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Su ali d'aquila

November 16

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Anno B

Ed. Messaggero, Padova, pp. 586-596

 

 

Il trionfo degli sconfitti

 

“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: Salve, re dei Giudei! E gli davano schiaffi” (Gv 19,1-3).

Come mai Gesù non reagisce, come aveva fatto quando era stato colpito dal servo del sommo sacerdote (Gv 18,23)?

L’intronizzazione di un re da burla era un gioco ben noto nell’antichità. Un prigioniero che dopo alcuni giorni doveva essere giustiziato veniva rivestito delle insegne regali e trattato da imperatore. Uno scherno crudele, messo in atto anche nei confronti di Gesù.

 Nella scena descritta da Giovanni compaiono tutti gli elementi che caratterizzano l’intronizzazione di un imperatore: la corona, il mantello di porpora, le acclamazioni.

È la parodia della regalità e Gesù la accetta perché dimostra nel modo più esplicito qual è il suo giudizio sulle ostentazioni di potere e sulla ricerca della gloria di questo mondo. Ambire a sedersi su un trono per ricevere onori e inchini è per lui una farsa anche se, purtroppo, è la più comune e grottesca commedia recitata dagli uomini.

Nella scena conclusiva del processo (Gv 19,12-16), Pilato conduce fuori Gesù e lo pone a sedere su una tribuna elevata. È mezzogiorno e il sole è allo zenit quando di fronte a tutto il popolo Pilato, indicando Gesù coronato di spine e rivestito con il mantello di porpora, proclama: “Ecco il vostro re”. È il momento dell’intronizzazione, è la presentazione del sovrano del nuovo regno, del regno di Dio.

Per i Giudei la proposta è tanto assurda da apparire provocatoria. Reagiscono furiosi con un rifiuto indignato: “Via, via, crocifiggilo!” (Gv 19,15). Un re così non lo vogliono nemmeno vedere, delude ogni attesa, è un insulto al buon senso.

Gesù è lì, in alto, perché tutti lo possano contemplare, illuminato dal sole che brilla in tutto il suo splendore; è in silenzio, non aggiunge una parola perché ha già spiegato tutto. Attende che ognuno si pronunci e faccia la sua scelta.

Si può puntare sulle grandezze, sulle regalità di questo mondo oppure seguire lui, rinunciando a tutti i beni e preferendo la sconfitta per amore. Da questa scelta dipendono la riuscita o il fallimento di una vita.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Regna con Cristo chi diviene con lui servo dei fratelli”.

 

 

Prima Lettura (Dn 7,13-14)

 

 13 Guardando ancora nelle visioni notturne,

 ecco apparire, sulle nubi del cielo,

 uno, simile ad un figlio di uomo;

 giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,

 14 che gli diede potere, gloria e regno;

 tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;

 il suo potere è un potere eterno,

 che non tramonta mai, e il suo regno è tale

 che non sarà mai distrutto.

 

Il capitolo dal quale sono tratti i due versetti della lettura si apre con una drammatica visione notturna. Dall’oceano che, nell’antico Medio Oriente, era il simbolo del mondo ostile e del caos, emergono quattro enormi belve: un leone, un orso, un leopardo e una quarta bestia spaventosa, terribile, dalla forza eccezionale; stritola ogni cosa con i suoi denti di ferro (Dn 7,2-8).

Il linguaggio e le immagini sono apocalittiche; i riferimenti e le allusioni alla storia dei popoli vanno capiti.

Il simbolismo delle quattro fiere è spiegato dall’autore stesso (Dn 7,17-27). Rappresentano i quattro grandi imperi che si sono succeduti e che hanno oppresso il popolo di Dio. Il leone indica il regno sanguinario di Babilonia, la maledetta; l’orso è l’immagine del popolo della Media, vorace e sempre pronto ad aggredire; il leopardo con quattro teste è il simbolo dei persiani che scrutano in ogni direzione in cerca di preda; la quarta bestia, la più spaventosa, raffigura il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, i diadochi. Di questi, uno si presenta particolarmente sinistro, Antioco IV, il persecutore dei santi fedeli alla legge di Dio. Egli detiene il potere proprio nel tempo in cui è scritto il libro di Daniele.

La storia d’Israele è stata un susseguirsi di regni crudeli e impietosi con i deboli. Hanno violato i diritti dei popoli e si sono imposti con la violenza e la sopraffazione, si sono comportati da bestie.

Il mondo sarà sempre vittima di dominatori arroganti che fanno della forza il loro dio? Il Signore assisterà indifferente all’oppressione del suo popolo?

Al veggente è dato contemplare un’altra scena grandiosa: in cielo vengono collocati dei troni e un vegliardo, che rappresenta lo stesso Dio, si asside per il giudizio e pronuncia la sentenza: alle bestie viene tolto il potere e l’ultima viene uccisa, fatta a pezzi e gettata nel fuoco (Dn 7,9-12). Poi cosa accade?

È a questo punto che si inserisce il brano della nostra lettura. Daniele continua la sua rivelazione: “Guardando nelle visioni notturne, ecco apparire, con le nubi del cielo, uno simile ad un figlio d’uomo” al quale il vegliardo, Dio, affida il potere, la gloria ed il regno.

Figlio d’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo. Dopo tante bestie, ecco finalmente comparire un uomo. L’uomo è immagine di Dio e la sua vocazione è quella di dominare gli animali (Gn 1,28; Sl 8,7-9).

Chi è costui? Chi rappresenta?

Non viene dal mare come i quattro mostri, ma dal cielo, cioè da Dio. L’autore del libro di Daniele non si riferiva a un singolo individuo, ma a Israele che, dopo la grande tribolazione affrontata sotto Antioco IV, avrebbe ricevuto da Dio un regno eterno, un regno che non sarebbe mai tramontato. Tutti gli altri popoli gli sarebbero stati sottomessi, senza essere oppressi, perché il suo re avrebbe avuto un cuore d’uomo.

Con questa profezia, scritta durante la persecuzione dell’empio Antioco IV (167-164 a.C.), l’autore voleva infondere coraggio e speranza nelle persone pie del suo popolo. L’oppressione era ormai alla fine; ancora pochi anni e Dio avrebbe consegnato a Israele il dominio del mondo.

Quando si è compiuta questa profezia?

Dopo due o tre anni, Israele conquistò infatti l’indipendenza politica. Era dunque giunto il regno del “figlio d’uomo”?

Come sempre accade quando l’autorità è intesa come potere e dominio, anche i nuovi liberatori, i Maccabei, si trasformarono presto in oppressori e sfruttatori.

La profezia si è compiuta solo con l’avvento di Gesù, il “figlio d’uomo” che ha dato inizio al regno dei santi dell’Altissimo (Mc 14,62). Tutti i regni che si sono susseguiti prima di lui si sono ispirati al medesimo brutale principio: la competizione. Il forte ha soggiogato il debole, il ricco si è imposto al povero, il più capace ha asservito il meno dotato. Nuovi dominatori si sono installati al posto dei loro predecessori, senza rendere più umana la convivenza dei popoli, anzi peggiorandola, perché pensieri e sentimenti rimanevano identici: voracità, crudeltà e sopraffazione.

Gesù ha interrotto per sempre il susseguirsi di questi imperi feroci, ha capovolto i valori ponendo al vertice non il potere, ma il servizio. Ha introdotto un criterio nuovo, quello del cuore d’uomo, che è l’opposto del cuore crudele delle belve.

Raccontavano i rabbini che, in una notte oscura, un uomo accese una lampada, ma il vento la spense. La accese una seconda volta e poi una terza, ma di nuovo fu spenta. Allora disse: aspetterò che sorga il sole. Allo stesso modo Israele fu salvato dall’Egitto, ma la sua libertà fu spenta dai babilonesi; venne salvato di nuovo, ma fu subito oppresso dai medi, dai persiani e dai greci. Allora disse: attenderò il sole, il regno del messia.

Gli ebrei stanno ancora aspettando che sorga questa luce. Anche noi la attendiamo perché ancora non brilla in tutto il suo splendore, ma sappiamo che è già sorta: è Gesù di Nazareth, il cui regno “è come la luce dell’alba, che va aumentando in splendore fino a quando è giorno pieno” (Pr 4,18).

 

 

Seconda Lettura (Ap 1,5-8)

 

5 Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.

 A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6 che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

 7 Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà;

 anche quelli che lo trafissero

 e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto.

 Sì, Amen!

 8 Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

 

Da Patmos, una minuscola isola dell’Egeo, un cristiano esiliato “a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù Cristo” (Ap 1,9) scrive a sette chiese dell’Asia Minore, scosse dalla persecuzione scatenata da Domiziano, per esortarle alla perseveranza nella fede.

Il nostro brano, tolto dal prologo delle sette lettere che costiuiscono la prima parte del libro dell’Apocalisse, esordisce con un riferimento a Gesù cui sono attribuiti quattro titoli significativi: Cristo, testimone fedele, primogenito dei morti, principe dei re della terra (v. 5).

Oggi ci interessa soprattutto l’ultimo, principe dei re della terra, perché è l’invito a valutare con occhi nuovi la storia del mondo. Tutti guardavano all’imperatore di Roma come all’arbitro dei destini dei popoli, all’uomo onnipotente che si spacciava per dio e riempiva delle sue statue tutto l’impero. Invece non era lui a reggere le sorti del mondo: egli era sottoposto a un sovrano superiore, a Cristo cui il Padre aveva consegnato il regno che nessuno mai potrà distruggere.

La potenza di un impero si valuta anzitutto dalle dimensioni del territorio su cui si estende. Il regno di Cristo non occupa alcuno spazio geografico, non si basa su dimostrazioni di forza e non consiste nel dominio. I membri di questo regno non sono né soldati, né schiavi, né sudditi, ma sacerdoti (v. 6) chiamati a offrire, con la loro vita, sacrifici graditi a Dio, cioè opere di amore. È questo l’unico ordine che ricevono dal loro re.

Ogni gesto di generosità che compiono è un esercizio del loro sacerdozio. Quando sono perseguitati a causa della loro fedeltà al vangelo, offrono a Dio il più gradito dei sacrifici: l’amore eroico verso quegli stessi carnefici che li fanno ingiustamente soffrire e li mettono a morte.

L’autore invita le comunità cristiane dell’Asia Minore, inclini a scoraggiarsi a causa della persecuzione, a puntare lo sguardo verso il Signore che viene (v. 7). La sua vittoria è assicurata e ognuno la vedrà, anche se il suo trionfo non sarà di quelli che gli uomini si attendono: non umilierà i suoi nemici, non condannerà coloro che lo hanno trafitto, ma li vincerà convertendo il loro cuore. Tutti riconosceranno il loro peccato e si convertiranno al suo amore. È questa l’unica vittoria che le comunità cristiane devono attendersi.

Alla fine del brano (v. 8) Dio appone la sua firma alle affermazioni del veggente dell’Apocalisse, presentandosi come l’Alfa e l’Omega. L’immagine della prima e dell’ultima lettera dell’alfabeto greco è una felice trasposizione nella cultura ellenistica dell’affermazione biblica: “Io sono il primo e l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi” (Is 44, 6). La storia del mondo è una vicenda intermedia: tutto parte da Dio e tutto ritorna a lui. Ai suoi occhi il potere degli imperatori di Roma è un breve interludio, anche se ai cristiani pare tanto doloroso e interminabile.

 

 

Vangelo (Gv 18,33-37)

 

In quel tempo 33 disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei giudei?”.

34 Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”.

35 Pilato rispose: “Sono io forse giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”.

36 Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.

 37 Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”.

Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

 

Nella parte più alta della città di Gerusalemme, in quello che era stato il palazzo del re Erode il grande, Pilato aveva stabilito il suo pretorio. Lì, all’alba della vigilia della Pasqua ebraica, i giudei condussero Gesù con l’accusa di essere un malfattore.

È all’interno di questo pretorio che ha luogo il dialogo riferito nel nostro brano. La questione che viene formulata fin dalla prima domanda che il procuratore rivolge a Gesù è delle più delicate: “Tu sei il re dei giudei?”.

Da quando nel 63 a.C. Pompeo aveva conquistato Gerusalemme e assoggettato la Giudea al dominio romano, nelle sinagoghe si era cominciato a recitare un salmo, composto da un rabbino imbevuto del pensiero biblico: “Signore, tu sei nostro re. La regalità del nostro Dio è eterna su tutte le nazioni. Tu hai scelto Davide come re d’Israele e hai giurato che la sua discendenza non si sarebbe mai estinta davanti a te. Ora, a causa dei nostri peccati, i peccatori si sono innalzati contro di noi. Guarda, Signore, e suscita un figlio di Davide, nel tempo che tu hai stabilito, per regnare su Israele” (PsSal 17).

Era un esplicito rifiuto della potenza straniera.

Velleitari tentativi di rimettere in discussione il potere romano erano stati abbozzati fin dal 4 a.C., dopo la morte di Erode. In Perea si era ribellato Simone, uno schiavo di corte che, dopo aver incendiato i palazzi di Gerico, aveva fatto scorrerie in tutto il regno. In Giudea, Atronge, un pastore dalla statura gigantesca aveva inflitto pesanti perdite all’esercito romano. Infine, al tempo del censimento di Quirino (6 d.C.), Giuda il galileo, ricordato anche nel libro degli Atti (At 5,37), aveva iniziato un’altra sedizione a Sefforis, vicino a Nazaret, incitando il popolo a non pagare il tributo a Cesare.

Tutte queste rivolte erano state soffocate nel sangue. Così, dal 6 al 36 d.C., la Giudea conobbe un periodo di tranquillità sotto l’autorità dei prefetti di Roma. I movimenti rivoluzionari, fra i quali il celebre partito degli zeloti, comparvero solo in seguito, verso la metà degli anni 40 d.C., quando Roma compì l’insensatezza di inviare in Palestina procuratori crudeli e corrotti.

Anche in un periodo di relativa calma come quello in cui governò Pilato (26-36 d.C.), l’accusa di risvegliare sopite speranze nazionaliste e il sospetto di voler restaurare la monarchia davidica risultavano estremamente pericolosi.

In questo contesto storico va collocato il dialogo sulla regalità intercorso fra Gesù e Pilato.

La prima domanda del procuratore – Tu sei il re dei giudei? – mira a puntualizzare l’accusa e rivela la perplessità di Pilato che si ritrova davanti un uomo solo, disarmato, senza soldati che lo possano difendere, che è stato abbandonato dai suoi stessi amici e schiaffeggiato da un servo di Anna. Non pare proprio il tipo capace di mettere in pericolo il potere di Roma.

Gesù risponde con una controdomanda, per costringere il procuratore a prendersi le sue responsabilità: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”, cioè: hai qualche ragione per ritenermi un sedizioso, oppure stai dando retta a chiacchiere? Non ti è stata riferita la mia reazione al tentativo di un mio discepolo di mettere mano alla spada (Gv 18,10-11)?

La replica di Pilato è quasi risentita: “Sono io forse giudeo?”, cioè: io sono un funzionario romano e amministro la giustizia in modo autonomo. Poi continua: “La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?” (v. 35).

È a questo punto che il tema della regalità di Cristo entra nel vivo.

Gesù cerca di aiutare il procuratore a capire: “Il mio regno non è di questo mondo” (v. 36).

Pilato conosce solo i regni di questo mondo. Se qualcuno gli parla del regno di Tiberio, subito pensa all’immenso territorio sul quale l’imperatore estende il suo dominio, oppure al tempo, agli anni in cui ha regnato, oppure ancora all’autorità sovrana che egli esercita. Ha in mente anche le caratteristiche ben definite dei regni di questo mondo: sono portati avanti da uomini mossi dall’ambizione, si basano sull’uso della forza e del denaro, vanno difesi con le armi, il forte si impone e comanda e i sudditi devono stare sottomessi e obbedire.

Quello di Gesù non ha nulla in comune con questi regni. Egli non uccide nessuno, va lui a morire; non comanda sugli altri, obbedisce; non si allea con i grandi e i potenti, si mette dalla parte degli ultimi, di coloro che non contano nulla. Per gli uomini possedere, conquistare, sterminare sono segni di forza, per Gesù sono indici di debolezza e di sconfitta. Per lui grande è colui che serve.

Pilato non capisce di che cosa Gesù stia parlando; riesce solo a fargli una domanda generica: “Dunque tu sei re?” (v. 37).

Gesù ha sempre reagito con durezza con chi ha tentato di farlo aderire a una regalità di questo mondo; fin dall’inizio l’ha considerata una proposta diabolica (Mt 4,8-10). Ha deluso le attese messianiche dei suoi discepoli, è fuggito quando il popolo lo voleva proclamare re (Gv 6,15). Ora invece che è sconfitto e ha le ore contate, ora che non c’è più alcuna possibilità di equivoco, di fronte al rappresentante del mondo pagano, proclama solennemente: “Sì, sono re”.

Poi spiega: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (v. 37). Non per insegnare delle verità, come facevano i saggi, ma per testimoniare la verità.

Per i filosofi greci la verità era la scoperta dell’essenza delle cose, indicava la caduta di ogni velo, di ogni segreto sul senso del loro esistere. Legata a questa verità filosofica c’era la verità storica che consisteva nel raccontare in modo oggettivo, nel riferire i fatti esattamente com’erano accaduti.

Diverso è il modo di intendere la verità da parte degli ebrei. Nella Bibbia verità è fedeltà alla parola data, è stabilità e perseveranza, è ciò o è colui di cui ci si può fidare. Dio è verità perché non si smentisce mai, mantiene le promesse fatte, è animato da un amore che nulla e nessuno riuscirà mai a incrinare (Es 34,6).

Per un ebreo la verità non è qualcosa di logico, ma di concreto, è ciò che avviene nella storia.

Per consolare e illuminare il veggente del libro di Daniele, turbato dagli eventi drammatici della storia del suo popolo, il Signore gli rivela ciò che è scritto nel “libro della verità” (Dn 10,21). È un’immagine per indicare che Dio gli ha manifestato il progetto di salvezza che sta per mettere in atto.

Verità sono i disegni di amore del Signore; conoscere la verità significa capire questi disegni e lasciarsi coinvolgere nella loro realizzazione.

Gesù è venuto a rendere testimonianza alla verità, perché incarna il progetto di Dio, lo porta a compimento, per questo è la verità (Gv 14,6). Con la sua presenza nel mondo, con tutta la sua vita spesa per amore, dimostra la fedeltà del Signore al suo patto con l’uomo.

Ora dovrebbero risultare più chiare molte espressioni usate da Giovanni. Fare la verità (Gv 3,21) e camminare nella verità (2 Gv 4) indicano l’adesione a Cristo con tutta la propria vita; lo Spirito della verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13) è l’impulso divino che, dopo aver introdotto nel progetto di Dio, dà la forza di mantenersi fedeli; la verità rende liberi (Gv 8,32) perché solo chi conduce una vita conforme al vangelo è realmente libero, chi se ne scosta diviene schiavo delle proprie passioni e dei propri idoli.

Gesù conclude la spiegazione sul suo regno dichiarando: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (v. 37) e Pilato, che capisce sempre meno, gli risponde: “Cos’è questa storia della verità?”.

Al procuratore non interessa la persona di Gesù, ma sapere se costituisce o no una minaccia per il potere di Roma. È refrattario al progetto di Dio, pensa al regno di questo mondo, non alla verità. Insensibile alla voce di Gesù e stanco di udire parole per lui senza senso, interrompe il dialogo.

È il simbolo del mondo incredulo che si rifiuta di ascoltare la parola di verità: non trova in essa alcun motivo di condanna, ma non ha il coraggio di prendere posizione e finisce per cedere a scelte di morte.

Non è però sulla decisione del procuratore romano di consegnare Gesù per essere crocifisso che cala il sipario sul dramma della regalità. Sul patibolo Pilato fece porre un’iscrizione in tre lingue: in ebraico, latino e greco, perché fosse letta e capita da tutti: “Gesù il nazareno, il re dei giudei” (Gv 19,19).

 Senza rendersene conto, il rappresentante del più potente regno di questo mondo riconosceva, in modo ufficiale, la regalità di Gesù. Quando i sommi sacerdoti protestarono chiedendogli che la rettificasse, dichiarò che quella dichiarazione era irreversibile: “Ciò che ho scritto rimane scritto” (Gv 19,22). Lui, il depositario dell’autorità dell’imperatore, non la poteva modificare: la vittoria degli sconfitti era iniziata con il loro re innalzato sulla croce. Nessun regno di questo mondo era ormai più in grado di arrestarne l’avanzata.

Questa è stata la grande sorpresa di Dio.

November 09

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Anno B

Ed. Messaggero, Padova, pp. 577-585

 

 

Più rigido è l’inverno, più ricca di frutti è la nuova stagione

 

 

Nel mondo si registrano progressi scientifici e tecnologici, cresce la sensibilità ai valori superiori, ma suscitano inquietudine e sgomento le ingiustizie planetarie, le guerre, i rivolgimenti politici, economici e sociali. Crollano ideologie ritenute intramontabili, vengono meno le certezze, scompaiono dalla scena personaggi della politica, cade l’oblio su atleti e divi dello spettacolo non appena si spengono i riflettori e le cineprese che li inquadrano. Tutto è rimesso in discussione. Persino i dogmi sono riletti e reinterpretati; certe pratiche religiose che parevano indispensabili e insostituibili si rivelano vecchie e logore, hanno fatto il loro tempo e sono abbandonate.

Di fronte a questi sconvolgimenti, qualcuno si ribella, qualche altro si rassegna, molti si scoraggiano e pensano che sia giunta la fine di tutto, anche della fede. Come valutare queste realtà? Come rapportarsi con gli eventi più allarmanti? Come lasciarsi coinvolgere nella storia del mondo: con angoscia e timore o con impegno e speranza?

Gli affanni, i dolori, i gemiti dell’agonizzante preludono alla morte imminente, le doglie di una partoriente annunciano l’inizio di una nuova vita.

Gesù ha indicato la prospettiva giusta: “Quando tutte queste cose cominceranno ad accadere, alzate il capo, perché la vostra redenzione si sta avvicinando” (Lc 21,28).

In un mondo che sembra condannato alla rovina dal suo stesso delirio di violenza, il non credente abbassa lo sguardo verso terra e si dispera, convinto che si stia approssimando la fine; il discepolo si mantiene saldo nella prova, alza il capo e in ogni grido di dolore percepisce il gemito del creato che “soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22). In tutto ciò che accade, coglie il preludio non della morte, ma di un lieto evento: la nascita di un’umanità nuova.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Le sorti del mondo sono nelle mani di Dio, per questo alzo lo sguardo”

 

 

Prima Lettura (Dn 12,1-3)

 

 1 Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo.

Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro.

2 Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.

3 I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.

 

A partire dal II secolo a.C. si diffuse in Israele un movimento culturale, detto apocalittico, caratterizzato dall’interesse per la storia del mondo e dalla riflessione sul destino di tutti gli imperi. Gli apocalittici coltivavano la convinzione che gli eventi non volgessero al meglio, ma al peggio e che questo mondo fosse destinato, fra terribili convulsioni, alla morte e alla corruzione. Dalle sue ceneri Dio avrebbe poi fatto sorgere un mondo nuovo che sarebbe toccato in sorte ai pii. Sarebbe iniziata una nuova era, l’età dell’oro della mitologia greca, l’epoca di pace, benedizione e prosperità, in un regno governato direttamente dal Signore.

Questo annuncio di gioia e di speranza, che costituisce il messaggio centrale della letteratura apocalittica, è comunicato dagli autori apocalittici attraverso un linguaggio oscuro e misterioso in cui tutto ha valore simbolico: i numeri, i colori, le bestie, i tipi di vestiti, le parti del corpo, i personaggi. Le loro rivelazioni sono trasmesse mediante visioni, allegorie e immagini che non vanno mai prese alla lettera (come fanno i testimoni di Geova), ma devono essere attentamente decodificate.

L’uso di questo linguaggio ebbe il suo momento culminante al tempo di Gesù, non deve quindi destare meraviglia che anche il Maestro lo abbia impiegato e che lo si ritrovi in tutti i libri del Nuovo Testamento, non solo nell’ultimo che porta il nome di Apocalisse.

Il libro di Daniele, dal quale è tratto il brano di oggi, è considerato il primo degli apocalittici. È stato scritto in un’epoca quanto mai travagliata per Israele, quella dello scontro fra la cultura ellenistica, imposta con la forza dal re Antioco IV, e le tradizioni patrie, sostenute dal movimento dei Maccabei. Questa lotta divenne il simbolo del duello fra le forze del bene e del male.

Come tutti gli apocalittici, l’autore del libro di Daniele rivolge al popolo perseguitato e oppresso un invito a mantenersi saldo nella prova e annuncia un messaggio di speranza: il regno del male è giunto al termine e il regno celeste sta per sorgere.

Il brano esordisce con un accenno alla grande angoscia in cui il popolo si dibatte, consapevole che, dal sorgere delle nazioni, non c’è mai stato un tempo più infelice (v. 1).

Poi c’è l’annuncio dell’intervento del grande principe, Michele (v. 1).

Si riteneva che il Signore avesse in cielo la sua corte costituita da angeli, chiamati “figli di Dio” (Dt 32,8) o anche “esercito del cielo” (Dt 4,19). A ognuno di loro era stato affidato un popolo con il compito di proteggerlo e di garantire la giustizia.

Michele era l’angelo tutelare d’Israele ed era il simbolo delle forze del bene che lottano contro quelle del male. Nel libro di Daniele è già comparso come difensore del suo popolo in un conflitto con l’angelo tutelare della Persia (Dan 10,21).

Siamo chiaramente di fronte a immagini che vanno decodificate per coglierne il significato.

Michele significa “Chi è come Dio?”. La risposta è scontata: “Nessuno!”. Non c’è nessun altro che possa eguagliare il Signore, Dio d’Israele. Nella Bibbia ricorre spesso il richiamo: “Io, io sono il Signore, fuori di me non v’è salvatore” (Is 43,11; Os 13,4).

Nessuno è in grado di condurre alla salvezza all’infuori di Dio e Israele ne ha fatto l’esperienza. Ogni volta che ha abbandonato il Signore e ha riposto la sua fiducia in altri dèi, immancabilmente ha decretato la propria rovina, si è ridotto in schiavitù, è stato deportato in esilio, ha avuto la sua terra devastata.

Solo quando nel mondo avrà il sopravvento Michele, cioè, quando gli uomini, ripudieranno tutti gli idoli e si convinceranno che nessuno è come Dio, sorgerà il mondo nuovo.

Con lo sguardo del profeta, il veggente del libro di Daniele scruta il futuro e scorge l’avvento della nuova era, quella in cui tutti gli dèi saranno annientati e il potere sarà consegnato al vero e unico Dio, simboleggiato nella figura di Michele.

Il regno celeste apparirà, ma rimane irrisolto un enigma: che ne sarà di coloro che, per non tradire la loro fede, sono stati messi a morte dal persecutore? È questa la domanda che si pongono gli Israeliti che, nel II secolo a.C., subiscono le vessazioni di Antioco IV.

Il veggente risponde: Tutti i giusti che dormono nella polvere della terra si risveglieranno e saranno partecipi della gioia del regno di Dio (v. 2) e coloro che hanno proclamato la verità e difeso la giustizia splenderanno come le stelle del cielo (v. 3).

È questa la prima affermazione chiara della risurrezione che si trova nella Bibbia.

Nessuna fatica sarà vana; nessuna lacrima, nessun dolore, nessun sacrificio andranno perduti.

 

 

Seconda Lettura (Eb 10,11-14)

 

11 Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. 12 Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, 13 aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. 14 Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

 

Fin dai tempi più remoti, il peccato ha provocato negli uomini un profondo turbamento interiore; la violazione delle norme morali è sempre stata motivo di angoscia e di inquietudine. Le malattie, le disgrazie, le calamità e la morte erano attribuite alla trasgressione delle disposizioni della divinità.

Per liberarsi dalla contaminazione della colpa sono stati istituiti riti, si è fatto ricorso a bagni nei fiumi sacri, ad aspersioni con acqua o con sangue di animali.

Israele ha ereditato molte di queste pratiche dalle tradizioni degli altri popoli. Nel tempio i sacerdoti offrivano continuamente sacrifici a Dio per espiare i peccati del popolo. Ma raggiungevano il loro obiettivo?

No, risponde la lettura di oggi. La purificazione non poteva essere ottenuta perché il sangue degli animali non può rendere mondo il cuore dell’uomo (v. 11).

Solo il sacrificio di Cristo è in grado di produrre questa purificazione. Offerto una volta per tutte, ha realmente liberato gli uomini dalle loro colpe (v. 12).

Di fronte a questa chiara affermazione, viene da chiedersi come mai il peccato continui ad essere presente non soltanto fra i pagani, ma anche fra i cristiani?

L’autore della Lettera agli ebrei dà la sua risposta: anche se la sorte di tutti i nemici del bene è già stata segnata, essi non sono ancora stati posti completamente sotto i piedi di Cristo (v. 13); bisogna attendere che la sua vittoria si manifesti in pienezza.

Tuttavia chi è convinto che il male è già stato sconfitto dalla morte e risurrezione di Cristo non può angustiarsi, anche se è costretto ad ammettere che nel mondo continuano ad esistere miserie, malvagità e peccati. Chi si lascia prendere dal panico di fronte a un nemico già vinto dimostra di avere una fede molto fragile (vv. 14.18).

 

 

Vangelo (Mc 13,24-32)

 

Disse Gesù ai suoi discepoli: 24 “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore 25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

 26 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27 Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

28 Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; 29 così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. 30 In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32 Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”.

 

Quando Marco scrive questa pagina del suo vangelo, l’impero romano è sconvolto da guerre, pestilenze, calamità e carestie. Le comunità cristiane sono colpite dalla persecuzione e, profondamente turbate, non riescono più a cogliere il senso di ciò che sta accadendo. La situazione critica accende la fantasia di alcuni fanatici che, richiamandosi all’annuncio della distruzione del tempio di Gerusalemme fatta da Gesù, diffondono previsioni su un’imminente catastrofe, sulla fine di tutto il creato e sul ritorno di Cristo sulle nubi del cielo.

L’equilibrio delle comunità è scosso e l’evangelista sente di dover intervenire. Per aiutare i cristiani a inquadrare gli eventi nella giusta prospettiva, inserisce nel suo libro un capitolo, il tredicesimo (che forse inizialmente non era stato programmato), in cui riferisce le parole illuminanti del Maestro su questo tema apocalittico.

Richiama anzitutto la raccomandazione a non lasciarsi ingannare dai discorsi insensati di coloro che predicano l’imminente fine del mondo: “Fate attenzione, nessuno v’inganni! Quando sentirete parlare di guerre, non allarmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori” (Mc 13,5-8).

Non sarà la fine, ma l’inizio dei dolori. Cosa c’è da attendersi: un ulteriore acutizzarsi del dolore? Una drammatica agonia del mondo, preludio alla morte del creato o una nuova nascita dopo il travaglio del parto?

A questo interrogativo Marco risponde con le parole del Maestro riferiteci nel vangelo di oggi.

Il brano si apre con le immagini tipiche della letteratura apocalittica: “Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte” (vv. 24-25).

Tutti i popoli dell’antico Medio Oriente consideravano divinità gli astri del firmamento, ritenevano che da loro dipendessero gli eventi del mondo e che potessero favorire la vita o provocare sventure e calamità, per questo offrivano loro preghiere e sacrifici.

Mosè aveva raccomandato al suo popolo: “Alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito del cielo, tu non ti lascerai indurre a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore tuo Dio ha abbandonato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli” (Dt 4,19).

I profeti avevano severamente condannato l’adorazione degli astri, dèi ingannevoli, idoli che attiravano lo sguardo stupito dell’uomo e gli facevano piegare le ginocchia in adorazione. Ne avevano annunciato lo spegnimento e assicurato la caduta: “Le stelle del cielo e la costellazione di Orione non daranno più la loro luce, il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce”; “Tutta la milizia celeste si dissolverà, tutti i loro astri cadranno come cade il pampino della vite, come le foglie avvizzite del fico” (Is 13,10; 34,4).

Non erano presagi di sventura, ma oracoli destinati a infondere gioia e speranza. Isaia non intendeva affermare che le forze cosmiche sarebbero state sconvolte, ma che il mondo pagano, rappresentato da questi astri, sarebbe stato annientato e gli uomini non sarebbero più stati asserviti agli idoli.

Gesù riprende queste immagini non per spaventare i discepoli, ma per consolarli. Le pestilenze, le carestie, le violenze e le persecuzioni con cui si devono confrontare sono segni di un mondo ancora dominato dal maligno, tuttavia la fine di questa realtà penosa è già stata decretata e il suo declino è iniziato.

Immediatamente dopo l’eclissi di questi idoli oppressori, ecco apparire, con le nubi del cielo e con grande potenza e gloria, il Figlio dell’uomo per instaurare il regno (v. 26).

Fuori di metafora: ogni idolo che crolla segna un ripiegamento del maligno e un passo avanti del regno di Dio; ogni luce ingannevole che si spegne è una vittoria dell’umano sul disumano.

A questo punto Gesù introduce una nuova immagine apocalittica: il Figlio dell’uomo “manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo” (v. 27).

Pare il preludio alla scena del giudizio finale descritta nel vangelo di Matteo. Si rimane quasi col fiato sospeso, nell’attesa che Gesù continui: “E il Figlio dell’uomo separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri…” (Mt 25,31-46).

Il senso dell’immagine degli angeli che riuniscono gli eletti dai quattro venti è completamente diverso. Non è l’annuncio di un giudizio, non c’è accenno ad alcun castigo; il messaggio è tutt’altro che minaccioso, è la risposta consolante data da Marco alle sue comunità che stanno attraversando un momento drammatico. Sono perseguitate e subiscono angherie, molti cristiani sono messi a morte e purtroppo fra di loro ci sono – e questo è l’aspetto più doloroso della vicenda – anche discordie e divisioni; c’è perfino chi tradisce i fratelli di fede, li denuncia e li accusa di fronte ai tribunali pagani. Sono lontani i tempi i cui i discepoli “erano un cuore solo ed un’anima sola” (At 4,32), ora si sentono in balía delle forze del male, come foglie sbattute lontano da venti impetuosi (Is 64,5), sono sconvolti e incapaci di reagire.

A questi cristiani tentati di lasciare cadere le braccia, Marco ricorda la promessa fatta da Gesù: il Figlio dell’uomo non permetterà che vengano dispersi; attraverso i suoi angeli li riunirà dai quattro venti – simbolo dei quattro punti cardinali – quindi li riunirà da tutta la terra.

L’immagine è biblica, ricorre già sulla bocca di Mosè: “Il Signore tuo Dio farà tornare i tuoi deportati, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo da tutti i popoli. Quand’anche i tuoi esuli fossero all’estremità dei cieli, di là il Signore tuo Dio ti raccoglierà e di là ti riprenderà” (Dt 30,3-4).

La riunione dei discepoli non sarà in vista della resa dei conti, ma per la salvezza.

Gli angeli vanno identificati in base ai riferimenti biblici. Il termine angelo non designa necessariamente un essere spirituale, come in genere viene immaginato; indica ogni mediatore della salvezza di Dio; è applicato nella Bibbia a chiunque divenga strumento nelle mani del Signore in favore l’uomo. Mosè che ha guidato Israele nel deserto è chiamato “angelo” (Es 23,20.23), il Battista è presentato all’inizio del vangelo di Marco come un “angelo” (Mc 1,2). Angeli del Signore sono tutti coloro che collaborano con il piano di Dio.

La salvezza dei fratelli dalla defezione dalla fede e dalla dispersione non avviene per un intervento portentoso del Signore, ma attraverso la mediazione di angeli, i discepoli che, nel momento della prova, hanno saputo mantenersi saldi nella fede. Sono loro gli angeli incaricati di ricondurre i fratelli nell’unità della chiesa.

Il messaggio è dunque di gioia e di speranza: neppure uno degli eletti verrà dimenticato, nessuno andrà perduto.

La suggestiva immagine del temporale violento, che impaurisce e disperde i pulcini, e della chioccia che li richiama a sé e li mette al sicuro sotto le sue ali (Mt 23,37) è forse la migliore illustrazione di questo messaggio.

 

La seconda parte del brano (vv. 28-32) risponde alla domanda che sorge spontanea dopo aver udito il consolante annuncio che il regno del male è giunto alla fine e che il figlio dell’uomo radunerà gli eletti nel suo regno: quando accadrà questo?

L’umanità è stanca di soffrire, di sopportare i soprusi dei malvagi, di verificare che il male continua a imperversare nel mondo e in ogni uomo.

La risposta viene data con l’immagine del fico (v. 28), l’ultimo fra gli alberi a mettere le foglie. Quando queste cominciano a spuntare, il contadino sente che si sta avvicinando l’estate e gioisce pensando agli abbondanti raccolti.

Solo il Padre e nessun altro conosce il giorno e l’ora in cui il regno di Dio avrà il suo pieno compimento (v. 32). Tuttavia ci sono dei segni evidenti che mostrano che il momento decisivo si sta avvicinando. I cristiani coltivano la sensibilità e lo sguardo attento dell’agricoltore che sa cogliere in tutto ciò che accade i segni della nuova stagione.
November 08

Icona - Ordine sacro

Affrontiamo, in questa settima scheda, l'Ordine Sacro. Lo vediamo intimamente unito alla Pasqua del Cristo e all'Eucaristia. Ci fa da guida un quadro. Ne evidenziamo gli elementi. Ne facciamo emergere il senso.

Si percepiscono tre piani. Sono distinti tra loro, ma collegati. Il quadro appare unitario. Facciamo scorrere i tre piani, a partire dall'alto.

— C'è una croce che sovrasta tutto. E spoglia e fa da sfondo. C'e la figura luminosa di una Persona che spezza pane e lo porge.

— In secondo piano c'e un uomo inginocchiato. Sul suo capo vengono imposte le mani. Si trova tra quella Persona luminosa e la tavola.

— In primissimo piano c'è un emiciclo di persone disposte attorno ad una tavola. Al centro un posto rimane vuoto.

Ora la croce è superata, come fase del dolore di Gesù. Appartiene al passato. E vivo invece il frutto della croce, la redenzione.

C'è, tra noi, il Signore risorto. Egli realizza il sogno di Dio di essere pane cioè vita per l'uomo.

Il prete è un uomo su cui la Chiesa impone le mani e invoca lo Spirito. Rappresenta, tra gli uomini, il discendere di Dio, il suo Incarnarsi, la sua volontà di convocare.

Egli si pone poi a capotavola. Presiede l'Eucaristia. È servitore di un popolo. Rende presente il Signore Gesù. Spezza il Pane, fa passare il Calice.

 

L'ORDINE SACRO

G. Venturi

 

1. IL PRETE CHI E’?

 

La figura del prete è oggetto di tante domande. Alcuni si chiedono se debba ancora esistere. Atri si interrogano sull'identità del prete. Ognuno si è fatto un'idea: è l'uo­mo della Messa, del sacro, l'uomo di chiesa, il ministro del culto, delle cose morali, il difensore dei deboli...

2. IL SACERDOZIO DI CRISTO

 

Ma chi è veramente il prete?

Ogni comunità umana, per esistere, ha bisogno di orga­nizzarsi in un determinato modo. Ogni religione ha sempre i suoi ministri del culto, i suoi «sacerdoti». An­che la comunità di Cristo (Cristo vuol dire «unto», «consacra­to») è organizzata, secondo san Paolo, come un corpo con le sue diverse funzioni. Cristo è il "capo" della Chiesa, il «Pasto­re» e la guida, il sommo sacerdote».

Secondo l'insegnamento della tradizione esistono due gradi di partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l'episco­pato e il presbiterato. Il diaconato è finalizzato al loro aiuto e al loro servizio. Con il termine «sacerdote» si designano perciò i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi. Tuttavia, la dottrina cattolica insegna che i gradi di partecipazione sacerdotale (episcopato e presbiterato) e il grado di servizio (diaconato) sono tutti e tre conferiti dal sacramento dell'Ordine: Vescovo, presbitero e diacono hanno liturgie distinte. Non potendo passarle in rassegna singolarmente, prendiamo in esame la più comune, quella del presbiterato, con qualche accenno agli altri riti.

 

   Sacerdozio ebraico

 

   Il popolo ebraico aveva come sacerdoti i discendenti di Aron­ne e i componenti della tribù di Levi; erano legati al tempio di Gerusalemme. Presiedevano le liturgie e offrivano i sacrifici. Questo ruolo non impegnava direttamente la loro persona: offrivano doni diversi, ma non la loro vita; sacrificavano ani­mali, non il loro stesso essere.

 

   Sacerdozio di Gesù

 

Secondo il progetto di Dio, nei nuovi tempi, non ci sono tanti sacerdoti, ma uno solo, Cristo.

Gesù non ha mai assolto funzioni cultuali. Lungi dal presen­tarsi come un personaggio sacro, un «separato», un puro, ac­coglieva i peccatori e mangiava con essi. Il suo sacerdozio è qualcosa di nuovo, non ha paragoni: non si compie con delle cerimonie, è la sua stessa persona. Egli si presenta, come co­lui che è in mezzo a noi e ci serve (Lc 22,14-20). Offre la sua vita per le pecore (Gv 10,11-16).

Tutti coloro che credono in Gesù e sono battezzati vengono a far parte del corpo (incorporati) e assumono il volto (configu­rati) di Cristo sacerdote e vittima della nuova Alleanza: «Ven­gono consacrati a formare un solo tempio spirituale e un sa­cerdozio santo per offrire ... se stessi come vittima viva, san­ta e gradevole a Dio» (Lumen Gentium n. 10).

 

   Vescovi, presbiteri, diaconi

 

Se solo Cristo è il sacerdote della nuova alleanza, solo attra­verso di lui i credenti possono offrire se stessi al Padre. Per rendere possibile tutto questo, Cristo si rende presente e agi­sce oggi, e in tutti i tempi, all'interno della Chiesa attraverso delle «persone-segno» (Sacramenti) che rendono attuale quella missione per cui il Padre lo ha consacrato di Spirito Santo al Giordano. Tra queste persone-segno ci sono quelli che oggi chiamiamo vescovi, sacerdoti – o, meglio, presbiteri (da cui «prete») – e diaconi: sono tre «ordini» o «gradi» di un unico sacerdozio detto «ministeriale», cioè a servizio del po­polo di Dio.

 

3. IL RITO DELL’ORDINAZIONE

 

Il rito dell'ordinazione incomincia con una chiamata per no- me dell'ordinando da parte della Chiesa. Viene così esplici­tato che i candidati – siano vescovi o sacerdoti o diaconi –diventano tali non perché loro lo vogliano, per una scelta o de­siderio personali, per intraprendere una «carriera ecclesiasti­ca», ma perché un Altro li ritiene atti a compiere quel determi­nato ministero. L'assemblea interviene manifestando con un segno (l'applauso) il suo assenso. L'applauso, prima che un segno di gioia e di approvazione, è partecipazione corale all'e­lezione proclamata dal vescovo.

Con questo rito viene attualizzato il mistero di Cristo che chia­ma anche oggi – come ieri in Palestina – a prolungare la sua missione di servo del Padre (Mt 10,1-5; Gv 20,19-23). I preti sono chiamati a portare, con il vescovo, il carico del popolo. II rito in questo è molto chiaro, anche se, per quanto riguarda il sacerdote e il diacono, viene contraddetto da una pratica che prevede invece una loro domanda scritta di essere ordi­nati, al termine di un itinerario di formazione.

 

   La chiamata

 

   Il senso della chiamata viene poi esplicitato da alcune doman­de-chiamata. Fondamentalmente potremo dire che l'ordinan­do è chiamato ad un ministero

- di comunione: a vivere e operare in unità di fede e di amo­re con tutti coloro che sono ordinati, a collaborare insieme per l'avvento del Regno,

- di evangelizzazione: vivere e annunciare il vangelo di Cri­sto

- di santificazione: santificarsi e rendere santi i fedeli attra­verso la celebrazione dei Sacramenti e la preghiera.

- di pastore-guida: riunire i dispersi figli di Dio, creare e gui­dare il popolo di Dio.

 

   La risposta

   Quando viene chiamato per nome, l'ordinando risponde con «Eccomi»; l'«Eccomi» diventa «Sì» nelle successive domande.

Con questa risposta egli attualizza le esperienze dei grandi chiamati da Dio, lungo tutta la storia della salvezza: Abramo (Cn 22,1), Samuele (1Sam 3,4.16), Isaia (Is 6,8), il Salmista (39,8) fino a Maria (Lc 1,38) e Gesù stesso (Eb 10,9). Anzi vie­ne associato ali'« Eccomi» di Gesù al Padre, alla sua disponibi­lità a compiere la volontà del Padre.

 

  Comunione con il vescovo

 

  Dopo aver pronunciato il suo «Eccomi» e il suo «Si» davanti a tutta l'assemblea, il futuro sacerdote si reca dal vescovo. Mette le mani giunte in quelle del vescovo e promette «filiale rispetto e obbedienza». Si tratta di qualche cosa di più di un gesto di «sudditanza»; è piuttosto la celebrazione di un «pat­to nuziale» come quando i coniugi, dandosi la mano, si pro­mettono di «rispettarsi e amarsi». Il vescovo rende presente Cristo e l'ordinando, con il suo gesto di obbedienza, viene preso dentro nel suo mistero: d'ora in poi le sue mani saranno le mani del vescovo, cioè di Cristo che benedice, guarisce, perdona.

Dopo questi dialoghi iniziali, il vescovo invita tutta l'assem­blea a porsi in preghiera e invocare l'intercessione dei santi con il canto delle litanie. Questa preghiera attesta la presenza della Chiesa celeste, coinvolta essa pure nell'evento di sal­vezza che sta per compiersi.

 

  Prostrazione

 

 Durante le litanie, l'ordinando si prostra disteso a terra. Con questo gesto manifesta la sua totale disponibilità all'azione creatrice di Dio; dice alla Chiesa di essere davvero l'infimo di tutti. Per questo suo atteggiamento interiore, Dio può com­piere le sue meraviglie: «sollevare dalla polvere l'indigente e farlo sedere tra i principi del suo popolo».

L'ordinando é come l'antico Adamo che attende le mani pla­smatrici di Dio e il soffio dello Spirito che dà vita.

 

  Consacrazione

 

  Il vescovo conclude le litanie chiedendo «la benedizione dello Spirito Santo e la forza della grazia sacerdotale» e poi, duran­te una preghiera silenziosa, impone le mani sul capo dell'ordi­nando, seguito da tutti gli altri sacerdoti presenti: sono mani che riplasmano il battezzato per farlo conforme a Cristo Sa­cerdote e guida del suo popolo.

La grande preghiera «consacratoria» che segue esplicita il si­gnificato del gesto compiuto.

Attraverso l'imposizione delle mani, viene trasmesso lo Spiri­to Santo e resta impresso il carattere che lo configura a Cristo Capo della Chiesa. Egli deve poter essere immagine viva di Gesù Cristo sposo della Chiesa, «rivivere l'amore di Cristo sposo, nei riguardi della Chiesa sposa», «amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele» (Giovanni Paolo II). Con l'imposizione delle mani il vescovo consacra il presbitero come suo collaboratore nella missione di evangelizzare, santi­ficare e governare e lo unisce a sé non in modo giuridico, ma sacramentale, vitale. Il fatto che anche tutti i presbiteri pre­senti impongano le mani sull'ordinando esprime in modo elo­quente come egli è espressione di tutto il presbiterio e deve far riferimento a tutto il presbiterio. In forza dell'ordinazione agirà non singolarmente, ma in comunione con esso Vescovi, presbiteri e diaconi costituiscono qualcosa di organi­co; ciascuno rimanda all'altro: il vescovo è in comunione con gli altri vescovi e con il papa (collegio episcopale, Concilio, si­nodo); i presbiteri con il vescovo e con gli altri presbiteri (pre­sbiterio), il diacono con il vescovo e i presbiteri. Sono tre «or­dini» in un unico «ordine».

 

Ordinati per il popolo…

 

Vescovo, presbitero, diacono sono «ordinati», finalizzati, al popolo di Dio (per questo è detto sacerdozio «ministeriale»). La loro ragion d'essere è di rendere presente, in ogni luogo e in ogni tempo, l'azione salvifica di Gesù e abilitare tutti i mem­bri della Chiesa a compiere la missione di Gesù, servo del Pa­dre e dell'uomo, ad esercitare il sacerdozio loro proprio.

Al gesto fondamentale dell'imposizione delle mani e della re­lativa preghiera, seguono alcuni riti che esplicitano l'identità e il servizio che il nuovo ministro deve rendere alla comunità.

 

…per presiedere…

 

Innanzitutto il nuovo sacerdote riceve la stola e la casula, qua­si come sua carta di identità. Il vestito manifesta qualcosa di interiore e invisibile della persona. Dopo il peccato, Adamo ed Eva assumono l'abito del peccatore; dopo il Battesimo il cri­stiano si veste dell'abito bianco, simbolo della sua nuova vita. Dopo l'ordinazione, il sacerdote viene rivestito degli abiti sa­cerdotali per indicare la sua nuova identità. A chi viene ordina­to vescovo vengono consegnati l'anello, segno di fedeltà alla Chiesa, la mitria e il pastorale, segni del ministero di pastore del popolo di Dio.

Il vescovo poi unge con il crisma le mani del presbitero (il ve­scovo riceve Funzione sul capo). Con questo gesto viene espresso che il prete è «consacrato per consacrare». D'ora in poi Gesù Cristo «che è stato consacrato dal Padre in Spirito Santo e potenza», sarà sempre con il presbitero «per la santi­ficazione del suo popolo e per l'offerta del sacrificio eucaristi­co».

Per specificare ulteriormente questa missione di santificazio­ne il vescovo consegna il pane e il vino per la celebrazione dell'eucaristia affidando il ministero di ricevere le offerte (i sa­crifici spirituali) della comunità cristiana e sull'esempio di Cri sto offrire se stesso in sacrificio spirituale a Dio per la Chiesa e il mondo. Nella celebrazione dell'Eucaristia, il sacerdozio ministeriale e quello dei fedeli si incontrano per dare origine ad un'unica offerta.

 

…evangelizzare…

 

Nel rito dell'ordinazione del presbitero non esiste nessun ge­sto che indichi il ministero di evangelizzazione. Vi si accenna solo nell'omelia e nella preghiera consacratoria. Ogni presbi­tero è chiamato a mettersi alla scuola dell'unico Maestro, a dispensare la parola di Dio ricevuta con gioia, ad aiutare il ve­scovo nell'annuncio del Vangelo al mondo.

Nella consacrazione del vescovo appare in piena luce il mini­stero di evangelizzazione attraverso due gesti: il libro del Van­gelo posto sul capo durante la preghiera di consacrazione e la consegna del Vangelo alla fine del rito.

 

…dentro la Chiesa universale

 

Certamente ogni vescovo, presbitero, diacono opera in una Chiesa locale; tuttavia ciascuno di loro non può chiudersi den­tro dei confini. Come Gesù, ciascuno di loro è mandato a por­tare il messaggio e l'opera della salvezza «fino agli estremi confini della terra», proprio in forza di quella comunione che li lega alla Chiesa intera.

 

 

 

 

 

 

November 06

Carissimi Amici

Molti anni fa mi ero abituato a cominciare le lettere “Carissimi Amici di Ondo”. Quando l’ Ispettore mi ha proposto di andare in Ghana, ho lasciato ai Salesiani di Ondo l’incarico di continuare la corrispondenza, le informazioni e i ringraziamenti per le offerte sempre indispensabili per continuare e sviluppare ulteriormente i numerosi progetti della missione. Ho conservato una lista più ridotta degli amici personali, che siete tutti voi.

Pertanto mi sento in dovere di tanto in tanto di farmi vivo e aggiornarvi un po’ circa gli eventi e la situazione delle nostre missioni qui nell’Africa Owest, specialmente dove noi operiamo.

 

1. Dalla Nigeria al Ghana.

Quando nel Settembre del 2003 sono partito per Sunyani in Ghana avevo immaginato una partenza senza ritorno. 21 anni di attività missionaria in Ondo era stato un periodo molto ricco e fruttuoso. Il Signore mi aveva offerto la possibilità di iniziare e sviluppare una bella comunità ed un’opera salesiana complessa che privilegiava una efficiente scuola professionale per meccanici, falegnami, e motomeccanici. La parrocchia e il Centro giovanile erano cresciuti parallelamente con tante iniziative a favore dei giovani e della gente. Le attività apostoliche e di servizio per la diffusione del vangelo e l’istruzione catechistica si erano moltiplicate. Soprattutto, la gioia di vedere numerosi giovani riflettere e prepararsi alla vita religiosa salesiana. Ad Ondo infatti abbiamo cominciato la prima casa di formazione con il Pre-noviziate e Noviziato. Quanta trepidazione nel ricevere la professione religiosa dei primi salesiani locali! In questi 15 anni sono passati da due confratelli a quasi cento!

Il giorno della partenza ho versato silenziose lacrime di riconoscenza a Dio e al tempo stesso di sofferenza per il distacco da persone e luoghi a cui mi sentivo fortemente legato. Ma ho fatto subito un distacco radicale. “Va’ nella terra che Io ti mostrerò”... Sono partito mosso dalla fede semplice e gioiosa imparata dagli esempi di Abramo e di Don Bosco. Ricordo che arrivando nelle prossimità di Sunyani, qualcuno mi aveva indicato un fiumicello che fa da confine e con allusioni bibliche mi aveva annunciato che stavamo entrando nella “terra promessa” di Sunyani. E infatti “terra promessa” lo fu realmente in questi anni!  

 

2. Dal Ghana alla Nigeria.

Al termine del mandato di sei anni come direttore, ben sapevo che dovevo essere trasferito di comunità, come ordinariamente avviene nell’avvicendamento dei ruoli di responsabilità, nel modo indicato nelle nostre Costituzioni Salesiane. Mai mi sarei immaginato che l’Ispettore mi facesse la proposta di ritornare in Nigeria. Nessuna obiezione da parte mia: non ne ho mai fatte a riguardo di obbedienza religiosa. “Pensateci bene prima, - ho sempre detto – e poi, con l’aiuto di Dio, cercherò di fare del mio meglio”.

Ho ripreso le mie valigie e sono tornato in terra YORUBA. Gradualmente, come d’incanto, la lingua tonale yoruba, così difficile da apprendere, ma così significativa e melodiosa una volta appresa, è tornata ad emergere dal subcosciente. Mi sono accorto che la lettura, pur con tanti accenti diversi, mi tornava familiare e rinverdiva carissimi ricordi. E questo mi ha incoraggiato a fare un altro distacco... radicale, anche questo non facile.

 

3. Ad Akure

Ora sono qui nella comunità di Akure, gemella dal 1982 della comunità salesiana di Ondo, protagonista della prima presenza salesiana in terra nigeriana. Una comunità inserita nel vivace contesto di una cittadina “State capital”, (che corriponderebbe alla nostra Torino, come centro di Regione). Una cittadina in cui l’attività dei servizi amministrativi  si mescola con le frenetica attività di centro commerciale e di mercato, circondata da un territorio agricolo di notevole importanza per la produzione del cacao, banane, aranci, yam, cassava e altri prodotti tropicali. L’attività industriale è ridotta ad alcune fabbriche di cacao e di trasformazione di prodotti agricoli, e segherie.  La città non è solo la sede del Governatore e del “Re” tradizionale, ma anche del Vescovo della Chiesa cattolica che nella diocesi di Ondo, come in Nigeria, sta vivendo un momento di crescita di clero, di fedeli, di istituzioni e iniziative pastorali.

I problemi della globalizzazione e della crisi mondiale hanno già raggiunto la popolazione e i segni negativi del contraccolpo economico si fanno sentire terribilmente nel contesto sociale. Le conseguenze sono note a tutti e non vale proprio la pena di rifare elenchi dolorosi.

Come Don Bosco di fronte ai mali della società piemontese non si era fermato solo a pregare e a commiserare, ma si era rimboccato le maniche e aveva chiamato a raccolta gente di buona volontà per far fronte a vari problemi, così i Salesiani nel West Africa e ad Akure.

 

4 Le attività dei Salesiani

Dopo due mesi di presenza, trovo ancora incredibile la varietà e la complessità delle attività che si incalzano in questo ambiente salesiano. I Salesiani che hanno lavorato in passato hanno realmente saputo mettere in piedi iniziative e istituzioni che rispondono alle molteplici domande di bisogno locali. Faccio solo un elenco, senza entrare nei dettagli.

La parrocchia – santuario di Maria Ausiliatrice: accoglie non solo i fedeli che territorialmente vivono nei confini, ma anche molti fedeli di etnia igbo provenienti da diversi angoli della città. Fin dall’inizio della presenza dei Salesiani sono stati parte del nucleo primordiale. Nigeriani dell’Est, sono intraprendenti nel commercio, radicati in una fede cattolica che si è integrata nella cultura e sensibilità tribale. Il loro numero crescente e il desiderio di esprimere la fede nella loro lingua, ha creato qualche difficoltà di rapporto - in via di soluzione - con l’etnia yoruba. Annesso alla Parrocchia, l’Oratorio-Centro Giovanile raccoglie per svariate attività religiose, culturali, sportive e ricreative un notevole numero di giovani e adolescenti, specialmente nei giorni festivi.

L’Istituto Tecnico con le due sezioni per Elettricisti e Segretarie d’Azienda è collegato giuridicamente a quello di Ondo e sta crescendo notevolmente in numero di allievi, essendo i laboratori fin dagli inizi molto ben attrezzati. Gli ambienti utilizzati al mattino per gli allievi dell’Istituto Tecnico accolgono alla sera numerosi adulti per la Scuola Serale: sono “allievi” che spendono la loro giornata nei mercati o nei piccoli negozi della città e appena chiudono bottega corrono a prendere un qualsiasi mezzo di trasporto per raggiungere la scuola: due ore e mezzo di lezioni prima ancora di raggiungere la famiglia verso 9.00 di sera. In tre anni sono preparati per il diploma di terza media e possono poi continuare altri tre anni di scuola superiore. E’ un preziosissimo servizio che si fa alla classe lavoratrice, povera e bisognosa, per elevarne lo stato. Contemporaneamente al mattino e alla sera ci sono Corsi per Computer,  prevalentemente a favore di studenti che hanno finito la scuola superiore e sono in attesa dei risultati scolastici prima di entrare all’università. A sostegno dell’educazione di allievi di scuola elementare, media, e superiore (fino al livello di università), da anni funzione il Fondo Borse di Studio San Giovanni Bosco, con un “fatturato di beneficienza” che quest’anno si aggira su un milione di Naira.

Il ”Don Bosco Health Centre” è da anni punto di riferimento per tests di laboratorio medico, rinomato, in città e fuori, per le attrezzature avanzate e la serietà professionale. L’equipe del Centro è coinvolta anche nel servizio di informazione, educazione alla prevenzione e analisi di laboratorio per l’HIV-AIDS. Da quest’anno c’è stato un coraggioso salto di qualità. Con aiuti a livello internazionale si è entrati decisamente nel campo della consulenza e testing con i servizi di informazione e prevenzione allargato a pubblico e istituzioni in larga scala, mediante assunzione di personale qualificato e costruzione di ambienti e servizi specifici. E’ una nuova frontiera salesiana che viene incontro ai bisogni di tanti giovani a rischio  e a persone affette dal male, seguendo i principi del Vangelo e della Chiesa,  con l’aiuto delle moderne tecnologie.

Non ultima la Tipografia va avanti a tutto vapore: sempre molto lavoro; non si fa tempo a finire la consegna di un libro che gli altri tre o quattro “clienti” soffiano sul collo... Don Matteo riesce ad accontentare “intelligentemente”  tutti quanti e sa rispondere, al tempo stesso con immediatezza, anche ai numerosissimi impegni extra tipografici di manutenzione generale e di apostolato!

Queste le “aree” di intervento. Non c’è bisogno di entrare nei contenuti e nelle metodologie dei vari servizi, che con sacrifico ed entusiasmo, questa comunità salesiana di otto confratelli (italiani, ghanesi, e nigeriani di estrazione yoruba e igbo), fraternamente uniti, porta avanti.

 

 

5. Don Italo

Posso assicurvi, con la gioia nel cuore e il senso di ringraziamento a Dio, che in questi mesi, sto vivendo la classica “luna di miele”.  Speriamo continui a lungo... La cordiale accoglienza dei confratelli, il fraterno abbraccio del vescovo e di tanti amici, il rivedere luoghi tanto familiari, mi hanno fatto trovare subito a casa. I contatti con la gente, la conoscenza graduale dei problemi da affrontare, lo sforzo di essere aperto e disponibile alla voce dello Spirito Santo, che quotidiamente interpella, mi dà il senso di una seconda giovinezza, di un ricominciare da capo, con entusiasmo rinnovato.

La salute non è buona... “è buonissima”, come soleva dire il nostro caro “Papi”. E se si può rendere ancora qualche servizio, Deo gratias!

Vi ricordo quotidiamente nella preghiera e ringrazio tutti e ciascuno dell’affetto, del sostegno morale e finanziario che mi avete sempre dato.  E’ proprio vero quello che il Manzone metteva sulla bocca di Fra’ Cristoforo a riguardo degli Ordini religiosi: “Noi siamo come il mare, riceviamo da tanti fiumi e ruscelli e ritorniamo l’acqua alle sorgenti”: riceviamo per donare, ridistribuire a quelli che ne hanno bisogno, col il cuore misericordioso di Gesù che guariva i malati, dava da mangiare agli affamati, predicava il suo regno di giustizia e di pace e col il cuore di Don Bosco ricco di affetto per i giovani  e di grande  intraprendenza di fronte a ogni bisogno.

Cordialissimamente,

vostro aff.mo

don Italo

November 03

XXXII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE

 

Testo preso dal libro

del biblista

Fernando Armellini

Ascoltarti è una festa.

Le letture domenicali spiegate alla comunità

Anno B

Ed. Messaggero, Padova, pp. 568-576

 

 

Quanto vale il regno dei cieli?

 

Sono frequenti nella Bibbia le esortazioni all’elemosina: “Il giusto dona senza risparmiare” (Pr 21,26); “Da’ il tuo pane a chi ha fame e fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Da’ in elemosina quanto ti sopravanza e, quando fai l’elemosina, non essere tirchio” (Tb 4,16).

Se c’è un prezzo da pagare per entrare nel regno dei cieli, a quanto ammonta? Sarà sufficiente dare qualcosa in elemosina?

In una sua celebre omelia (Hom. in Ev., 5,1-3), papa Gregorio Magno (590-614) affronta il tema e risponde: “Il regno di Dio non ha prezzo; vale tutto ciò che si possiede”; poi illustra la sua affermazione con alcuni esempi tratti dal vangelo.

Nel caso di Zaccheo, l’ingresso nel regno dei cieli fu pagato con la metà dei beni che possedeva, perché l’altra metà gli era servita per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (Lc 19,8).

Nel caso di Pietro e Andrea, il regno dei cieli valse le reti e la barca, perché i due fratelli non avevano altro (Mt 4,20).

La vedova lo comperò per molto meno: due spiccioli soltanto (Lc 21,2).

Qualcuno vi entra addirittura offrendo solo un bicchiere d’acqua fresca (Mt 10,42).

Il prezzo da pagare è facile da stabilire: il regno di Dio vale tutto quello che si possiede, poco o molto che sia.

 

 

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:

“Il regno di Dio è un tesoro che non ha prezzo, per ottenerlo bisogna dare tutto”.

 

Prima Lettura (1 Re 17,10-16)

 

10 Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere”.

11 Mentre quella andava a prenderla, le gridò: “Prendimi anche un pezzo di pane”. 12 Quella rispose: “Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po' di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”.

13 Elia le disse: “Non temere; su, fa' come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, 14 poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”.

15 Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni.

16 La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

 

I cananei, nella cui terra gli israeliti si erano installati, adoravano Baal, il signore della pioggia, della fertilità e della fecondità. Sua mitica sede era il monte Safon che, con la sua cima sempre avvolta in nembi grigiastri, si staglia nel cielo di Ugarit; sue armi erano le folgori e i venti che scatenano gli uragani che schiantano i cedri del Libano, scuotono le foreste e fanno tremare l’Ermon (Sl 29,5).

Il filo conduttore di tutti i libri dell’Antico Testamento è rappresentato dalla lotta del Signore, il Dio geloso degli israeliti, contro Baal, il campione dell’ordine cosmico adorato da tutti i popoli dell’antico Medio Oriente.

Al tempo del profeta Elia, Israele, sedotto dalla regina Gezabele, era venuto meno alla fede dei suoi padri e aveva piegato le ginocchia a Baal, convinto che da lui avrebbe ottenuto piogge abbondanti e copiosi raccolti. Ecco invece, secondo la promessa fatta dal profeta Elia, tre anni di siccità, carestie e pestilenze. Come sempre accade, l’idolo aveva sedotto e puntualmente deluso.

Di fronte all’assenza di piogge e alle conseguenti calamità, il re Acab convocò i suoi veggenti e li incaricò di individuare i responsabili. Non ci fu bisogno di pratiche divinatorie, il colpevole fu subito identificato: “È stato Elia, il profeta del Signore – assicurarono gli indovini di corte – a provocare lo sdegno di Baal”.

Acab ordinò di rintracciarlo e di metterlo a morte.

È in questo punto della storia di Elia che va inserito l’episodio narrato nella lettura di oggi.

Per sottrarsi all’ira del re, il profeta si diede alla fuga. Si diresse verso la costa della Fenicia e giunse a Sarepta, una città situata una dozzina di chilometri a sud di Sidone, rinomata per la produzione della porpora. Alla porta della città incontrò una povera vedova che raccoglieva legna con cui cucinare, per il figlio e per sé, l’ultimo pugno di farina che le era rimasto.

Intuendo la sua condizione disperata, Elia non ebbe il coraggio di chiederle altro che un po’ d’acqua, tuttavia, mentre la donna si allontanava, la supplicò: “Prendimi anche un pezzo di pane!”. Sapeva che quello era tutto ciò che aveva, ma osò chiederglielo e soggiunse: “Così dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra” (v. 14).

La vedova si fidò del profeta, gli offrì quanto le era stato chiesto e Dio benedisse la sua generosità; le concesse l’alimento per lei e per il figlio durante tutto il tempo della siccità.

Da questo commovente racconto traspare la simpatia del Signore e dell’autore sacro per questa donna povera e senza protezione.

Presso tutti i popoli antichi, la ricchezza, il successo e il benessere erano ritenuti benedizioni degli dèi, in Israele invece si comprese presto che il Signore volgeva il suo sguardo di amore sui più deboli, sugli stranieri, sugli orfani e sulle vedove. Costoro, non avendo nulla e nessuno su cui contare, si affidavano a Dio e, nella loro indigenza, erano capaci di offrire non solo parte di quanto possedevano, non solo il superfluo, ma tutto, anche ciò che era indispensabile per la loro vita.

La vedova di Sarepta, una pagana che ancora non adorava il Signore, ma lo conosceva solo come “il Dio di Elia”, si è comportata da autentica israelita. Apparteneva, senza che se ne fosse resa conto, al “popolo umile e povero che confida nel nome del Signore” (Sof 3,12); realizzava l’ideale del pio israelita che i salmisti proclamano beato: “Beato l’uomo che si rifugia nel Signore, nulla manca a coloro che lo temono. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla” (Sl 34,9-11).

 

 

Seconda Lettura (Eb 9,24-28)

 

24 Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, 25 e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. 26 In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo.

Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27 E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28 così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

 

Oggi si continua tranquillamente a parlare di sacerdoti per indicare i presbiteri, per riferirsi ai ministri dell’eucaristia e della riconciliazione; ma il Concilio ha avuto il pudore di non farlo: ha riservato il termine sacerdote, come fa tutto il Nuovo Testamento, a Cristo e al popolo di Dio, unito a Cristo nell’offerta di sacrifici spirituali graditi al Padre.

Il brano di oggi indica due ragioni per cui Gesù è l’unico vero sacerdote.

I sacerdoti antichi offrivano i loro olocausti in un tempio materiale, fatto di pietre, mentre Gesù svolge il suo ministero in cielo, in un santuario non costruito da mani d’uomo (v. 24).

Poi, il sacerdozio dell’antica Alleanza aveva come obiettivo la purificazione del popolo dalle sue colpe. Per cancellare i peccati, il sommo sacerdote entrava ogni anno nella parte più sacra del tempio e ivi versava sangue di animali. Ripeteva ogni anno lo stesso rito, che non era mai efficace, non otteneva la remissione del peccato. Gli uomini continuavano a essere malvagi e ad avere bisogno di espiazione.

Gesù invece ha offerto un solo e perfetto sacrificio, non ha versato il sangue di animali, ma ha donato il proprio sangue e, con il suo gesto d’amore, ha vinto per sempre il peccato (vv. 25-27).

Quando egli apparirà di nuovo non verrà per ripetere un sacrificio, ma per prendere con sé gli uomini che il suo unico sacrificio ha liberato da ogni colpa.

 

 

Vangelo (Mc 12,38-44)

 

38 Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.

41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.

43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

 

I pericoli più gravi sono quelli ben nascosti e meglio camuffati, quelli che colgono di sorpresa e impreparati. Se Gesù raccomanda ai discepoli, in modo accorato, di fare attenzione, di stare in guardia da una certa genia di persone, significa che le insidie che tendono sono estremamente serie.

Dopo una serie di controversie con farisei, sadducei ed erodiani nel tempio di Gerusalemme, Gesù rivolge un attacco diretto, coraggioso e preciso contro gli scribi e per renderlo più incisivo ricorre alla satira, all’ironia, a un linguaggio che appare fin troppo provocatorio. Questo rivela quanto fosse preoccupato che un certo nefasto comportamento si potesse infiltrare anche nella comunità dei suoi discepoli.

Gli scribi erano originariamente gli incaricati di stendere documenti di ogni genere, ma, dopo l’esilio a Babilonia, erano divenuti gli interpreti ufficiali della legge del Signore (Esd 7,11), costituivano l’autorità in campo legislativo, erano i giudici incaricati di pronunciare le sentenze nei tribunali.

La loro professione era legittima, eppure Gesù aveva di che recriminare sul loro comportamento.

La prima accusa che muoveva loro riguardava la vanità, l’ostentazione (vv. 38-39). Erano persone che amavano esibire il loro sapere e i loro titoli e per richiamare l’attenzione, per non essere confusi con il popolo, con la gente ignorante, ci tenevano a non vestire come gli altri. Indossavano una divisa, “amavano passeggiare in lunghe vesti” (v. 38).

Era per rispetto al loro abito che la gente li trattava con mille riguardi, cedeva loro il passo nelle strade, riservava i primi posti nelle piazze e nelle sinagoghe e al mercato li serviva meglio e prima degli altri. Non potevano essere salutati con un semplice shalom; esigevano inchini, baciamani e un religioso silenzio ogni volta che aprivano la bocca, anche solo per respirare. Quando non ricevevano queste attenzioni di deferenza si indignavano.

Il Maestro riteneva questa una commedia ridicola e non la sopportava; era allergico alle loro divise perché, come suggerisce l’etimologia, derivano dal verbo dividere, dividono, separano, creano la casta.

Più che un peccato, la loro era una malattia, una patologia che avrebbe potuto essere facilmente curata. Ciò che alimentava la vanità degli scribi era il servilismo ingenuo della gente che, tributando loro onori e ossequi, era convinta di rendere gloria a Dio. Per farli rientrare nei ranghi e far loro gustare la gioia di sentirsi fratelli, sarebbe bastato che tutti si fossero comportati come Gesù, che non riservava loro alcun riguardo particolare; alla loro amicizia preferiva quella dei peccatori e degli emarginati, non ricorreva alle loro raccomandazioni, non richiedeva i loro appoggi.

Di fronte al comportamento e alle parole tanto chiare del Maestro, ci si chiede come possa accadere che nella chiesa a volte non ci si renda ancora conto di quanto siano anti‑evangeliche la corsa ai primi posti, ai titoli onorifici e la ricerca di applausi e privilegi. Il mondo strutturato in una gerarchia piramidale è stato definitivamente condannato da Cristo e volerlo ripristinare non è un peccato veniale, ma un attentato frontale contro la logica evangelica.

C’è una colpa più grave che Gesù imputa ai rabbini: “Divorano le case delle vedove” (v. 40).

Le vedove, assieme agli orfani ed agli stranieri, erano le persone che Dio aveva posto sotto la sua protezione (Sl 146,9). Guai maltrattarle, guai commettere ingiustizie contro di loro. Il Signore aveva stabilito: “Non molesterai il forestiero. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso” (Es 22,20-26).

Gli scribi sono accusati da Gesù di “divorare le case delle vedove”. Probabilmente s’approfittavano dell’ingenuità di queste donne semplici e indifese per carpirne le elemosine, oppure esigevano parcelle esorbitanti per perorare le loro cause nei tribunali.

Lo sfruttamento delle persone più deboli è il principio su cui si regge il nostro mondo competitivo e rissoso ed è da questo principio che nasce la società dei furbi, che è l’opposto di quella evangelica. Anche i poveri però, quando bramano occupare il posto di chi li opprime, non sognano un mondo nuovo, aspirano solo a perpetuare l’antico. Non vogliono porre fine alla mentalità degli “scribi”, ma sostituirsi agli “scribi”, desiderano lo scambio delle parti, mentre Gesù vuole che sia buttata nella pattumiera l’opera teatrale che da sempre è stata recitata nel mondo.

La terza accusa è ancora più grave: “Ostentano di fare lunghe preghiere” (v. 40). Non sono solo sfruttatori dei deboli, ma recitano una commedia: si esibiscono in pratiche religiose impeccabili, danno prova di grande pietà, in modo da convincere tutti che anche il Signore sta dalla loro parte. Giudicarli, contraddirli, non sottomettersi al loro volere, non rendere loro gli onori che pretendono, significa schierarsi contro Dio.

Le persone semplici e sincere non sopportano questa religione ipocrita e a un certo punto si stancano e possono anche abbandonare la fede. Di chi è la colpa di queste defezioni?

 

In contrapposizione agli scribi, alle persone che dominano nella società, nella seconda parte del brano (vv. 41-44) viene introdotto un modello di religiosità autentica: una povera vedova.

Non è la prima volta che, nel vangelo di Marco, compaiono donne cui Gesù guarda con simpatia e ammirazione. Ha già incontrato colei che, soffrendo di emorragia, gli si era accostata per toccargli il lembo del mantello e ne aveva riconosciuto la fede: “Figlia, la tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34); era rimasto addirittura stupito della fede della siro‑fenicia, che si era dichiarata soddisfatta delle briciole che cadono sotto la tavola imbandita per i figli. Commosso, Gesù aveva esclamato: “Donna, davvero grande è la tua fede” (Mt 15,28; Mc 7,24-30).

Modelli di fede queste prime due donne; modelli di generosità totale la vedova del vangelo di oggi e colei che, pochi giorni dopo, gli avrebbe unto il capo “con olio profumato di nardo genuino, di gran valore” (Mc 14,3).

Sono quattro figure esemplari, scelte da Marco per mostrare come le donne, ritenute da tutti le ultime, erano invece le prime (Mc 10,31).

Illustrano con la loro vita come deve essere il vero discepolo.

La prima caratteristica è oggi messa in risalto dal comportamento della vedova che, a differenza dei rabbini che ostentavano la loro religiosità, compie il suo gesto senza richiamare l’attenzione di nessuno, senza farsi notare.

Questa donna non ha conosciuto Gesù, non ha ascoltato i suoi insegnamenti, non ha risposto a una sua chiamata e non è una sua discepola. Non lo ha seguito, come hanno fatto i Dodici e molte altre donne che lo hanno accompagnato durante i tre anni della vita pubblica (Lc 8,1-3), eppure si comporta in modo evangelico, come Gesù ha raccomandato: “Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta” (Mt 6,1-4).

Questa vedova è l’immagine di coloro che, anche oggi, pur non avendo mai letto una pagina del vangelo, docili agli impulsi dello Spirito, vivono in modo evangelico.

La seconda caratteristica del vero amore è di essere totale. L’amore a Dio deve coinvolgere tutta la persona: “Amerai il Signore Dio tuo – ha ingiunto Gesù – con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12,30) e senza riserve deve essere anche l’amore al prossimo.

La vedova è presentata come modello di questo amore. A differenza dei ricchi che “gettavano nel tesoro molte monete”, lei non mette molto, getta tutto ciò che ha, anzi, come specifica il testo greco, “nella sua povertà vi ha gettato tutta la sua vita” (v. 44).

Il discepolo non è colui che mette in gioco una parte di sé o di ciò che ha, ma vende tutto ciò che possiede per darlo ai poveri e offre tutta la sua vita come ha fatto il Maestro.

Anche chi è povero, come la vedova del vangelo di oggi, è chiamato a donare tutto. Non c’è nessuno tanto povero da non avere qualcosa da offrire e nessuno tanto ricco da non avere bisogno di ricevere dagli altri. Dio ha colmato di doni i suoi figli affinché, sull’esempio del Padre che sta nei cieli, essi non li trattengano per sé, ma li mettano a disposizione degli altri.

Per la totalità del suo amore, la vedova diviene così non solo l’immagine del vero discepolo, ma anche di Dio e di Gesù Cristo che – come rileva Paolo – “da ricco che era, si è fatto povero” per arricchire noi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8,9).

Il luogo della rivelazione massima del volto di Dio è il Calvario. È lì che Dio ha mostrato la sua identità. Egli non pretende, offre, dona tutto se stesso all’uomo. Non vuole che gli uomini si prostrino davanti a lui, ma li vuole inginocchiati davanti ai fratelli. Non chiede che diano la vita a lui, ma che, con lui, la mettano a disposizione dei fratelli.

La vedova è immagine di Dio e di Cristo perché si è spogliata di tutto ciò che possedeva e ne ha fatto dono agli altri.

November 01

Tutti i Santi

Oggi,

 

i cristiani fanno memoria

 

degli uomini e delle donne

 

che li hanno preceduti

 

nel cammino della vita

 

 e che, nella loro esistenza,

 

senza calcolo

 

e malgrado le difficoltà,

 

e offrendo tutto

 

ciò che possedevano,

 

la loro vita

 

e i loro beni,

 

hanno tentato di amare Dio

 

con tutto il cuore

 

e con tutte le loro forze

 

e il loro prossimo

 

come se stessi.

 

Questi uomini

 

e queste donne

 

sono i santi.

 

Sono come luci

 

che rischiarano il cammino

 

da prendere…

 

Beati

 

coloro che diffondono

 

la gioia

 

come una musica,

 

seminano il sorriso

 

nei solchi

 

delle tristezze.

 

Charles Singer
 
Estate  
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