna elevata. È mezzogiorno e il sole è allo zenit quando di fronte a tutto il popolo Pilato, indicando Gesù coronato di spine e rivestito con il mantello di porpora, proclama: “Ecco il vostro re”. È il momento dell’intronizzazione, è la presentazione del sovrano del nuovo regno, del regno di Dio. Per i Giudei la proposta è tanto assurda da apparire provocatoria. Reagiscono furiosi con un rifiuto indignato: “Via, via, crocifiggilo!” (Gv 19,15). Un re così non lo vogliono nemmeno vedere, delude ogni attesa, è un insulto al buon senso. Gesù è lì, in alto, perché tutti lo possano contemplare, illuminato dal sole che brilla in tutto il suo splendore; è in silenzio, non aggiunge una parola perché ha già spiegato tutto. Attende che ognuno si pronunci e faccia la sua scelta. Si può puntare sulle grandezze, sulle regalità di questo mondo oppure seguire lui, rinunciando a tutti i beni e preferendo la sconfitta per amore. Da questa scelta dipendono la riuscita o il fallimento di una vita.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Regna con Cristo chi diviene con lui servo dei fratelli”.
Prima Lettura (Dn 7,13-14)
13 Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, 14 che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto.
Il capitolo dal quale sono tratti i due versetti della lettura si apre con una drammatica visione notturna. Dall’oceano che, nell’antico Medio Oriente, era il simbolo del mondo ostile e del caos, emergono quattro enormi belve: un leone, un orso, un leopardo e una quarta bestia spaventosa, terribile, dalla forza eccezionale; stritola ogni cosa con i suoi denti di ferro (Dn 7,2-8). Il linguaggio e le immagini sono apocalittiche; i riferimenti e le allusioni alla storia dei popoli vanno capiti. Il simbolismo delle quattro fiere è spiegato dall’autore stesso (Dn 7,17-27). Rappresentano i quattro grandi imperi che si sono succeduti e che hanno oppresso il popolo di Dio. Il leone indica il regno sanguinario di Babilonia, la maledetta; l’orso è l’immagine del popolo della Media, vorace e sempre pronto ad aggredire; il leopardo con quattro teste è il simbolo dei persiani che scrutano in ogni direzione in cerca di preda; la quarta bestia, la più spaventosa, raffigura il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, i diadochi. Di questi, uno si presenta particolarmente sinistro, Antioco IV, il persecutore dei santi fedeli alla legge di Dio. Egli detiene il potere proprio nel tempo in cui è scritto il libro di Daniele. La storia d’Israele è stata un susseguirsi di regni crudeli e impietosi con i deboli. Hanno violato i diritti dei popoli e si sono imposti con la violenza e la sopraffazione, si sono comportati da bestie. Il mondo sarà sempre vittima di dominatori arroganti che fanno della forza il loro dio? Il Signore assisterà indifferente all’oppressione del suo popolo? Al veggente è dato contemplare un’altra scena grandiosa: in cielo vengono collocati dei troni e un vegliardo, che rappresenta lo stesso Dio, si asside per il giudizio e pronuncia la sentenza: alle bestie viene tolto il potere e l’ultima viene uccisa, fatta a pezzi e gettata nel fuoco (Dn 7,9-12). Poi cosa accade? È a questo punto che si inserisce il brano della nostra lettura. Daniele continua la sua rivelazione: “Guardando nelle visioni notturne, ecco apparire, con le nubi del cielo, uno simile ad un figlio d’uomo” al quale il vegliardo, Dio, affida il potere, la gloria ed il regno. Figlio d’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo. Dopo tante bestie, ecco finalmente comparire un uomo. L’uomo è immagine di Dio e la sua vocazione è quella di dominare gli animali (Gn 1,28; Sl 8,7-9). Chi è costui? Chi rappresenta? Non viene dal mare come i quattro mostri, ma dal cielo, cioè da Dio. L’autore del libro di Daniele non si riferiva a un singolo individuo, ma a Israele che, dopo la grande tribolazione affrontata sotto Antioco IV, avrebbe ricevuto da Dio un regno eterno, un regno che non sarebbe mai tramontato. Tutti gli altri popoli gli sarebbero stati sottomessi, senza essere oppressi, perché il suo re avrebbe avuto un cuore d’uomo. Con questa profezia, scritta durante la persecuzione dell’empio Antioco IV (167-164 a.C.), l’autore voleva infondere coraggio e speranza nelle persone pie del suo popolo. L’oppressione era ormai alla fine; ancora pochi anni e Dio avrebbe consegnato a Israele il dominio del mondo. Quando si è compiuta questa profezia? Dopo due o tre anni, Israele conquistò infatti l’indipendenza politica. Era dunque giunto il regno del “figlio d’uomo”? Come sempre accade quando l’autorità è intesa come potere e dominio, anche i nuovi liberatori, i Maccabei, si trasformarono presto in oppressori e sfruttatori. La profezia si è compiuta solo con l’avvento di Gesù, il “figlio d’uomo” che ha dato inizio al regno dei santi dell’Altissimo (Mc 14,62). Tutti i regni che si sono susseguiti prima di lui si sono ispirati al medesimo brutale principio: la competizione. Il forte ha soggiogato il debole, il ricco si è imposto al povero, il più capace ha asservito il meno dotato. Nuovi dominatori si sono installati al posto dei loro predecessori, senza rendere più umana la convivenza dei popoli, anzi peggiorandola, perché pensieri e sentimenti rimanevano identici: voracità, crudeltà e sopraffazione. Gesù ha interrotto per sempre il susseguirsi di questi imperi feroci, ha capovolto i valori ponendo al vertice non il potere, ma il servizio. Ha introdotto un criterio nuovo, quello del cuore d’uomo, che è l’opposto del cuore crudele delle belve. Raccontavano i rabbini che, in una notte oscura, un uomo accese una lampada, ma il vento la spense. La accese una seconda volta e poi una terza, ma di nuovo fu spenta. Allora disse: aspetterò che sorga il sole. Allo stesso modo Israele fu salvato dall’Egitto, ma la sua libertà fu spenta dai babilonesi; venne salvato di nuovo, ma fu subito oppresso dai medi, dai persiani e dai greci. Allora disse: attenderò il sole, il regno del messia. Gli ebrei stanno ancora aspettando che sorga questa luce. Anche noi la attendiamo perché ancora non brilla in tutto il suo splendore, ma sappiamo che è già sorta: è Gesù di Nazareth, il cui regno “è come la luce dell’alba, che va aumentando in splendore fino a quando è giorno pieno” (Pr 4,18).
Seconda Lettura (Ap 1,5-8)
5 Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6 che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. 7 Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! 8 Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Da Patmos, una minuscola isola dell’Egeo, un cristiano esiliato “a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù Cristo” (Ap 1,9) scrive a sette chiese dell’Asia Minore, scosse dalla persecuzione scatenata da Domiziano, per esortarle alla perseveranza nella fede. Il nostro brano, tolto dal prologo delle sette lettere che costiuiscono la prima parte del libro dell’Apocalisse, esordisce con un riferimento a Gesù cui sono attribuiti quattro titoli significativi: Cristo, testimone fedele, primogenito dei morti, principe dei re della terra (v. 5). Oggi ci interessa soprattutto l’ultimo, principe dei re della terra, perché è l’invito a valutare con occhi nuovi la storia del mondo. Tutti guardavano all’imperatore di Roma come all’arbitro dei destini dei popoli, all’uomo onnipotente che si spacciava per dio e riempiva delle sue statue tutto l’impero. Invece non era lui a reggere le sorti del mondo: egli era sottoposto a un sovrano superiore, a Cristo cui il Padre aveva consegnato il regno che nessuno mai potrà distruggere. La potenza di un impero si valuta anzitutto dalle dimensioni del territorio su cui si estende. Il regno di Cristo non occupa alcuno spazio geografico, non si basa su dimostrazioni di forza e non consiste nel dominio. I membri di questo regno non sono né soldati, né schiavi, né sudditi, ma sacerdoti (v. 6) chiamati a offrire, con la loro vita, sacrifici graditi a Dio, cioè opere di amore. È questo l’unico ordine che ricevono dal loro re. Ogni gesto di generosità che compiono è un esercizio del loro sacerdozio. Quando sono perseguitati a causa della loro fedeltà al vangelo, offrono a Dio il più gradito dei sacrifici: l’amore eroico verso quegli stessi carnefici che li fanno ingiustamente soffrire e li mettono a morte. L’autore invita le comunità cristiane dell’Asia Minore, inclini a scoraggiarsi a causa della persecuzione, a puntare lo sguardo verso il Signore che viene (v. 7). La sua vittoria è assicurata e ognuno la vedrà, anche se il suo trionfo non sarà di quelli che gli uomini si attendono: non umilierà i suoi nemici, non condannerà coloro che lo hanno trafitto, ma li vincerà convertendo il loro cuore. Tutti riconosceranno il loro peccato e si convertiranno al suo amore. È questa l’unica vittoria che le comunità cristiane devono attendersi. Alla fine del brano (v. 8) Dio appone la sua firma alle affermazioni del veggente dell’Apocalisse, presentandosi come l’Alfa e l’Omega. L’immagine della prima e dell’ultima lettera dell’alfabeto greco è una felice trasposizione nella cultura ellenistica dell’affermazione biblica: “Io sono il primo e l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi” (Is 44, 6). La storia del mondo è una vicenda intermedia: tutto parte da Dio e tutto ritorna a lui. Ai suoi occhi il potere degli imperatori di Roma è un breve interludio, anche se ai cristiani pare tanto doloroso e interminabile.
Vangelo (Gv 18,33-37)
In quel tempo 33 disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei giudei?”. 34 Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. 35 Pilato rispose: “Sono io forse giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. 36 Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. 37 Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.
Nella parte più alta della città di Gerusalemme, in quello che era stato il palazzo del re Erode il grande, Pilato aveva stabilito il suo pretorio. Lì, all’alba della vigilia della Pasqua ebraica, i giudei condussero Gesù con l’accusa di essere un malfattore. È all’interno di questo pretorio che ha luogo il dialogo riferito nel nostro brano. La questione che viene formulata fin dalla prima domanda che il procuratore rivolge a Gesù è delle più delicate: “Tu sei il re dei giudei?”. Da quando nel 63 a.C. Pompeo aveva conquistato Gerusalemme e assoggettato la Giudea al dominio romano, nelle sinagoghe si era cominciato a recitare un salmo, composto da un rabbino imbevuto del pensiero biblico: “Signore, tu sei nostro re. La regalità del nostro Dio è eterna su tutte le nazioni. Tu hai scelto Davide come re d’Israele e hai giurato che la sua discendenza non si sarebbe mai estinta davanti a te. Ora, a causa dei nostri peccati, i peccatori si sono innalzati contro di noi. Guarda, Signore, e suscita un figlio di Davide, nel tempo che tu hai stabilito, per regnare su Israele” (PsSal 17). Era un esplicito rifiuto della potenza straniera. Velleitari tentativi di rimettere in discussione il potere romano erano stati abbozzati fin dal 4 a.C., dopo la morte di Erode. In Perea si era ribellato Simone, uno schiavo di corte che, dopo aver incendiato i palazzi di Gerico, aveva fatto scorrerie in tutto il regno. In Giudea, Atronge, un pastore dalla statura gigantesca aveva inflitto pesanti perdite all’esercito romano. Infine, al tempo del censimento di Quirino (6 d.C.), Giuda il galileo, ricordato anche nel libro degli Atti (At 5,37), aveva iniziato un’altra sedizione a Sefforis, vicino a Nazaret, incitando il popolo a non pagare il tributo a Cesare. Tutte queste rivolte erano state soffocate nel sangue. Così, dal 6 al 36 d.C., la Giudea conobbe un periodo di tranquillità sotto l’autorità dei prefetti di Roma. I movimenti rivoluzionari, fra i quali il celebre partito degli zeloti, comparvero solo in seguito, verso la metà degli anni 40 d.C., quando Roma compì l’insensatezza di inviare in Palestina procuratori crudeli e corrotti. Anche in un periodo di relativa calma come quello in cui governò Pilato (26-36 d.C.), l’accusa di risvegliare sopite speranze nazionaliste e il sospetto di voler restaurare la monarchia davidica risultavano estremamente pericolosi. In questo contesto storico va collocato il dialogo sulla regalità intercorso fra Gesù e Pilato. La prima domanda del procuratore – Tu sei il re dei giudei? – mira a puntualizzare l’accusa e rivela la perplessità di Pilato che si ritrova davanti un uomo solo, disarmato, senza soldati che lo possano difendere, che è stato abbandonato dai suoi stessi amici e schiaffeggiato da un servo di Anna. Non pare proprio il tipo capace di mettere in pericolo il potere di Roma. Gesù risponde con una controdomanda, per costringere il procuratore a prendersi le sue responsabilità: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”, cioè: hai qualche ragione per ritenermi un sedizioso, oppure stai dando retta a chiacchiere? Non ti è stata riferita la mia reazione al tentativo di un mio discepolo di mettere mano alla spada (Gv 18,10-11)? La replica di Pilato è quasi risentita: “Sono io forse giudeo?”, cioè: io sono un funzionario romano e amministro la giustizia in modo autonomo. Poi continua: “La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?” (v. 35). È a questo punto che il tema della regalità di Cristo entra nel vivo. Gesù cerca di aiutare il procuratore a capire: “Il mio regno non è di questo mondo” (v. 36). Pilato conosce solo i regni di questo mondo. Se qualcuno gli parla del regno di Tiberio, subito pensa all’immenso territorio sul quale l’imperatore estende il suo dominio, oppure al tempo, agli anni in cui ha regnato, oppure ancora all’autorità sovrana che egli esercita. Ha in mente anche le caratteristiche ben definite dei regni di questo mondo: sono portati avanti da uomini mossi dall’ambizione, si basano sull’uso della forza e del denaro, vanno difesi con le armi, il forte si impone e comanda e i sudditi devono stare sottomessi e obbedire. Quello di Gesù non ha nulla in comune con questi regni. Egli non uccide nessuno, va lui a morire; non comanda sugli altri, obbedisce; non si allea con i grandi e i potenti, si mette dalla parte degli ultimi, di coloro che non contano nulla. Per gli uomini possedere, conquistare, sterminare sono segni di forza, per Gesù sono indici di debolezza e di sconfitta. Per lui grande è colui che serve. Pilato non capisce di che cosa Gesù stia parlando; riesce solo a fargli una domanda generica: “Dunque tu sei re?” (v. 37). Gesù ha sempre reagito con durezza con chi ha tentato di farlo aderire a una regalità di questo mondo; fin dall’inizio l’ha considerata una proposta diabolica (Mt 4,8-10). Ha deluso le attese messianiche dei suoi discepoli, è fuggito quando il popolo lo voleva proclamare re (Gv 6,15). Ora invece che è sconfitto e ha le ore contate, ora che non c’è più alcuna possibilità di equivoco, di fronte al rappresentante del mondo pagano, proclama solennemente: “Sì, sono re”. Poi spiega: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (v. 37). Non per insegnare delle verità, come facevano i saggi, ma per testimoniare la verità. Per i filosofi greci la verità era la scoperta dell’essenza delle cose, indicava la caduta di ogni velo, di ogni segreto sul senso del loro esistere. Legata a questa verità filosofica c’era la verità storica che consisteva nel raccontare in modo oggettivo, nel riferire i fatti esattamente com’erano accaduti. Diverso è il modo di intendere la verità da parte degli ebrei. Nella Bibbia verità è fedeltà alla parola data, è stabilità e perseveranza, è ciò o è colui di cui ci si può fidare. Dio è verità perché non si smentisce mai, mantiene le promesse fatte, è animato da un amore che nulla e nessuno riuscirà mai a incrinare (Es 34,6). Per un ebreo la verità non è qualcosa di logico, ma di concreto, è ciò che avviene nella storia. Per consolare e illuminare il veggente del libro di Daniele, turbato dagli eventi drammatici della storia del suo popolo, il Signore gli rivela ciò che è scritto nel “libro della verità” (Dn 10,21). È un’immagine per indicare che Dio gli ha manifestato il progetto di salvezza che sta per mettere in atto. Verità sono i disegni di amore del Signore; conoscere la verità significa capire questi disegni e lasciarsi coinvolgere nella loro realizzazione. Gesù è venuto a rendere testimonianza alla verità, perché incarna il progetto di Dio, lo porta a compimento, per questo è la verità (Gv 14,6). Con la sua presenza nel mondo, con tutta la sua vita spesa per amore, dimostra la fedeltà del Signore al suo patto con l’uomo. Ora dovrebbero risultare più chiare molte espressioni usate da Giovanni. Fare la verità (Gv 3,21) e camminare nella verità (2 Gv 4) indicano l’adesione a Cristo con tutta la propria vita; lo Spirito della verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13) è l’impulso divino che, dopo aver introdotto nel progetto di Dio, dà la forza di mantenersi fedeli; la verità rende liberi (Gv 8,32) perché solo chi conduce una vita conforme al vangelo è realmente libero, chi se ne scosta diviene schiavo delle proprie passioni e dei propri idoli. Gesù conclude la spiegazione sul suo regno dichiarando: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (v. 37) e Pilato, che capisce sempre meno, gli risponde: “Cos’è questa storia della verità?”. Al procuratore non interessa la persona di Gesù, ma sapere se costituisce o no una minaccia per il potere di Roma. È refrattario al progetto di Dio, pensa al regno di questo mondo, non alla verità. Insensibile alla voce di Gesù e stanco di udire parole per lui senza senso, interrompe il dialogo. È il simbolo del mondo incredulo che si rifiuta di ascoltare la parola di verità: non trova in essa alcun motivo di condanna, ma non ha il coraggio di prendere posizione e finisce per cedere a scelte di morte. Non è però sulla decisione del procuratore romano di consegnare Gesù per essere crocifisso che cala il sipario sul dramma della regalità. Sul patibolo Pilato fece porre un’iscrizione in tre lingue: in ebraico, latino e greco, perché fosse letta e capita da tutti: “Gesù il nazareno, il re dei giudei” (Gv 19,19). Senza rendersene conto, il rappresentante del più potente regno di questo mondo riconosceva, in modo ufficiale, la regalità di Gesù. Quando i sommi sacerdoti protestarono chiedendogli che la rettificasse, dichiarò che quella dichiarazione era irreversibile: “Ciò che ho scritto rimane scritto” (Gv 19,22). Lui, il depositario dell’autorità dell’imperatore, non la poteva modificare: la vittoria degli sconfitti era iniziata con il loro re innalzato sulla croce. Nessun regno di questo mondo era ormai più in grado di arrestarne l’avanzata. Questa è stata la grande sorpresa di Dio. |
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